Torino 2015 – Minuto per minuto

Torino 2015 – Minuto per minuto

Eccoci nuovamente all’ombra della Mole per il Torino Film Festival 2015, all’inseguimento di opere prime (seconde e terze), documentari italiani e internazionali, retrospettive, omaggi, (ri)scoperte.

Torino 33, TFFdoc, Onde, After Hours, Festa Mobile, fantascienza, Augusto Tretti, Orson Welles e via discorrendo. La cronaca del Torino Film Festival 2015, fatta un po’ come ci pare, tra annotazioni, impressioni e critichelle lampo, forse neve, sicuramente pioggia, freddo pungente, chiacchiere cinefile, passioni e delusioni. In caso, buona lettura…

 

Sabato 28 novembre

20.01
Chiudiamo i nostri aggiornamenti dalla 33esima edizione del Torino Film Festival con la lista dei vincitori:

Miglior film: Keeper di Guillaume Senez
Premio Speciale della giuria: La Patota (Paulina) di Santiago Mitre
Premio per la Miglior attrice: Dolores Fonzi per il film La Patota (Paulina) di Santiago Mitre
Premio per il Miglior attore: Karim Leklou per il film Coup de chaud di Raphaël Jacoulot
Premio per la Miglior sceneggiatura ex-aequo: A Simple Goodbye di Degena Yun e Sopladora de hojas di Alejandro Iglesias Mendizábal
Premio del pubblico: Coup de chaud di Raphaël Jacoulo

Miglior film per Internazionale.doc: Fi rassi rond-point di Hassen Ferhani
Premio Speciale della giuria per Internazionale.doc: Gipsofila di Margarida Leitão

Miglior Film per Italiana.doc: Il solengo di Alessio Rigo de Righi e Matteo Zoppis
Premio Speciale della giuria per Italiana.doc: La gente Resta di Maria Tilli

18.56
Il documentarista Felice Pesoli realizza con Prima che la vita cambi noi un ritratto della Milano (ma non solo…) degli anni ’60 e ’70, tra echi hippie e sogni di libertà, allestendo al contempo lo spaccato composito e corale di un’intera generazione che, come si dice nel film, provò a vivere in un modo che fosse già cultura di suo, senza la necessità di ulteriori sovrastrutture. Un gruppo di giovani animati dalla volontà di non permettere che “la vita, il paradiso o un qualsiasi sistema sociale” li assorbisse, la cui fame di vita, rivalsa e giustizia, divisa tra sano ribellismo e generose utopie, è resa tangibile da un buon documentario, solo un po’ meccanico e standardizzato nell’alternanza repertorio/interviste e poco incline a problematizzare. Alle domande scomode, infatti, il lavoro di Pesoli preferisce l’ovatta del ricordo e la sottolineatura del buono che vi fu in quegli anni e in certi movimenti giovanili: una presa di posizione non sfaccettata ma nemmeno deprecabile, data la sincerità di fondo dello sguardo del regista. L’istantanea di una condizione di assoluta purezza, come recita il bellissimo titolo, perduta e oggi praticamente inimmaginabile… [d.s.]

18.44
Forse il film più libero e selvaggio visto quest’anno a Torino, Eterophobia dell’argentino Goyo Anchou, presentato in Onde, è una parabola queer ambientata a Buenos Aires a metà tra soluzioni lisergiche e avanguardismo sperimentale, con un inizio folgorante e disturbante (una fellatio serigrafata in maniera quasi warholiana, attraverso una studiata segmentazione dell’immagine) e un gran numero di trovate provocatorie e corrosive, al limite dell’installazione videoartistica. Anchou coniuga virtuosismo e sentimentalismo, presa diretta e onirismo, viaggio psichedelico e mappatura del contemporaneo, senza mai prescindere da una chiara e inequivocabile connessione tra discorso di genere e presa di posizione politica (l’omosessualità come gesto di ribellione anti-patriarcale in una società maschilista e ottusa, che costringe a un percorso di catarsi pubblica doloroso e irto di ostacoli). L’eredità del Cinéma Nôvo e gli influssi del cinema muto italiano e dell’estetica di Youtube sono affastellati e riformulati all’interno di un unico calderone, ribollente di stimoli in perenne e fruttuosa contraddizione tra loro. Un flusso disorganico e sfacciato che sfida le convenzioni e ne esce vittorioso nonostante qualche inevitabile, pretestuosa sfasatura. Laddove si pecca, comunque, lo si fa sempre per eccesso di generosità… [d.s.]

15.48
Cortometraggio realizzato con il patrocinio degli enti locali e nato a scopo promozionale, Pompei Eternal Emotion del regista partenopeo Pappi Corsicato, presentato nella Sezione Onde del TFF 33, è un’incursione sinuosa e al contempo statica nelle rovine di Pompei, un fermo immagine filmato con la maggior enfasi possibile e con un grande sfoggio di riprese coreografie e movimenti di macchina leziosi e avvolgenti: un’istanza lirica un po’ didascalica che però non produce nulla di particolarmente rilevante e originale, limitandosi esclusivamente alla confezione sgargiante e ad effetto e a uno spot patinato per la bellezza del luogo, senza agguantare nessuna riflessione particolare. [d.s.]

13.56
Un po’ di premi. Collaterali.
# Premio Scuola Holden – Miglior sceneggiatura di Torino 33 a Sopladora de hojas di Alejandro Iglesias Mendizábal (Messico, 2015).
# Premio Achille Valdata – Miglior film di Torino 33 a La patota di Santiago Mitre (Argentina/Brasile/Francia, 2015).
# Premio Avanti – Distribuzione nel circuito Lab 80 film: Dustur di Marco Santarelli (Italia, 2015). Menzione speciale: Vincenzo da Crosia di Fabio Mollo (Italia, 2015).
# Premio Gli occhiali di Gandhi a Dustur di Marco Santarelli (Italia, 2015). Menzione speciale: La patota di Santiago Mitre (Argentina/Brasile/Francia, 2015). Menzione speciale: Idealisten di Christina Rosendahl (Danimarca, 2015).
# Premio Interfedi per il rispetto delle minoranze e per la laicità a Coup de chaud di Raphaël Jacoulot (Francia, 2015). Menzione speciale: Flotel Europa di Vladimir Tomic (Danimarca/Serbia, 2015).
In serata il resto… [e.a.]

12.59
Si è chiuso anche il concorso di Italiana.doc con il poco convincente La gente Resta. Diretto da Maria Tilli, il film si concentra sulla famiglia Resta che vive da decenni nel quartiere Tamburi di Taranto ed è costretta a fare i conti con quel mostro distruttivo che è l’Ilva. Indeciso nei toni e nel racconto tra il film-inchiesta e il ritratto intimo di storie familiari, La gente Resta è decisamente un’occasione mancata. Anche perché non sono molte le testimonianze che ci sono arrivate in questi ultimi anni sulla dolorosa vita di singole persone che hanno subito – stanno subendo e subiranno – gli effetti nefasti dell’inquinamento dell’acciaieria più grande d’Europa. [a.a.]

