Miss Julie

Miss Julie

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Ritorno alla regia di Liv Ullmann, alle prese con la trasposizione di un classico teatrale di August Strindberg. Miss Julie ricava grande forza dalla nobile fonte, ma si risolve per lo più in occasione per compiaciute prove attoriali. Con Jessica Chastain e Colin Farrell.

Baciami stupido

Nell’Irlanda di fine Ottocento, la signorina Julie fa i capricci per ribadire il suo dominio su John, lacchè di suo padre, che da sempre prova per lei grande attrazione. Dopo aver consumato la loro passione, i due finiscono per torturarsi a vicenda tra sensi di colpa e crudeli recriminazioni. Sui due veglia la cuoca Kathleen, gelosa di John e rispettosa delle barriere sociali. [sinossi]

Era abbastanza prevedibile che dietro a un progetto come Miss Julie si sedesse alla regia e alla sceneggiatura Liv Ullmann. La cosa non sorprende affatto, considerando i trascorsi cinematografici della regista-attrice, il suo lungo e travagliato sodalizio con Ingmar Bergman e il ruolo fondamentale che l’opera di August Strindberg ha ricoperto sia per la cultura scandinava, sia per Bergman e i suoi seguaci artistici.
Rimettere in scena per il cinema la vicenda della sventurata signorina di alto lignaggio e del suo servo John, travolti e stritolati da meccanismi sociali più grandi di loro, rientra con perfetta coerenza nel lungo percorso della tradizione bergmaniana, di cui Liv Ullmann è sempre stata discendente congeniale (altri due film diretti da lei, Conversazioni private, 1996, e L’infedele, 2000, avevano preso vita da sceneggiature dello stesso Bergman e si legavano direttamente al mondo personale del maestro svedese, tanto da profilarsi come propaggini della sua opera per interposta persona).
Anzi, in un certo senso la realizzazione di Miss Julie appare la naturale conclusione di un tragitto creativo, che nell’arco di un settantennio cinematografico ha spesso costeggiato l’universo strindberghiano senza affidarsi praticamente mai alla diretta traduzione. Stavolta invece si risale alla fonte, si affronta la sfida della vera trasposizione di un archetipo creativo che ha sotteso costantemente a tutta una produzione. Una sorta di tributo “definitivo”: veniamo tutti da là, e tutti là torniamo.

Resta tuttavia qualche dubbio riguardo all’operazione messa in atto da Liv Ullmann. In primo luogo, a differenza delle abituali consuetudini bergmaniane e ullmaniane, stavolta il film si affida alle discutibili risorse della coproduzione, con tanto di ricollocamento della vicenda in Irlanda (esiste tuttavia un adattamento irlandese del 2006, a opera di Frank McGuinness, che meriterebbe indagare ulteriormente per capire quanto possa aver influito sul lavoro della Ullmann). In secondo luogo, nei due ruoli protagonisti troviamo una coppia di star internazionali attualmente amatissime, Jessica Chastain e Colin Farrell, con il prezioso sostegno in un ruolo di fianco da parte di Samantha Morton. La struttura di coproduzione si è portata dietro le star, o viceversa? In ogni caso, per tutte queste ragioni Miss Julie si porta appresso le dubbiose ombre dell’esercizio di stile, servito su un piatto d’argento a due attori desiderosi di confermare quanto sono bravi (Chastain) o di dimostrare al mondo che si trovano a loro agio anche con nobili classici teatrali (Farrell).
La vicenda vede svilupparsi un lungo confronto tra una signorina di nobile famiglia e il lacchè del padre, lasciati soli in una magione in una sera di mezza estate. I due si desiderano da tempo, e dopo una prima parte di reciproche confidenze e di montante attrazione danno sfogo alla passione per poi torturarsi a vicenda tra sensi di colpa, recriminazioni e insormontabili steccati sociali. A vegliare su di loro con sentimenti contrastanti vi è la cuoca Kathleen, gelosa del lacchè John e a sua volta prigioniera di un’altra convenzione: l’osservanza religiosa che si porta dietro l’accettazione delle distanze sociali come una sorta di ordine naturale da non infrangere.

È indubbio che la forza del testo strindberghiano sia tale da dare una grossa mano agli attori e all’insieme del film. A tutt’oggi Miss Julie è ancora capace di raccontare con lucidissimo sguardo gli ipocriti abissi tra classi sociali e di riaffermare ancora con persuasione le dinamiche servo-padrone (con rovesciamenti di ruolo) insite non solo nei rapporti di coppia ma più in generale tra esseri umani. “La signorina Julie” si profila tuttora come un testo fortemente politico, convinto dissacratore del teatrino delle passioni, inquadrati come superfici dolciastre per innate rapacità egoistiche, in cui il pensiero classista risulta talmente violento da modificare le menti anche di chi subisce tali dinamiche.
Il servo vive d’invidia sociale, finisce per aspirare al denaro dei nobili, li vede come modelli inarrivabili. Di più: sotto il primo livello più sociale e contingente ribollono archetipi psichici, voracità reciproche, incapacità di concepire rapporti paritari. In tal senso il testo risulta del tutto congeniale al cinema di Bergman e della Ullmann, permettendo al film di avvitarsi in una struttura a spirale che è ben nota nel cinema dei due sodali scandinavi: quel cinema del crudele scavo psicologico, che spesso chiude due (o comunque pochi) personaggi in inquadrature e spazi profilmici sempre più ristretti e claustrofobici, con uso ricorsivo di soffocanti primi piani.
Liv Ullmann è stata protagonista per Bergman di alcuni di questi sadici balletti (Persona, Sussurri e grida, Scene da un matrimonio, Sinfonia d’autunno…) e ne L’infedele come regista ha avuto profondo rispetto per tale modello creativo.
In Miss Julie le scelte espressive sono del tutto coerenti con questa impostazione, lasciando seguire a una prima fase di studio reciproco tra i personaggi un crudele confrontarsi tra rancori e interdetti. Tra un bacio sulle scarpe e continui riferimenti a rapporti umani intesi come tra padrone e animale (cani e collari ritornano spesso nei dialoghi), la Ullmann riesuma la consapevole lungimiranza di un autore teatrale di fine Ottocento, capace di dare evidenza metaforica ad audaci figurazioni bondage ante litteram.

Ciò detto, quel che sembra mancare a Miss Julie è una riflessione più accurata nella traduzione di tale corposa materia in ambiente-cinema. L’insieme è molto corretto e senza sbavature, e la Ullmann utilizza in modo scaltro anche l’unicità di tempo e spazio. L’azione si svolge infatti per lo più nelle cucine della magione, ma non tira più di tanto aria di teatro filmato poiché la claustrofobia dei rapporti narrati trova logica rispondenza nell’asfissiante unicità del luogo scenico, prigione esteriore di esistenze a loro volte prigioniere di barriere psico-sociali. Manca però un vero lavoro sul linguaggio filmico, come se l’estremo ossequio per l’intoccabile fonte letteraria avesse affossato qualsiasi possibilità di ragionare più a fondo sulle opportunità cinematografiche del testo. Così Miss Julie resta sulla soglia dell’accademia, e i suoi attori, pur meritevoli d’elogio per il tour de force (per più di due ore stanno in scena solo in tre), si adeguano a questo generale rispetto della lettera. A Colin Farrell verrebbe comunque da suggerire di variare un po’ le espressioni di timidezza stuporosa, mentre Jessica Chastain si conferma ottima interprete di isterie trattenute. Di lato, Samantha Morton è la migliore di tutti.

Info
Il trailer di Miss Julie su Youtube.
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