Intervista a Mike Leigh

Intervista a Mike Leigh

Attivo dal 1971, anno in cui uscì la sua opera prima Momenti tristi, premiata a Locarno, Mike Leigh è una delle firme più importanti del cinema britannico contemporaneo. Acclamato a livello internazionale, ha vinto la Palma d’oro a Cannes con Segreti e bugie (1996) e il Leone d’oro a Venezia con Il segreto di Vera Drake (2004). Lo abbiamo intervistato durante il festival di Zurigo, dove ha ritirato un premio alla carriera.

Qual è la sua posizione in merito alla questione che vede contrapposte la pellicola al digitale?

Mike Leigh: Beh, come certamente saprai, il mio ultimo film, Turner, è stato girato con una macchina da presa digitale, la Arri Alexa, ed è stata un’ottima esperienza. Personalmente, non penso che vi sia un dibattito sull’argomento, non è una questione filosofica. Io e il mio direttore della fotografia, Dick Pope, rimaniamo dei sostenitori delle meraviglie della pellicola, ma siamo anche sostenitori delle meraviglie del digitale, che è un’evoluzione inevitabile, a mio avviso. È un ottimo strumento, un’arte, un’entità creativa, e secondo me è molto ignorante sostenere, nel ventunesimo secolo, che la pellicola sia l’unica opzione e che il digitale sia una cosa negativa. Il digitale è un dato di fatto, positivo ed inevitabile. Se riesci a girare in pellicola e trovare le strutture adeguate per la post-produzione, buon per te, ma ciò non nega le possibilità creative offerte dal digitale.
C’è anche da dire un’altra cosa: se non fosse per il digitale, non avremmo accesso a gran parte del cinema mondiale, al cinema del passato, in copie restaurate. C’è chi sostiene che visivamente non sia la stessa cosa, ma per me è una sciocchezza: la qualità è buona, e il restauro è fatto con integrità, al servizio del film. L’altra cosa importante, la più importante a mio parere, è che il digitale dà la possibilità di realizzare dei film a registi giovani che non sarebbero in grado, economicamente, di procurarsi la pellicola, le macchine da presa, i materiali per la post-produzione, eccetera. E la cosa dà buoni risultati, poiché ci sono moltissimi giovani registi di talento che riescono a realizzare la loro visione.

Tornando alla questione dei film del passato, Martin Scorsese sostiene che in termini di conservazione la pellicola sia ancora la soluzione migliore, poiché i file digitali sono facilmente soggetti a corruzione…

Mike Leigh: Accetto quella posizione fino a un certo punto, poiché nessuno – lui, io o te – sa quanto durerà la pellicola, né quanto durerà il digitale. È vero, il digitale si corrompe facilmente, su questo lui ha assolutamente ragione e fa bene a insistere sulla conservazione in pellicola, ma la pellicola stessa non esiste da abbastanza tempo da poterci pronunciare con assoluta certezza sulla sua longevità.

Per quanto riguarda l’aver girato Turner in digitale, cosa cambia rispetto alla pellicola? In particolare, visto l’argomento trattato, come influisce sulla qualità “pittorica” del film?

Mike Leigh: In termini di esperienza fisica durante le riprese, non vi è stata alcuna differenza. Per quanto riguarda invece il modo in cui il digitale ci ha consentito di portare sullo schermo le opere di Turner, siamo riusciti a fare delle cose straordinarie. Quello che mi stai chiedendo è se girarlo in pellicola avrebbe avuto risultati migliori o peggiori, ed è una domanda senza risposta, perché se avessimo usato la pellicola avremmo fatto scelte visive diverse, poiché il supporto è diverso. Vi sono senza dubbio dei prodotti positivi della tecnologia digitale in Turner, su tutti la sequenza con la nave. Quella nave è un’animazione al computer, e non sarebbe stato possibile realizzarla con altre tecniche d’animazione, o con un modello, o facendo costruire appositamente una nave vera. La tua domanda è un po’ come se io dicessi: “Quel quadro [indica un dipinto appeso alla parete nella stanza in cui ha luogo l’intervista, N.d.R.] sarebbe migliore se fosse una scultura?” Non ha senso, perché è un quadro.

Vorrei chiederle del suo metodo lavorativo, sul quale vi sono molti fraintendimenti…

Mike Leigh: Sì, sono cinquant’anni che leggo idiozie al riguardo. Io collaboro con gli attori, creo i personaggi insieme a loro, ed esploriamo le relazioni tra i diversi personaggi attraverso un processo lungo e sofisticato, a partire dal quale io devo dare una struttura al film. Leggo spesso articoli in cui si dice che gli attori vanno per i fatti loro a creare i personaggi, ed è una stronzata. Tutto quello che vedi nei miei film è molto preciso, anche la scrittura. Essa nasce da improvvisazioni, ma l’improvvisazione fine a sé stessa non mi interessa per niente. Il mio obiettivo è ottenere qualcosa di importante e significativo.