12.12
Ci si avvicina alla conclusione di questa 33esima edizione del festival e stasera verranno per l’appunto annunciati i vincitori delle varie sezioni. In particolare, si attende di sapere con una certa curiosità quale sarà il responso della giuria del concorso internazionale presieduta quest’anno da Valerio Mastandrea. In effetti vi sono in selezione parecchi titoli di buon livello, se non ottimo, che possono puntare al premio principale, come ad esempio John From, The Idealist, La patota (Paulina), Coma e anche The Waiting Room, l’ultimo dei film presentati all’interno di questa sezione. Diretto da Igor Drljaca, The Waiting Room vede per protagonista un attore bosniaco che vive in Canada e ripensa alla patria lontana e alla tragedia della guerra in cui ha perso affetti e celebrità. Ora infatti è costretto a recitare in brutti film, mentre vorrebbe rientrare in Bosnia per tornare a recitare a teatro. Sospeso in un flusso quasi sonnambolico in cui si confondono set cinematografici e esperienze reali del protagonista, The Waiting Room è un ennesimo tassello capace di aiutarci a riflettere sul conflitto nell’ex-Jugoslavia, da vedere tra l’altro in accoppiata a Flotel Europa, presentato anch’esso in questa edizione del festival. [a.a.]

 

Venerdì 27 novembre

17.03
La sezione Italiana.doc ha offerto, nella giornata di oggi, il documentario Dustur. Un progetto interessante, quello di Marco Santarelli, incentrato sul percorso possibile di contatto con l’immigrato nel luogo più buio, quello di un carcere. Non c’è retorica, nel documentario di Santarelli, ma la costante ricerca di un confronto tra culture e angoli di visuale sul vivere civile, con al centro la giustapposizione tra la Carta Costituzionale italiana e quella, giovanissima, di un paese come la Tunisia. Un prodotto apprezzabile anche se a tratti un po’ slegato, forse poco centrato per gran parte della sua durata, ma da sostenere per concetto e intenti. [m.m.]

16.25
All’interno della retrospettiva “Cose che verranno” c’è stato modo di recuperare anche quei pochi – e seminali – film di fantascienza prodotti in Italia negli anni Sessanta. Non solo L’ultimo uomo della Terra, non solo Il seme dell’uomo, ma anche naturalmente La decima vittma, sortita sci-fi di Elio Petri del 1965 con Marcello Mastroianni e Ursula Andress. Pop, satirico, crudele e scherzoso, La decima vittima ha anticipato tanto cinema successivo, soprattutto – purtroppo – non italiano. Si pensi anche solo alla saga de La notte del giudizio, la cui ipotesi di crimine legalizzato era già stata largamente anticipata da questo film di Petri. Non solo, l’autore di Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto anticipa anche se stesso: gli interni in cemento armato, i luoghi asettici e claustrofobici, il set come luogo della morte in diretta… sono tutti elementi che si ritroveranno dieci anni dopo in quel capolavoro apocalittico che è Todo modo (e la cui presenza in retrospettiva non sarebbe poi stata forse un’idea troppo peregrina). [a.a.]

15.50
La giornata di ieri ha accolto, tra le altre cose, la proiezione dell’esordio della regista libanese Sara Fattahi, Coma: racconto allucinato di tre donne recluse in un appartamento di Damasco, mentre all’esterno infuriano guerra e paura. Radicale nelle scelte, in parte respingente nell’approccio alla messa in scena, il film della Fattahi (già premiato al francese Cinema du reél) è comunque opera potente e rigorosa, di una lucidità che cancella ogni dubbio sull’etica della visione proposta dalla regista. [m.m.]

13.10
Torniamo alla serata di ieri, chiusa con il divertente horror The Final Girls di Todd Strauss-Schulson, giocattolo metalinguistico, citazionista, ricco di intuizioni visive e non solo narrative. Figlio delle riflessioni craveniane, regge perfettamente dal punto di vista filologico e dissacrante, ma non riesce nell’impresa di essere effettivamente una pellicola horror. Si sorride, ma non si salta mai sulla poltrona. [e.a.]

12:55
Prosegue il nostro percorso attraverso le distopie della retrospettiva “Cose che verranno”. Dopo aver rivisto su grande schermo lo scenario post-apocalittico de La fine del mondo (1959) di MacDougall, col suo messaggio umanista e pacatamente ottimista, ci siamo inabissati nella pellicola ceca The End of August at the Hotel Ozone (1967) di Jan Schmidt. La traumatica regressione tecnologica è accompagnata da un imbarbarimento quasi animalesco: il gruppo di giovani donne, idealmente l’unica speranza per l’umanità, è mosso da istinti violenti, dall’incapacità di relazionarsi con gli animali, la natura e l’unico uomo che incrociano dopo anni e anni di vana ricerca. Proiettato in copia in buonissimo stato, con un perfetto bianco e nero, The End of August at the Hotel Ozone si lega tematicamente a un recentissimo post-apocalittico inglese, l’ottimo The Survivalist di Stephen Fingleton, passato al Trieste Science+Fiction 2015. Il futuro non è sempre roseo… [e.a.]

 

Giovedì 26 novembre

17:28
Maestro indiscusso del videoclip, del lungometraggio e del documentario musicale Julien Temple è quest’anno al Festival per due ottimi buoni motivi (lo scorso anno era qui per ricevere il Gran Premio Torino): riveste il ruolo di guest director, con una sua personale porzione di programmazione, e presenta anche il suo nuovo lavoro The Ecstasy of Wilko Johnson. Ma al centro del suo film, questa volta, troviamo soprattutto un particolare evento biografico del suo oggetto d’elezione: nel 2013 a Johnson, ex chitarrista e cantante dei Dr. Feelgood, è stato diagnosticato un cancro al pancreas in fase terminale. L’aspettativa di vita doveva essere di circa 10 mesi, ma il musicista è ancora tra noi. Johnson occupa la scena dunque con una serie di riflessioni sulla vita e sulla morte, accompagnate da quello che lui definisce con un autoironico gioco di parole “sense of tumor”. Si susseguono inserti da altri film a tema mortifero (tra gli altri: Scala al Paradiso, Il settimo sigillo), animazioni, riprese dal tour di congedo e filmati d’epoca. Ma nonostante il tema del film sia di un certo peso (la morte, per inciso) non risulta sufficiente ad alimentare il lungometraggio per tutta la sua la durata. Un po’ più di rock & roll poi, non sarebbe guastato. [d.p.]

