Torino 2015 – Presentazione

Torino 2015 – Presentazione

Con uno sguardo al passato che è sguardo al futuro (e viceversa) il Festival di Torino 2015 si conferma, sulla carta, l’evento metropolitano più ricco dell’attuale panorama festivaliero italiano.

Augusto Tretti che guarda Mario Bava e il suo Terrore nello spazio; Powell e Pressburger che spiegano una “questione di vita e di morte” ad Apichatpong Weerasethakul, che a sua volta la riporta a Ben Rivers, mentre Sion Sono parla con Bruce McDonald. E poi The Day of the Triffids di Steve Sekely che dà del tu ad Andrej Tarkovskij, così come Jean-Luc Godard, Val Guest e Byron Haskin scoprono di parlare la stessa lingua. O anche la più diversa, chissà… Se il cuore di ogni cinefilo palpita nello sfogliare il programma della trentatreesima edizione del Torino Film Festival, evento che di fatto va a chiudere l’anno per quel che concerne i grandi festival “generalisti”, non è per mero vezzo intellettuale. Tutt’altro. Il lavoro composito che di anno in anno permette di cogliere a ridosso della Mole una scintilla creativa, l’impulso a una ricerca cinematografica seria e continuata, è qualcosa che nulla ha a che fare con le arroccate posizioni di una cinefilia che sempre più spesso corre il rischio di rinchiudersi in una bolla di sapone magari coloratissima, ma distante dal mondo esterno.
Torino, con sempre maggiore convinzione, sta assumendo i contorni di quello che ha senso definire “festival metropolitano”. Se Venezia rinnova con tragica precisione il proprio ruolo di non-luogo in cui il cinema va ad abitare alla deriva dalla terraferma, e Roma continua a modificare con troppa facilità le proprie forme alla ricerca di quella definitiva – o per lo meno più convincente –, Torino è la dimostrazione che il cinema può ancora vantare diritti nello sbandato panorama culturale italiano. Un cinema che sa dialogare con il grande pubblico, senza per questo venire meno alle proprie responsabilità culturali.

Con Emanuela Martini che oramai gestisce le redini dell’organizzazione senza doversi sedere all’ombra di nomi più o meno ingombranti della Settima Arte nazionale (Nanni Moretti, Gianni Amelio, Paolo Virzì), la kermesse sabauda sembra voler affrontare con cipiglio e caparbietà lo stato di crisi di una nazione che ha relegato la questione culturale a una posizione defilata e residuale. Lo dimostra soprattutto una ricchezza nella selezione che appare perfino maggiore del solito, e non solo in termini numerici. Torino nel corso degli anni ha sempre fatto ricorso a una quantità elefantiaca di titoli, bombardando il pubblico e mettendo in difficoltà anche il cinefilo più scafato. Certo, parte della programmazione si affida a film pescati dai festival che si sono svolti durante l’anno (tanto per fare degli esempi, da Cannes arrivano Cemetery of Splendour di Apichatpong Weerasethakul, As mil e uma noites di Miguel Gomes, Treasure di Corneliu Porumboiu, The Assassin di Hou Hsiao-hsien), ma nel dubbio anche legittimo che questa riflessione suscita non si può evitare di fare i conti con la vera domanda, più volte posta in questi mesi: a cosa servono ancora i festival?
Se è un loro dovere anche quello di permettere al pubblico “normale”, distante dal microcosmo degli addetti ai lavori, di maneggiare una materia che è ancora (per fortuna) “popolare”, allora non si può che applaudire Torino per continuare a scegliere anche recuperi da altre realtà.

Perché Torino è riuscita a trovare il miracoloso equilibrio tra avanguardia e mainstream, mescolando il passato al presente senza timori, omaggiando figure dimenticate del cinema italiano (l’anno scorso fu la volta di Giulio Questi, nel 2015 tocca ad Augusto Tretti, del quale verranno proiettati due lungometraggi sui tre che diresse in venti anni di carriera: La legge della tromba, esordio marcato Titanus e già visto a Locarno 2014, e Il potere) e grandi figure del cinema mondiale, come dimostra il piccolo spazio ricavato per Orson Welles, che arriva in Piemonte con tre dei suoi titoli più celebrati, visti e studiati: Quarto potere, Rapporto confidenziale e L’infernale Quinlan, che ha dato il nome anche a questa rivista online…
Dal concorso, dedicato come d’abitudine alle opere prime, seconde e terze, a TFFdoc, che ha cambiato parte del comitato di selezione (accanto a Davide Oberto non ci sono più Francesco Giai Via e Luca Cechet Sansoè, ma Mazzino Montinari e Severine Petit, mentre rimane al suo posto Paola Cassano), passando per Onde, a cura di Massimo Causo e Roberto Manassero e al fuori concorso denominato “Festa Mobile”, a cui lavora – come per il concorso e per “Afterhours” – lo staff che affianca la Martini, composto da Marì Alberione
, Pier Maria Bocchi
, Federico Gironi
, Barbara Grespi
 e Federico Pedroni
.
Difficile, molto difficile, segnalare alcuni titoli da segnarsi nella mente tra quelli non ancora visti in giro per il mondo: Balikbayan #1 – Memories of Overdevelopment Redux III di Kidlat Tahimik, Bla cinima di Lamine Ammar-Khodja, Dead Slow Ahead di Mauro Herce, La felicità è un sistema complesso di Gianni Zanasi, Hellions di Bruce McDonald, High-Rise di Ben Wheatley, Hong Kong Trilogy di Christopher Doyle, Mia madre fa l’attrice di Mario Balsamo, Miss Cinema – Archivio Mossina di Rinaldo Censi, Phantom Boy di Jean-Loup Felicioli e Alain Gagnol, I racconti dell’orso di Samuele Sestieri e Olmo Amato, Scherzo di Vincenzo Core e Fabio Scacchioli, Stand By for Tape Back-Up di Ross Sutherland, e ovviamente il trittico di Sion Sono (Love & Peace, Shinjuku Swan e Tag). Senza dimenticare due delle riscoperte più luminose, e imperdibili: West and Soda di Bruno Bozzetto e il finora invisibile Tragica alba a Dongo, il film di Vittorio Crucillà sull’uccisione di Benito Mussolini e Claretta Petacci che il potere andreottiano censurò nel 1950 rendendolo un oggetto misterioso, un ufo del cinema italiano.
Potenza di un festival che, pur nel cuore dell’autunno, con vento e pioggia – e talvolta perfino neve –, riesce a catalizzare l’attenzione di un’intera città, ricordando anche ai più ottusi cosa è il cinema: un evento collettivo, privato e universale allo stesso tempo, arte che non ha mai timore di confrontarsi con il popolo.

Info
Il sito del Torino Film Festival.

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