Lavorare a un progetto come Turner, basato su un personaggio storico anziché un’idea originale, comporta delle modifiche per quanto riguarda quel processo di cui parla?

Mike Leigh: Sì e no. Fondamentalmente la cosa non cambia, perché bisogna sempre dare vita a quei personaggi, e sia in Turner che in Topsy-Turvy, l’altro film storico che ho diretto, ci sono personaggi di finzione. Puoi fare tutte le ricerche che vuoi, e ci siamo documentati a lungo per quei due film, ma i personaggi esistono solo a partire dal momento in cui prendono vita sul set, davanti alla macchina da presa. L’unica vera differenza è che non mi sono inventato la storia di sana pianta, il resto non cambia.

Tra l’uscita del suo primo e del suo secondo lungometraggio, lei ha realizzato molti progetti per la BBC. In che modo lavorare in televisione differisce dal cinema? E tornerebbe a fare film per il piccolo schermo?

Mike Leigh: Non c’era nessuna vera differenza. Semplicemente non c’era una vera propria industria cinematografica inglese in quegli anni, e quindi realizzavamo i nostri film in altri modi, ma erano sempre film. Io, Ken Loach, Stephen Frears… Facevamo film, nella maggior parte dei casi per la BBC, che era molto liberale all’epoca. Si girava in 16mm e in esterni, avevamo una vera troupe. Erano film, solo che venivano visti in casa, sul piccolo schermo. Per quanto riguarda ritornare a progetti televisivi, quasi tutti i miei film sono stati finanziati in parte da Film4, la divisione cinematografica di Channel4, quindi vanno in TV in ogni caso. Inoltre ho incontrato di recente la mia produttrice, che lavora anche in televisione, e ci siamo resi conto che a livello economico conviene di più realizzare un film con un budget ridotto. E a dirla tutta, la televisione non mi attira più di tanto.

Spostandoci un attimo dal cinema, cosa pensa del paesaggio politico attuale in Inghilterra, ora che Jeremy Corbyn è a capo del partito laburista?

Mike Leigh: Penso che sia un’ottima notizia. Jeremy Corbyn è un uomo eccellente. Ci si chiede se un partito socialista, di sinistra, possa vincere le elezioni, e il motivo per cui il partito laburista non è riuscito a farsi eleggere in passato è perché era mediocre, senza convinzioni, neutro. Adesso c’è qualcuno che dice: “Dobbiamo credere nei nostri ideali.” E ciò è un bene, perché attualmente abbiamo uno dei governi più di destra in assoluto, con dei piani che non gioverebbero alla gente.

Per finire, qual è il suo rapporto con i festival di cinema? Pensa che siano ancora importanti nel panorama cinematografico di oggi?

Mike Leigh: Tu cosa ne pensi? Voglio dire, se ci fosse una discussione in merito, quale sarebbe il nocciolo della questione?

Penso soprattutto al ruolo dei festival nel permettere allo spettatore di scoprire cineasti emergenti e poter vedere cinematografie meno note…

Mike Leigh: Come saprai, sono stato ospite di tantissimi festival, penso ottanta o novanta. Una volta sono stato al festival di Alessandria, in Egitto. I film venivano mostrati nella sala da ballo dell’albergo, ai delegati. Ero lì con il mio film Belle speranze, insieme alla protagonista Ruth Sheen, e chiesi: “Dov’è il pubblico?”. Mi risposero che i delegati erano il pubblico, che le proiezioni e gli eventi erano organizzati per loro. Poi scoprimmo che il pubblico vero vedeva i film in una piccola sala nel centro della città, e chiedemmo di poter andare a fare un Q&A. Ci dissero di no, e noi lo facemmo lo stesso. Quello è l’esempio di un festival auto-compiaciuto, fine a se stesso, che mostra i film al pubblico controvoglia. Ce ne sono altri di questo tipo, ma non farò nomi. I festival migliori sono quelli che danno la possibilità al pubblico di vedere tanti film, l’esatto contrario di quelli che sono auto-compiaciuti e fissati con il glamour. Non so ancora in quale categoria rientri Zurigo, ma un festival vive di gente, di pubblico, della possibilità di accedere al cinema mondiale. Ed è importante sottolineare il fatto che si parla di cinema mondiale, non di Hollywood. Gran parte del pubblico pensa che il cinema sia Hollywood, e i festival sono importanti per la diffusione del vero cinema mondiale.

Info
Il sito del Festival di Zurigo.

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