17:04
Anche nella Birmania/Myanmar, della quale si attendono gli interessanti sviluppi dopo la vittoria alle recenti elezioni libere del premio Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi, esiste una causa LGBT. O meglio esistono coraggiosi gay locali che tentano la via dell’organizzazione collettiva anche in un remoto villaggio sulle rive del fiume Irrawaddy. Andrea Zambelli, Nicola Grignani e Valeria Testagrossa realizzano con Irrawaddy mon amour un bel documentario mai militante o civile in modo declamatorio, ma costruito per pedinamenti dei suoi personaggi, di riti, costumi e azioni collettive. In TFFdoc/Italiana.doc. [m.s.]

16.20
Terzo lungometraggio scritto e diretto da Raphaël Jacoulot (Barrage, The Night Clerk), selezionato in concorso al TFF2015, Coup de chaud resta imbrigliato in una struttura rigida e geometrica, tratteggiando un’operetta morale forzata, troppo sbrigativa nel finale e nel delineare le piccolezze e le meschinità della vita di provincia. Interessante il cast, tra volti nuovi (Manon Valentin, ennesima francesina da seguire) e vecchie volpi (il compassato Jean-Pierre Darroussin). [e.a.]

15.20
Affollatissima, nella serata di ieri, la proiezione per il pubblico di Brooklyn di John Crowley: melò classico (ma narrativamente ingessato) tutto al servizio di una rifulgente Saoirse Ronan, mancante di sostanza sotto la scintillante confezione. Un prodotto che usa, con astuzia, la confezione del period drama e la superficiale riflessione sull’immigrazione, per mettersi al servizio del volto, e del corpo, di una protagonista già lanciata per la corsa all’Oscar. Il pubblico torinese, come già quelli del Sundance e di Toronto, sembra comunque aver apprezzato. [m.m.]

13.12
Arrivano ancora soddisfazioni dalla sezione di Internazionale.doc – e non poteva essere altrimenti, vista la sua tradizione. In mattinata abbiamo avuto la possibilità di recuperare Flotel Europa, in cui il regista – Vladimir Tomic – ci mostra delle riprese di repertorio, risalenti ai primi anni ’90 quando – durante la guerra nell’ex-Jugoslavia – lui, insieme a parte della sua famiglia e a centinaia di altri profughi, si trovò a vivere a lungo a bordo di una gigantesca nave-rifugio attraccata al porto di Copenaghen. Memoria privata e collettiva, tentativo di riappropriazione del passato, coming of age sulle crudeltà di un conflitto fratricida: Flotel Europa è uno di quei titoli indispensabili per continuare a sondare le profonde e ataviche motivazioni che finirono per scrivere una delle pagine più nere della storia del nostro continente. [a.a.]

12.22
Approfittando del mini-omaggio a Orson Welles, non potevamo esimerci dal riandare a vedere su grande schermo L’infernale Quinlan, che dà anche il nome a questo nostro sito. Copia perfetta in DCP della versione restaurata nel 1998 con il contributo di Walter Murch e di Jonathan Rosenbaum, mentre tra i ringraziamenti c’è anche il nome di Ciro Giorgini, importante dettaglio che avevamo dimenticato. Comunque, il film di Welles non invecchia mai e, anzi, sembra sempre più provenire da un altro spazio e da un altro tempo, con quei dolly che stanno a simboleggiare il destino che, inesorabile, avvolge i protagonisti e con quegli incroci costanti di personaggi all’interno della stessa inquadratura che stanno a ricordarci il perfetto meccanismo narrativo, in cui tutto si interseca e tutto ritorna e ogni dettaglio ha un suo senso, una sua ambiguità, una sua doppia lettura. Nota tecnica: sul programma del festival è indicato il minutaggio sbagliato, di 95′, che era la durata della versione pre-restauro. Ora, reintegrate le varie parti, il film dura 111 minuti. [a.a.]

11:39
Chi di noi non si è mai chiesto quali siano le storie, le speranze e i desideri delle tante badanti che abitano gli appartamenti dei nostri anziani parenti? Anche Elisabetta Sgarbi si è posta il problema e ci presenta ora la sua indagine audiovisiva con Colpa di Comunismo, in concorso al 33/esimo Torino Film Festival. Pedinando tre donne di origini rumene alla ricerca di lavoro tra Fabriano e Ferrara, la Sgarbi ricerca l’affondo nelle loro quotidianità, ma non riesce ad evitare un certo paternalismo nello sguardo che rivolge ai vari personaggi, solo in parte nobilitato da una parallela ricerca etnografica ed etnomusicologica, firmata nientemeno che da Franco Battiato. [d.p.]

 

Mercoledì 25 novembre

23:39
Skaters vampiri a Città del Messico. Ma non stiamo parlando di un horror, bensì di un racconto di formazione tenero e violento che coinvolge due amici adolescenti, occasionalmente amanti. Te prometo anarquia, questo il titolo – bellissimo – del film diretto dal messicano Julio Hernández Cordón presentato nella sezione Festa Mobile, segue i suoi protagonisti nei loro pellegrinaggi urbani volti a raggranellare denaro in un modo molto particolare: i due vendono il sangue illegalmente e si preoccupano di procacciare altri donatori prezzolati. Quando però il loro mandante diventa il narcotraffico, la situazione si complica. Spaccato onesto e schietto del mondo giovanile di Città del Messico, Te prometo anarquia cede a qualche cliché, paga il debito al cinema di Gus Van Sant (Paranoid Park) e a Transpotting, ma è un film sincero, ben diretto e che non manca affatto di una sua personalità. Di  Julio Hernández Cordón, già regista di Gasolina e Polvo, sentiremo ancora parlare. [d.p.]

20.22
Sorpresa molto positiva in concorso con John From, opera seconda da regista di João Nicolau, montatore portoghese che ha lavorato con Gomes ma anche in L’estate di Giacomo (e Alessandro Comodin è il montatore di questo film). Un film di grande freschezza e delicatezza, con tocchi di surrealismo, e incentrato sulla figura di una ragazza, Rita, con i suoi sogni, i suoi amori, la sua esplorazione del mondo. Una Amélie portoghese che non ha bisogno di stupire con effetti speciali. [g.r.]

