Gli ultimi saranno ultimi

Gli ultimi saranno ultimi

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Gli ultimi saranno ultimi, quarto lungometraggio da regista di Massimiliano Bruno (e anche il più ambizioso), non sempre riesce ad amalgamare la commedia con il dramma, finendo per sprecare parte del suo potenziale.

Quello che non c’è

Cosa ci fa una donna incinta di nove mesi, impaurita, con una pistola puntata contro un poliziotto? “Gli ultimi saranno ultimi” racconta la storia di Luciana Colacci, una donna semplice che sogna una vita dignitosa insieme a suo marito Stefano. È proprio al coronamento del loro sogno d’amore, quando la pancia di Luciana comincia a crescere, che il suo mondo inizia a perdere pezzi: si troverà senza lavoro e deciderà di reclamare giustizia e diritti di fronte alla persona sbagliata, proprio un ultimo come lei, Antonio Zanzotto. Un film che, tra risate, bugie, incomprensioni e voltafaccia, racconta le emozioni in tutte le sfumature possibili. Nostro signore ha detto che gli ultimi saranno i primi, ma non ha detto di preciso quando… [sinossi]

Nell’acqua salmastra in cui si agitano sogni, speranze e velleità della commedia italiana, punta di diamante (economica) della produzione nazionale, nessuno assomiglia a Massimiliano Bruno. Tra i film da lui scritti (un titolo esemplificativo: Tutti contro tutti di Rolando Ravello) e quelli in cui si è impegnato in prima persona alla regia, Bruno ha tracciato una linea di demarcazione netta tra la sua esperienza professionale e quella di colleghi e amici. Là dove i più “arditi” provano a flirtare con il bizzarro, con risultati alterni, e la maggior parte si adegua al prototipo rom-com + location scelta in base all’apporto della film commission di turno, Bruno tiene con tenacia il punto su un aspetto tralasciato spesso in gran fretta: il «popolare». Da Nessuno mi può giudicare a Gli ultimi saranno ultimi il passo è breve, e la traiettoria seguita priva di svolte e tornanti; aprendo gli occhi sulla realtà italiana, Bruno decide di raccontarla senza eccessive edulcorazioni. I suoi film narrano di alto-borghesi che hanno perso la ricchezza e devono trovare un posto in una nazione in crisi, di politici che devono fare i conti con la propria morale, di persone alle prese con turbe psichiche indotte da un mondo caotico e privo di una reale etica.
Spinti sempre dall’utopico “possiamo ancora vincere”, i film di Bruno utilizzano una retorica (quasi) mai qualunquista per tentare di immobilizzare nel quadro un’Italia troppo spesso esclusa dal cinema nazional-popolare, poco propenso a sporcarsi le mani con la realtà, quella difficile da imbellettare al punto da renderla irriconoscibile. Se un film come Io e lei di Maria Sole Tognazzi (per citare una distribuzione recente) non sfugge alla tentazione di raccontare vite solo all’apparenza ordinarie sfruttando ambienti improbabili e facendo ricorso ad appartamenti dalla metratura spropositata, Bruno mantiene al contrario un rigore sempre apprezzabile nel punto di incontro tra la finzione e la credibilità di ciò che si narra.

Una scelta che trova immediata conferma fin dalle prime sequenze de Gli ultimi saranno ultimi: non solo tornano i personaggi cari a Bruno, sempre alla base della piramide sociale (altro che “generazione mille euro”!), ma si opta per una soluzione ancora più estrema: non più la periferia capitolina, parte in ogni caso del meccanismo del potere, ma Anguillara, periferia della periferia, estrema propaggine del modus vivendi romano. Qui abitano Luciana e suo marito Stefano: mentre lei sgobba in una piccola fabbrica per poche centinaia di euro al mese, lui ha scelto di non tornare più sotto padrone – era un meccanico – e ora ciondola in giro per il paese, sognando progetti che potrebbero fargli svoltare l’esistenza. Un equilibrio precario come il lavoro di Luciana, alla quale non viene infatti rinnovato il contratto appena il suo datore di lavoro scopre che è incinta (grazie alla soffiata di un’amica di Luciana, che agogna il suo posto, per quanto miserevole). Cosa fare?
Il punto della questione, per quanto riguarda Gli ultimi saranno ultimi è che si tratta di un dramma sociale in piena regola. Non c’è davvero nulla da ridere, perché l’umanità che Bruno mette in scena non è mai stata così priva di speranze, come dimostra il personaggio del poliziotto Antonio, recapitato con disonore da una centrale del nord-est per aver causato la morte di un collega. La cappa opprimente che pervade il film sentenzia una volta per tutte le ambizioni di Bruno: non solo voce aggiunta della commedia italiana, ma cantore di un mondo disperato, abbandonato al proprio destino, reietto. Proprio per questo appaiono davvero fuori tono molte svisate comiche del film; se da principio possono anche funzionare, queste trovate perdono valore nello svolgimento dell’azione, e finiscono con il disturbare il naturale processo del dramma. Intermezzi ludici come il pranzo in riva al lago per il compleanno di Stefano non hanno la vis comica delle precedenti regie di Bruno, e invadono un campo che non sembra più appartenere al loro.

Dovendosi muovere su un terreno a cui non è abituato, Bruno smarrisce in alcune occasioni anche la propria lucidità registica, perdendo a tratti quel nitore che, pur nella semplicità della messa in scena, lo aveva contraddistinto.
Se sbaglia tono, Bruno, lo fa comunque per eccesso, per troppo amore nei confronti dei suoi personaggi, per la foga di dover spostare il passo sempre un metro più in là. Peccato, perché il racconto livido dell’Italia si è fatto ancora più urgente, e la crudezza di certe situazioni (il rapporto tra Antonio e il transessuale che ha scambiato per donna e corteggiato) dimostra che Bruno questo lo ha ben chiaro. Se avesse avuto il coraggio di ridurre in maniera drastica le deviazioni ironiche – e del tutto quelle comiche – e avesse messo a fuoco con maggior precisione il finale, il regista, attore e sceneggiatore romano avrebbe posto la firma in calce a un’opera di importanza rilevante. Così non è stato, ma l’impressione è che della voce di Bruno continuerà a esserci sempre più bisogno, nel panorama cinematografico italiano.

Info
Il trailer de Gli ultimi saranno ultimi.
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