La France est notre patrie

La France est notre patrie

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Il colonialismo e i suoi effetti raccontato attraverso un montaggio libero di filmati amatoriali girati nell’epoca in cui parti dell’Africa e dell’Indocina erano ancora in mano francese. La France est notre patrie è un potente saggio cinematografico e politico firmato da Rithy Panh. A Torino 2015 in TFFdoc.

Démocratie

Una meditazione sognante sulla colonizzazione francese dell’Indocina, in cui filmati di repertorio risalenti alla prima parte del ventesimo secolo si mescolano a immagini di precedenti film di Rithy Panh, scenografie, disegni, musica e parole. Non un pamphlet anticolonialista, e nemmeno una rivendicazione identitaria, ma una riflessione sul tempo e la memoria. O forse la storia di un incontro mancato tra due culture, due sensibilità e due immaginari, che ha portato a un esito tragico e brutale, quando avrebbe potuto evitare guerre, caos e distruzione. [sinossi]

Nelle Illuminations, scritte tra la fine del 1872 e il 1874, quando non ha ancora compiuto venti anni, Arthur Rimbaud veste una volta per tutte i panni del Voyant, il veggente, ruolo che si può raggiungere solo attraverso quella che il giovane poeta chiama “dérèglement de tous les sens” (sregolamento di ogni senso). Qui si trovano alcune delle gemme più pure di Rimbaud, vibranti visioni sibilline incastonate in una prosa asciutta, lirica ma mai debordante, in grado di arrivare subito al centro del bersaglio. Lo dimostra Démocratie, che recita:

Le drapeau va au paysage immonde, et notre patois étouffe le tambour. Aux centres nous alimenterons la plus cynique prostitution. Nous massacrerons les révoltes logiques. Aux pays poivrés et détrempés ! – au service des plus monstrueuses exploitations industrielles ou militaires.
Au revoir ici, n’importe où. Conscrits du bon vouloir, nous aurons la philosophie féroce ; ignorants pour la science, roués pour le confort ; la crevaison pour le monde qui va. C’est la vraie marche. En avant, route !

La traduzione, necessaria per comprendere in pieno la portata delle parole di Rimbaud, scritte nel pieno dell’impeto di quello che viene definito dagli storici “Secondo impero coloniale francese”, è la seguente: “La bandiera va al paesaggio immondo, e il nostro gergo soffoca il tamburo. Nei centri alimenteremo la più cinica prostituzione. Massacreremo le rivolte logiche. Ai paesi speziati e fradici! – al servizio dei più mostruosi sfruttamenti industriali o militari.
Arrivederci qui, o non importa dove. Coscritti di buona volontà, avremo una filosofia feroce; ignoranti per la scienza, espertissimi per il benessere; crepi il mondo che va. È la vera opera. Avanti, in marcia!”.
Le parole di Rimbaud, che non sono mai invecchiate né da un punto di vista poetico né (purtroppo) geopolitico, si muovono nell’aria fin dai crudeli fatti che hanno coinvolto e colpito Parigi. E prima ancora Beirut. E subito dopo Bamako. Possiede qualcosa di profetico anche la presenza a Torino 2015, come ideale apertura della sezione TFFdoc, di La France est notre patrie, il nuovo lavoro portato a termine dal regista cambogiano Rithy Panh. Basta l’idea di base di questo documento per immagini per rendersi conto della sua urgenza e della sua stringente attualità: attraverso il lavoro di montaggio (e smontaggio) di filmini amatoriali d’epoca, assemblati insieme ad altro materiale, Panh costruisce un grande racconto della Francia coloniale, quella che oltrepassava il Mediterraneo per estendersi in Africa (il Maghreb e ciò con cui confina, dal Mali al Niger fino all’Africa Nera di Camerun e Repubblica Centrafricana) e in Indocina, con altre roccaforti sparpagliate per il globo, dalla Siria all’America Latina.

Il paesaggio immondo cantato da Rimbaud è il panorama di un viaggio a suo modo quasi distopico, ancorato al passato e già proteso nel futuro, ingombrante come mai nell’oggi: Panh traccia le linee di questa vacanza esotica come se stesse mettendo in atto un’opera del muto, intramezzando le immagini con degli intratitoli che affinano, tra il sarcastico, il tragico e il descrittivo, la conoscenza dello spettatore con l’universo con cui sta venendo in contatto. La France est notre patrie dopotutto, è un titolo che non lascia molto spazio all’immaginazione. O forse ne lascia fin troppo: nostra patria, come umanità, fin dall’utopia di una rivoluzione che non ci mise molto a smentire la sua stessa essenza, e nostra patria come fallimento di un progetto di collettività che si sta sempre più sfibrando, ed è prossimo alla dissoluzione. “Il nemico siamo noi”, chiosa Panh in uno dei passaggi chiave del film, e non c’è dubbio che su questa frase si riversino pensieri, paure, amarezze vissute quotidianamente in quest’ultima settimana: in un processo di colonizzazione che fu accompagnato solo in maniera tenue e sporadica da un’idea pur vaga di progresso e condivisione, l’unica risposta possibile da ottenere è quella della lotta armata. L’arma, il progresso più semplice da comprendere e da imparare a utilizzare. Così il lembo stracciato su cui fu scritto, nel 1789, il motto liberté, egalité, fraternité, è usato nel Novecento per asciugarsi la fronte madida dagli algerini, dai cambogiani, e da tutti gli altri popoli che decisero di liberarsi dell’invasore.
Un invasore che nelle immagini di La France est notre patrie appare, com’è inevitabile, charmant, amorevole, scherzoso, seduttore. I marinai si fanno riprendere con le prostitute cambogiane, coppie in vacanza si fotografano a vicenda su piccole imbarcazioni. Rithy Panh ridicolizza, senza mai entrare direttamente nel discorso, il mito del “buon selvaggio”, mostruoso incrocio tra pietas cristiana – e le immagini legate all’indottrinamento religioso sono tra le più tragiche e violente dell’intero film – e sogno socialdemocratico vagamente screziato di progressismo.

Il montaggio, unica arma rimasta in mano all’intellettuale, ha ancora la forza e la capacità di dimostrarsi egalitaria, fraterna, e soprattutto libera. Libera di non sottostare ad alcuna regola, neanche a quella del rispetto di un materiale creato per morire, oggetto della memoria che non ha più memoria di sé. Rithy Panh, con La France est notre patrie, dona nuovo vigore a questa memoria, regalando alle immagini un senso che non hanno mai avuto.
Ma di fronte al silenzio scelto con cura da Panh si ode il sovrastante boato delle bombe, dei colpi di fucile nei teatri, negli alberghi, nelle strade. Il colonialismo è davvero mai finito? Cos’è il post-colonialismo se non un transito, melanconico e angosciato, verso un nuovo conflitto, una nuova imposizione dell’uomo sull’uomo? Solo gli alberi, per Rithy Panh, meritano uno sguardo contemporaneo. Solo gli alberi, oggi, hanno ancora un senso. Avanti, in marcia!

Info
La France est notre patrie su Youtube.
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