19.40
Dall’omaggio ad Augusto Tretti – che praticamente si è concluso oggi qui al festival con un incontro dedicato al suo cinema – si debbono trarre note più negative che positive. Intanto il rammarico per un cineasta che in tanti anni di attività ha potuto realizzare così pochi film – caso, purtroppo, non raro nel nostro cinema; si pensi a Caligari – e poi l’amarezza per non aver potuto rivedere tutte le sue opere, anche se così poche. Il festival ha deciso infatti di mostrare al pubblico solo La legge della tromba (1962) e Il potere (1971), tenendo fuori dalla programmazione sia Alcool (1980) che il mediometraggio Mediatori e carrozze (1985). Inoltre l’incontro – durante il quale è stato proiettato il bel documentario di Maurizio Zaccaro su (e con) Tretti, intitolato semplicemente Augusto Tretti: un ritratto – è stato seguito da un pubblico decisamente poco numeroso. Per fortuna, oltre all’ottimo volume pubblicato dalla Cineteca Nazionale, almeno una nota positiva c’è ed è la recente scoperta, all’interno dell’archivio Tretti, di un altro suo lavoro, Malavita, sorta di prova generale per La legge della tromba: trattasi di un mediometraggio della durata di 39′ che sarebbe dovuto essere muto con delle parti sonorizzate dallo stesso Tretti, il quale con la bocca era in grado di riprodurre una gran quantità di suoni e rumori. Di Malavita sono stati mostrati però solo alcuni minuti, mentre vorremmo poter avere la possibilità di vederlo tutto. Certo, non c’è più il sonoro ma si tratta comunque di un lavoro compiuto e, tanto per fare un esempio, di recente abbiamo assistito a proiezioni pubbliche di materiali molto ma molto più incompleti, vedi Il mercante di Venezia. [a.a.]

16.17
Con The Forbidden Room, selezionato in Afterhours, Guy Maddin confeziona un nuovo pastiche cinematografico, un collage di finti film che spaziano nell’estetica di genere, vintage, dei film d’avventura, horror, di fantascienza, fumetti e fotoromanzi, tra sommergibili e vulcani. In co-regia con Evan Johnson, Maddin esplora territori relativamente inediti, ma il suo cinema è sempre quello, fantasmagorico, folle e filologicamente cinefilo da un lato, dove non si sfugge dall’overdose di immagini dall’altro.

15.45
Le stagioni che sono le stagioni della vita, la riunificazione famigliare, l’incomunicabilità, la metastasi della società confuciana patriarcale e in più un po’ di metacinema. A Simple Goodbye, opera seconda di Degena Yun presentata in concorso al TFF 2015, è un lavoro onesto in cui sono evidenti le lezioni dei maestri, da Ozu fino a Tsai Ming-liang per arrivare al padre della regista, il regista mongolo Saifu del cui film The Sorrow of Broke si vedono dei frammenti. [g.r.]

14.52
Presentato in Italiana.doc, Vincenzo da Crosia di Fabio Mollo racconta la vita di Vincenzo Fullone, mistico calabrese passato dalle apparizioni della Madonna all’omosessualità dichiarata all’impegno per la popolazione di Gaza. Ma più che sulle scelte estetiche, nel segno di una classicità in cui la mano del regista è quasi invisibile, o su quelle di selezione del materiale, il problema principale del film di Mollo sta nel suo costante flirtare con l’agiografia, con una resa del personaggio che (seppur in modo celato) mostra l’evidente simpatia del regista per il suo percorso. [m.m.]

14.31
Per fortuna, giusto all’ultima proiezione utile, abbiamo avuto la possibilità di recuperare Recollection, film del regista palestinese Kamal Aljafari presentato in Internazionale.doc, dopo essere passato sempre quest’anno a Locarno. Per fortuna perché si tratta di un titolo che merita di essere accostato a La France est notre patrie di Rithy Panh, presentato sempre qui a Torino, visto che entrambi ragionano in termini radicali sul concetto di orientalismo. Aljafari ha raccolto nel corso degli anni film israeliani e americani ambientati a Jaffa, la città dove è cresciuto (e ultimo avamposto palestinese prima della sconfitta subita dall’esercito israeliano nel ’48); poi vi ha tolto gli attori che erano in scena e si è concentrato sullo sfondo, quel che a lui interessa. Così si compie un gesto di riappropriazione dell’immaginario e si raschia via la propaganda occidentale, per ritrovare luoghi cari, volti forse conosciuti, palazzi che non vi sono più perché distrutti da una o più guerre. Lo stesso in fin dei conti fa proprio Rithy Panh nel momento in cui ci mostra le riprese girate dai francesi al tempo dell’occupazione dell’Indocina e le ribalta di senso, lasciando trapelare la crudeltà e il vile indottrinamento. [a.a.]

13.40
Una delle visioni più ipnotiche di questi giorni torinesi. Nacimiento del colombiano Martin Mejìa Rugeles rifiuta quasi totalmente la parola per immergersi in un quieto flusso d’immagini. Quieto e laborioso, come la natura muta o in movimento di giorno in giorno, e l’attività dell’uomo per ricavarne i frutti necessari alla sopravvivenza. Girato in un villaggio in mezzo alla foresta, dove una ragazza attende un figlio e la sua famiglia composita si prepara all’evento, il film si sintonizza sui ritmi di un fiume che scorre, potente e inesorabile. Domina un senso di armonia (e di resa) tra uomo e natura, una sorta di Paradiso Perduto in cui la vita si rinnova secondo ancestrali catene dell’essere. Nella sezione Onde. [m.s.]

12.42
A ben vedere l’epoca dei romantici non costituisce di frequente materiale cinematografico. Con Guldkysten, sua opera prima di fiction, Daniel Dencik recupera la figura di Wulff Joseph Wulff, botanico danese che nel 1836 fu spedito dal re in Africa (zona della Costa d’Oro) per occuparsi di alcune piantagioni di caffè. Il film è in parte ispirato alle lettere dello stesso Wulff, ampiamente citate in voce over e impastate di idealismo tipicamente romantico. Proveniente dal documentario, Dencik mira molto alto, costeggiando atmosfere alla Herzog e pratiche alla Malick. Ma Guldkysten è caratterizzato da una strana assenza di emozioni e il commento musicale di Angelo Badalamenti gioca contro il film. Al TFF 2015 per Festa Mobile. [m.s.]

11.02
È stato presentato in questi giorni nella sezione Festa mobile il nuovo film da regista di Christopher Doyle, Hong Kong Trilogy: Preschooled Preoccupied Preposterous. Il leggendario direttore della fotografia australiano, trasferitosi da decenni a Hong Kong e collaboratore abituale di Wong Kar Wai, costruisce un ritratto tenero e appassionato della sua patria adottiva, andandosi a cercare in particolare coloro che rappresentano i magini della società o, per dirla altrimenti, le ‘minoranze’: bambini che riflettono sul futuro, giovani che protestano per mantenere il diritto di voto, anziani che fanno strampalati ragionamenti. Ne vien fuori un film surreale, commovente, tutto costruito sull’understatement e – ovviamente – visivamente bellissimo. [a.a.]

 

Martedì 24 novembre

19.23
Entra immediatamente tra i film da ricordare di questa 33esima edizione del festival il nuovo lavoro di José Luis Guerin, L’accademia delle muse, presentato in TFFdoc nello spazio Mediterraneo. Seguendo il professore Raffaele Pinto, napoletano di stanza a Barcellona dove insegna filologia italiana, il cineasta spagnolo costruisce un sottilissimo gioco ironico-filosofico sull’amore. Pinto infatti tiene un corso sulle muse e vuole convincere le sue studentesse a svolgere un ruolo da muse ‘attive’, mentre a casa viene rimbrottato e schernito dalla moglie. L’accademia delle muse è un gioco sulla finzione, sul linguaggio e sulle schermaglie amorose, con la leggerezza di un film di Rohmer ma senza perdere lo spirito documentaristico e un po’ surreale tipico di Guerin; a tal proposito la parte in Sardegna regala entusiasmanti momenti di documentazione musicale. [a.a.]

16.20
Breve opera a inquadratura fissa e animata solo da tre personaggi, Morituri di Daniele Segre coniuga impostazioni attoriali di stampo teatrale a una certa radicalità cinematografica. L’occhio del cinema stavolta coincide con l’occhio dei morti. A tratti divertente, esile e ambizioso al contempo. Al TFF 2015 per Festa Mobile/Palcoscenico. [m.s.]

16.15
La retrospettiva “Cose che verranno” del TFF2015 ci permette qualche prezioso recupero e più di un fertile confronto tra pellicole che hanno segnato la storia della science fiction, dalle suggestioni socio-politiche degli anni Settanta, agli scenari post-atomici anglofoni e nipponici, alle futuribili (pre)visioni del cyberpunk. Sovrapponiamo, ancora impresse sulla retina, le architetture monumentali di Akira e Blade Runner; ci perdiamo nei deserti che verranno de Il pianeta delle scimmie e Interceptor, nelle città senza vita de La fine del mondo e The Quiet Earth; riscopriamo i paradossi, apparentemente distanti, de L’uomo che visse nel futuro e It Happened Here. Il viaggio nel futuro di oggi prevede, in serata, due distopie degli anni Settanta intrise di paradossale e cupa violenza, Anno 2000 – La corsa delle morte di Bartel e 2022: I sopravvissuti di Fleischer (alle 19.45 e alle 22.15 al Reposi, sala 4). Cose che verranno… [e.a.]

11.33
Mediometraggio documentario, Il successore di Mattia Epifani narra un caso di coraggio etico sulle orme di un ex-industriale italiano delle mine anti-uomo riconvertito in sminatore. Pur costeggiando le rive del racconto edificante, Epifani evita le trappole del cinema da “buon esempio” grazie a un apprezzabile sobrietà di sguardo, lento e meditativo. Per TFFdoc/Italiana.doc. [m.s.]

11.23
Presentato questa mattina alla stampa l’esordio di Samuele Sestieri e Olmo Amato, I racconti dell’orso, in concorso; un viaggio fiabesco alla ricerca del senso dell’umano. Alcuni spunti molto interessanti e una ricercatezza visiva apprezzabile non riescono ad annullare l’impressione di un film che arriva alla durata del lungometraggio con il fiato corto; forse avrebbe giovato un minutaggio meno espanso, tra il corto e il mediometraggio. Onore comunque al coraggio di due giovani registi che hanno trovato il modo per prodursi il film evitando le secche dell’industria, o di quel che ne rimane. [r.m.]

10.52
La Notte Horror di sabato scorso si è conclusa alle prime luci dell’alba con la proiezione di February, opera d’esordio alla regia per Osgood Perkins, figlio di Anthony. Il neo-autore sceglie di tenersi lontano dalle retoriche mainstream del genere horror, adottando un passo lento ed enfatico, in cui gioca un ruolo fondamentale l’ipnotico commento musicale del fratello Elvis Perkins. Da un lato February si affida al filone super-collaudato delle possessioni demoniache, dall’altro lo scardina tramite gli strumenti dell’enfasi e dell’amplificazione, scomponendo il racconto, frantumando i punti di vista e la linearità temporale. Ambiziosissimo negli intenti, il film di Perkins lascia un po’ l’impressione della montagna che partorisce il topolino, ma conserva un indubbio fascino e fa ben sperare per il prosieguo della carriera di filmmaker di cotanto figlio d’arte. Per la sezione After Hours. [m.s.]

10.44
Una delle opere più enigmatiche del concorso a Torino 33. God Bless the Child mette in scacco qualsiasi tentativo di lettura facile e immediata. Estremamente semplice, estremamente indecifrabile. I due autori, Robert Machoian e Rodrigo Ojeda-Beck, raccontano la giornata di quattro bambini e una sorella più grande abbandonati da una madre depressa e irresponsabile, ma per far questo utilizzano i figli di uno di loro, mescolando fino all’indecidibilità riprese in cattura di realtà e scene preordinate, lunghi piani-sequenza spontanei e altri scritti e costruiti. Affascinante e potente, e sicuramente testimone di un cinema pionieristico. Ma anche fitto di enigmi e interrogativi, etici ed estetici, per chi vede. [m.s.]

10.24
Presentato ieri sera alla stampa – nella sezione Festa mobile – il nuovo film di Scott Graham, Iona. Già vincitore nel 2012 del Torino Film Festival con Shell, Graham prosegue il suo discorso su solitudini familiari nel contesto di una Scozia inospitale e selvaggia. In particolare con Iona il regista cerca di riflettere sul divino e – in spirito dreyeriano – sulle possibilità dell’arrivo di un miracolo. Narrazione classica, personaggi discretamente connotati e messa in scena secca ed essenziale: Iona non regala grosse sorprese, ma si regge almeno su una sufficiente solidità da dramma sociale. [a.a.]

 

Lunedì 23 novembre

16.16
Proiezione emozionante quella finita pochi minuti fa alla sala 3 del Cinema Massimo. Come evento speciale è stato presentato al pubblico Tragica alba a Dongo, il film del giornalista Vittorio Crucillà che venne bloccato nel 1950 dalla censura andreottiana ed è rimasto invisibile per oltre trent’anni, prima di un recupero proprio torinese di Alberto Farassino. Quindi nuova scomparsa della pellicola, a seguito della morte di Crucillà, e nuovo miracoloso e travagliato recupero pochi anni fa. Al di là dell’importanza storica, Tragica alba a Dongo sorprende per la ricchezza espressiva: sfruttando l’escamotage del documentario narrato di scuola Istituto Luce, Crucillà racconta l’ultima notte di vita di Benito Mussolini, e quell’istante, euforico e tragico allo stesso tempo, in cui la lotta partigiana si rivelò vittoriosa. Un’opera di smitizzazione che nel 1950 si dimostra nettamente avanti sui tempi e che riesce, in qualche modo, anche a collegarsi all’epoca di rinnovamento del cinema italiano attraverso il Neorealismo. Potente espressione di un’idea di cinema e di politica che non aveva timore di usare l’ars retorica e che, per questa sua scelta di libertà, non poteva che essere invisa a un potere reazionario e conservativo come quello democristiano. [r.m.]

15.31
Un film inchiesta rigoroso e serrato su un fattaccio di politica internazionale poco noto. Idealisten della regista danese Christina Rosendahl mescola realtà e finzione per raccontare di come il governo danese segretò le carte di un incidente nucleare avvenuto in Groenlandia nel 1968, quando un aereo militare Usa precipitò tra i ghiacci con il suo prezioso carico: quattro bombe nucleari. Ricostruendo la storia del coraggioso giornalista che portò alla luce la verità nel 1988 e innestandovi suggestivi filmati di repertorio, la regista si muove con sapienza sul confine tra thriller politico e documentario, nel nome di quel cinema civile che noi non sappiamo più fare. In concorso al TFF 2015. [d.p.]

15.00
Il regista di Killer in viaggio e Kill List Ben Wheatley si cimenta con le metafore post-darwiniane e post-capitaliste di James Ballard (Condominio è il titolo italiano del romanzo) in High Rise, presentato in Festa Mobile al Torino Film Festival. Con protagonista un ottimo e inamidato Tom Hiddleston, il film di Wheatley ci trasporta in un grattacielo londinese di ultima generazione, strutturato materialmente come una piramide sociale, e dove i conflitti di classe stanno per esplodere. Vera e propria orgia si sesso, violenza, sarcasmo e teorie sociali regressive, High Rise manca però di struttura, configurandosi come un lungo climax accompagnato dalle impeccabili musiche di Clint Mansell. Si ama o si odia. In ogni caso è già un cult. [d.p.]

12.02
Sta passando quasi completamente sotto silenzio qui al festival un titolo invece interessante come Antonia, esordio di Ferdinando Cito Filomarino, soppiantato a livello mediatico e di pubblico da altri titoli italiani forse meno meritevoli, come La felicità è un sistema complesso o Lo scambio. Prodotto da Luca Guadagnino, il film racconta la vicenda di una poetessa misconosciuta morta giovanissima alla fine degli anni Trenta: Antonia Pozzi. Girato con eleganza e con qualche intelligente sprazzo visionario (le montagne come abisso esistenziale) e forte in sede di fotografia della mano felice di Sayombhu Mukdeeprom, collaboratore abituale di Apichatpong Weerasethakul (oltre che del Miguel Gomes di As Mil e Uma Noites), Antonia è un film asciutto e rigoroso, al cui centro campeggia il drammatico percorso esistenziale di una giovane i cui afflati vitalistici vennero censurati e occlusi dal grigiore che la circondava. [a.a.]

 

Domenica 22 novembre

21.33
Con la ripresa di uno spettacolo di danza dalla forte carica erotica, Davide Ferrario vorrebbe tonnare ai discorsi aperti con Guardami, la sessualità e la sua rappresentazione, arricchendo e sviluppando il tema con il raffronto tra le varie forme d’arte. La riproducibilità dell’opera d’arte e la riproduzione. Ma tutti gli espedienti del regista volti ad arricchire e impreziosire l’oggetto del film non riescono ad andare molto lontano e Sexxx, presentato in Festa mobile, non è molto di più che la ripresa di un accattivante balletto, sicuramente più efficace assistendovi dal vivo. [g.r.]

20.51
Diretto per il cinema da Rufus Norris, anche regista dell’omonimo spettacolo teatrale, London Road contamina in modo intelligente docu-drama, realismo britannico e musical, ispirandosi a un fatto di cronaca che scosse la città di Ipswich nel 2006. Satira feroce contro il British Way of Life, di cui si additano classismo, ipocrisia e tendenza all’esclusione sociale, il film ricorre alla macrostruttura del musical per svelarne mistificazioni ottimistiche e al contempo piegarne i contenuti a una penetrante riflessione sulla parola. Breve cameo per Tom Hardy. Al TFF 2015 per la sezione Festa Mobile. [m.s.]

18.58
Dopo essere passato in concorso alla scorsa Berlinale, è approdato all’ombra della Mole Antonelliana Under Electric Clouds, il nuovo parto creativo di Aleksei German jr. Un’opera sfaccettata e dalle ambizioni smisurate, tutte perfettamente mantenute dalla sapiente mano del giovane regista russo, una delle conferme autoriali più rassicuranti degli ultimi anni. Da vedere insieme a un altro capolavoro del 2015, Mountains May Depart di Jia Zhangke, con cui condivide alcune letture sulla storia recente. E sul futuro. [r.m.]

14.49
Come ogni anno Onde si dimostra uno dei polmoni verdi del festival. Lo testimoniano anche le proiezioni di questi primi giorni, come il misterico A Morning Light dello statunitense Ian Clark (opera bucolica che sprofonda minuto dopo minuto nell’horror, pur rimanendo “invisibile” agli occhi) e soprattutto il magnifico Balikbayan #1 – Memories of Overdevelopment Redux III, film girato nel corso degli ultimi trentacinque anni da Kidlat Tahimik, maestro del cinema indipendente filippino: un viaggio nella storia del mondo, a partire dalle peregrinazioni di Magellano, che è anche occhio sempre aperto sul cinema, viaggio senza confini e interminabile. Un’opera monumentale, tra le visioni indispensabili di questa trentatreesima edizione. [r.m.]

14.46
In TFFdoc è stato presentato Où est la guerre, videodiario parigino della filmaker israeliana Carmit Harash. La regista, che vive nella Ville Lumière da anni, gira con la sua videocamera per raccontare la Francia, la sua supposta identità culturale, la sua “apertura” verso il mondo che la circonda. Il film si ferma a ridosso della strage di Charlie Hebdo, ma vederlo in questi giorni acquista un peso specifico ancora maggiore, donando ulteriori spunti per una riflessione seria e approfondita su ciò che sta accadendo. E, forse, anche sul perché. Da vedere in coppia con La France est notre patrie di Rithy Panh. [r.m.]

14.36
Uscire da una sala cinematografica a un festival alle 6 del mattino non capita tutti i giorni (anche perché il fisico crollerebbe in maniera miserabile): ma è quel che accade se ci si lascia prendere dal demone – è proprio il caso di dirlo – dell’horror. Ieri notte, a partire da mezzanotte e mezza, al Massimo 1 è stata programmata una maratona horror, con tre titoli scelti dal palinsesto di After Hours. In rapida rassegna: The Devil’s Candy di Sean Byrne è un inquietante horror satanico, che gioca con il metal e con l’immaginario di riferimento; The Hallow di Corin Hardy si muove tra i boschi dell’Irlanda, flirtando con il folklore irish ma senza troppa convinzione; February, del figlio di Anthony Perkins (Osgood), è un affascinante riflessione sulla possessione demoniaca, e suoi motivi psicologici che albergano nell’ombra. Un trittico divertente e nel complesso tutt’altro che disprezzabile. E caffé e cornetto offerti dal festival sono stati molto graditi. [r.m.]

13.02
Zanasi sogna un capitalismo etico, biologico e con sensi di colpa in La felicità è un sistema complesso presentato ieri sera alla stampa nella sezione Festa Mobile al 33/esimo TFF. O forse al regista interessa parlare della gerontocrazia che caratterizza il nostro sistema economico, così come il mondo del lavoro, la società tutta. Anche una storia d’amore interculturale potrebbe essere l’oggetto d’elezione di questa sua commedia di costume che, lo si sarà capito, mette tanta carne al fuoco, senza decidere su cosa focalizzare la propria attenzione. Arrosto misto che procede per accumulo ma non riesce a soddisfare appieno lo spettatore, tramortito da una serie di “assaggini” di linee narrative che non partono mai La felicità è un sistema complesso non riesce nemmeno ad affidarsi completamente al suo protagonista, un Valerio Mastandrea schizofrenico e lasciato a briglia sciolta, che si cimenta con un certo successo anche nel canto e nella danza. [d.p.]

12.51
Esordio nel lungometraggio per il messicano Alejandro Iglesias Mendizàbal, Sopladora de hojas è una gradevole commedia sulla linea d’ombra tra adolescenza e vita adulta. Tutto ambientato in un’unica giornata di battibecchi fra tre amici e radicato su un machiavello narrativo esile quanto simpatico, il film alterna pagine divertenti, goliardia e primi incontri/scontri coi grandi temi dell’esistenza (incombe il funerale di un amico). Tra studiate inquadrature fisse e qualche lungo piano-sequenza, Mendizàbal cerca una via personale al film generazionale a metà tra credibilità, surreale e demenziale. Resta comunque l’impressione del compitino ben eseguito, garbato e sorridente, ma tutto sommato poco spontaneo e appesantito da una macrostruttura di Bildungsroman “a tutti i costi”. In concorso a Torino 33. [m.s.]

11.40
Si muove tra finzione e realtà, innestando un poliziesco da camera con vicende di mafia realmente accadute, il nuovo film di Salvo Cuccia, Lo scambio, presentato stamane in concorso al Torino Film Festival. La rarefazione estrema accompagnata dall’assenza di sequenze d’azione non aiutano però l’idea alla base del film – che pure risulta di un certo interesse – a decollare, e il tutto acquista ben presto il sentore di un vacuo esercizio di stile, dove l’interscambiabilità di ruoli tra poliziotti e criminali, di per sé un tema piuttosto usurato, non riesce a galvanizzare un amalgama velleitario di sequenze geometriche dal simbolismo a tratti di cattivo gusto (si mescola la trippa mentre si scioglie un cadavere nell’acido). Solo i dialoghi tra i personaggi secondari, fantasiosi e di ispirazione tarantiniana, offrono qualche barlume di creatività ben riposta. [d.p.]

 

Sabato 21 novembre

1.40
Torna la commedia indie e come ai vecchi tempi (parliamo degli anni ’90) sfodera tutto il suo armamentario: lunghi corridoi delle high school, humour, sentimenti, grandangoli, mdp a mano, cinefilia spinta oltre ogni limite e musiche accattivanti (firmate da Brian Eno). Con tutti questi ingredienti era difficile fallire e infatti Quel fantastico peggior anno della mia vita, presentato in anteprima al TFF in Festa Mobile e dal 3 dicembre nelle sale, funziona perfettamente: galvanizza con la sua creatività, commuove mescolando amicizia e malattia, fa sorridere con il suo caustico sarcasmo. Alla sua opera seconda Alfonso Gomez-Rejon abbraccia il genere indie capovolgendone i cliché e giocando con le aspettative del suo spettatore. Ma il suo esplicito omaggio al cinema di Gondry (in particolare a Be Kind Rewind – Gli acchiappafilm) ha il sentore un po’ gratuito della maniera. Saranno meglio i cliché o il manierismo? [d.p.]

20.26
Alle 10.45, la multisala Reposi ospita uno dei tre film di Sion Sono presenti nella selezione, Shinjuku Swan: tratto da un manga, il film racconta l’ascesa del giovane Tatsuiko nel quartiere a luci rosse di Shinjuku, nel quale due organizzazioni si contendono il procacciamento di ragazze per i vari locali della zona. Il film risulta più classico e lineare delle ultime opere del regista, pur con qualche concessione al gusto grottesco e sopra le righe che è tra i suoi marchi di fabbrica: un crime movie punteggiato di parentesi melò, ben scritto e girato, che tuttavia non aggiunge molto alle tante altre pellicole che sono state realizzate sull’argomento. Un’opera facente parte di un filone in cui, forse, l’estro del regista resta eccessivamente sacrificato. [m.m.]

19.15
Delude invece il primo film in concorso di Italiana.doc, A Sud di Pavese di Matteo Bellizzi, libera ricognizione intorno alla figura (e alla prosa e alla poesia) dell’autore di La luna e i falò, tanto libera che a volte sfugge il senso dell’operazione. Difficile poter girare ‘come se’ si fosse ispirati dalla scrittura di Pavese – un po’ impalpabile come obiettivo; va meglio invece quando nell’ultima parte ci si trasferisce in Calabria per cercare le tracce che sono rimaste del periodo di confino ivi passate dallo scrittore piemontese durante il fascismo. [a.a.]

19.05
È stato presentato in mattinata in Internazionale.doc un film davvero spiazzante come Li Wen at East Lake, diretto dal cineasta cinese – di stanza in Canada – Luo Li. Incentrato su East Lake, bacino d’acqua che si trova all’interno della città di Wuhan – la più popolosa della Cina centrale – il film parte come un documentario d’inchiesta (il gioco sporco di palazzinari che interrano il lago per guadagnare preziosi metri di terreno su cui costruire), per poi trasformarsi gradualmente in una detection story intorno a una misteriosa apparizione che compare di notte sempre tra le rive del lago. A tutto questo si legano riflessioni sulla nascita della civiltà cinese, sulla Rivoluzione culturale e sulla inevitabile distanza tra generazioni. Un film che appare sin troppo ambizioso nel suo tentativo di voler riflettere su tutto, ma che nonostante questo – e, anzi, forse proprio per questo, e grazie a improvvise illuminazioni – merita decisamente attenzione. [a.a.]

16.58
Già collaboratore alla sceneggiatura in più occasioni per Pablo Trapero (El Clan), l’argentino Santiago Mitre presenta in concorso al Torino Film Festival il suo secondo lungometraggio, La patota (Paulina). Violenza e cultura, traballanti certezze e insondabili scelte: il film adotta la struttura del puzzle/thriller esistenziale dal passo cauto e interrogativo, sfidando lo spettatore e muovendo scacco alle sue più indiscutibili griglie morali. Tramite la struttura del “giallo dell’anima” sapientemente scomposto nella linea temporale e nei punti di vista, La patota finisce per tradursi in un film fortemente politico, animato da una consapevole riflessione su cultura, natura e potere. [m.s.]

16.12
Tra tutte le sezioni del festival la più gettonata sembra essere quella dedicata alla retrospettiva sulla fantascienza: sale affollate e lunghe file, come dimostra anche il misconosciuto The Quiet Earth del neozelandese Geoff Murphy, dalla cui proiezione sono stati esclusi, per mancanza di posti, quasi tutti gli accreditati… [r.m.]

16.09
Oggi il Torino Film Festival ospita l’omaggio a un regista tuttora scandalosamente sconosciuto al grande pubblico (e anche a buona parte dell’universo “critico”): Augusto Tretti. Stamattina è stato presentato La legge della tromba, il suo esordio del 1962, mentre stasera (Cinema Massimo 3, h. 22) sarà la volta de Il potere, un capolavoro che mescola commedia, grottesco e surrealismo per tracciare una riflessione sull’assurdità del potere, sulle miserie del sistema consumistico e capitalista, sulla beota barbarie del fascismo. Un appuntamento da non perdere per tutti i torinesi! [r.m.]

12.11
Tratto da un romanzo di Rosalie Ham, The Dressmaker di Jocelyn Moorhouse promette molto e non mantiene altrettanto. Mescolando grottesco e melodramma, umori acidi in salsa australiana e schiaffi al perbenismo, abiti provocanti e asfittiche convenzioni sociali, l’autrice azzecca alcune caratterizzazioni (molto divertente Hugo Weaving nei panni di un membro delle forze dell’ordine con fantasie feticistiche) e almeno una svolta narrativa, beffarda e imprevedibile. L’insieme però manca di equilibrio, pecca in prolissità e affonda in un immotivato eccesso. E alla fine la confezione di dichiarato manierismo finisce per stancare per confuso accumulo. Kate Winslet e Judy Davis protagoniste in mezzo a un coro fin troppo folto di personaggi laterali. Nella selezione di Festa Mobile al TFF 2015. [m.s.]

11.50
Nella giornata di ieri, il cinema Classico ha accolto alle 18 la proiezione stampa di Mia madre fa l’attrice: un prodotto tra il documentario, la fiction e il gioco metacinematografico, in cui il regista Mario Balsamo riflette sui legami familiari e sulla memoria, utilizzando (come già nel precedente Noi non siamo come James Bond) lo strumento del cinema. La sua è una riflessione composita, sospesa tra le memorie private e quelle di un cinema che non c’è più, punteggiata di tagliente ironia (merito soprattutto della prova di Silvana Stefanini); magari a tratti sconnessa e poco equilibrata, ma caratterizzata da onestà di fondo e sostanziale chiarezza di intenti. [m.m.]

01.18
Marsigliese, discorso del sindaco, Battiston che fa Orson Welles, apparizione della madrina e finalmente la direttrice del festival, Emanuela Martini, poi di nuovo l’orchestra del conservatorio, con i suoi sassofoni, per una inverosimilmente fiacca versione del tema di Momenti di Gloria composto da Vangelis e a seguire l’immancabile Nino Rota di . Il ritmo non è stato esattamente così frenetico, circa un’ora e mezza poi la durata, ma questo è stato il menù della serata inaugurale del 33esimo Torino Film Festival. E poco esaltante è stato anche il film d’apertura, l’atteso Suffragette di Sarah Gavron, con protagonista una smunta Carey Mulligan, più impegnata ad auto-compatirsi per la lontananza obbligata dal suo bambino che ad impegnarsi nella lotta per il diritto al voto delle donne. Scritto (dalla sceneggiatrice di Shame) e girato con mano malferma, il film inanella situazioni ininteressanti, si concentra su una protagonista esangue, lascia fuori fuoco tutto ciò che vorremmo invece a fuoco. L’abuso di mdp a mano, con quel senso affettato di presa diretta impossibile, sottrae poi paradossalmente ogni verosimiglianza al tutto. Era meglio la retorica. [d.p]

 

Venerdì 20 novembre

23.55
Mentre una gran fila di persone è rimasta fuori dalla proiezione dello splendido film di Weerasethakul, nel pomeriggio abbiamo fatto l’incontro con le nuove creature partorite dalle menti di Rithy Panh e Sion Sono. La France est notre patrie è un lavoro a dir poco attuale, visto che il regista cambogiano si lancia in una riflessione su ciò che ha partorito il colonialismo francese a cavallo tra Ottocento e Novecento. Per far questo Panh si affida a filmati amatoriali, girati da emeriti sconosciuti, e che sintetizzano il senso di “vacanza esotica” che ha assunto nel corso dei decenni l’esperienza coloniale, in particolar modo quella transalpina. Vederlo e parlarne in questi giorni fa assumere al tutto un carico emotivo e teorico ovviamente decuplicato, ma la visione rimane imprescindibile. Tag mette in mostra invece un Sono in pieno divertissement, tra echi miikiani e un afflato ludico che non cela il consueto cinismo denso di umanesimo del regista giapponese. Un lavoro meno compiuto del solito, ma carico di fascino. [r.m.]

14.05
Inutile negarlo: al di là delle attese per un’edizione che si prospetta ricca come d’abitudine, gli occhi e la mente sono protesi a ciò che sta succedendo nel mondo, a partire dalla situazione creatasi oggi a Bamako. Difficile (impossibile) pensare solo ai film e agli ingressi in sala… [r.m.]

14.02
Torino accoglie i primi accrediti stampa con un clima rigido, un po’ di nebbiolina d’atmosfera, e una prima giornata che presenta già alcuni titoli da non perdere, tra Tag di Sion Sono, La France est notre patrie di Rithy Panh e soprattutto lo straordinario Cemetery of Splendour di Apichatpong Weerasethakul, già visto e amato a Cannes lo scorso maggio. Non si poteva chiedere di più. [r.m.]

Info
Il sito del Torino Film Festival 2015.

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    Tra gatti, opere prime seconde e terze, documentari, sperimentazioni più o meno ardite e ovviamente Brian De Palma prende corpo il programma della trentacinquesima edizione del Torino Film Festival, sempre sotto l'egida di Emanuela Martini.

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