L’ultimo uomo della Terra

L’ultimo uomo della Terra

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Per anni abbandonato nel dimenticatoio e quindi risorto a nuova vita nel recupero collettivo del cinema italiano di serie-B, L’ultimo uomo della Terra è un gioiello che mescola fantascienza e horror, tratto dal romanzo di Richard Matheson Io sono leggenda.

L'(in)umano

Il dottor Robert Morgan è l’ultimo essere umano sopravvissuto ad una tremenda epidemia che ha trasformato gli altri uomini in vampiri. Da tre anni le sue giornate scorrono tutte uguali: di giorno, i vampiri, che temono la luce del sole, trovano riparo, mentre Morgan, armato di paletti di legno, gira per la città, individua i rifugi dei non-morti, deboli e goffi come zombi, e li elimina impalandoli e bruciandone i corpi. Di notte il dottore si rifugia in casa propria, appendendo alle porte specchi e aglio, che i vampiri non possono sopportare. Di tanto in tanto Morgan cerca di comunicare con qualche eventuale sopravvissuto attraverso una radio, connettendosi ad un canale internazionale, ma sempre senza successo. Il suo riposo è accompagnato dal frastuono dei vampiri che si affollano alla porta di casa, assetati di sangue… [sinossi]

A volte per comprendere il senso di un film può essere utile perfino un ripasso di urbanistica.
L’Eur, il quartiere ideato da Marcello Piacentini su ordine del fascismo per accogliere l’Esposizione Universale del 1942, negli anni Sessanta era ancora un luogo del futuro. Lo segnalavano in tal senso le geometrie quasi dechirichiane, il bianco marmoreo degli edifici, una propensione monumentale che non aveva mai un presente, non sapendosi staccare dal passato. L’Eur negli anni Sessanta è ancora un non-luogo, propaggine dell’Urbe che non assomiglia a niente e non conduce da nessuna parte. Le aree che circonderanno il quarteire, assorbendolo e sfruttandone il nome (Fonte Meravigliosa, Torrino, Laurentino 38 ecc. ecc.) non sono ancora una realtà. Come altri progetti architettonici portati a termine durante il ventennio mussoliniano, Garbatella in primo luogo, l’E42 appare un oggetto alieno, atemporale, forse persino impossibile. Dopotutto l’evento per il quale era stato messo in opera non si svolgerà mai…
La forza simbolica dell’Eur e la sua collocazione “fuori tempo” sono evidenti anche dal modo in cui sono sfruttate le location del quartiere nell’industria cinematografica a cavallo del boom economico. Tra ritratti ora lividi ora sarcastici dell’Italia della nuova resurrezione finanziaria (Il boom di Vittorio De Sica, La cuccagna di Luciano Salce, I mostri di Dino Risi, Io la conoscevo bene di Antonio Pietrangeli, L’eclisse di Michelangelo Antonioni) e immersioni nel genere (Dario Argento lo eleggerà a sfondo prediletto per i suoi gialli, ma Elio Petri ne sfrutterà le geometrie con mirabile acutezza ne La decima vittima), l’Eur testimonia nel cinema la sua duplice valenza di oggetto pop e fantascientifico allo stesso tempo. In quest’ottica un ruolo di primaria importanza si deve assegnare a L’ultimo uomo della Terra, che appare all’interno del cinema fantastico italiano come una meteora, se non direttamente un meteorite.

Al di là della fedeltà al testo originale (Io sono leggenda di Richard Matheson, romanzo “vecchio” all’epoca delle riprese di neanche dieci anni), che non sarà possibile rintracciare né nell’ammaliante 1975: Occhi bianchi sul pianeta Terra di Boris Sagal, né ancor più nel mediocre e sciattamente ipertrofico Io sono leggenda di Francis Lawrence, a sorprendere ancora oggi a distanza di quasi cinquant’anni è la semplicità con cui L’ultimo uomo della Terra riesce ad amalgamare gli elementi orrrofici classici, vale a dire i vampiri, con uno scenario compiutamente post-apocalittico.
Là dove buona parte dello sci-fi statunitense faceva deflagrare le sue paranoie da Guerra Fredda nella narrazione di un’umanità sotto attacco, minacciata da forze oscure che la volevano “omologata” (metafora tanto del capitalismo quanto del socialismo reale), L’ultimo uomo della Terra compie un passo ben oltre l’orlo dell’abisso. L’umanità non c’è più. Ha perso, spazzata via da un virus. Certo, lo scienziato interpretato da Vincent Price non ha alcuna intenzione di demordere nella sua ricerca di altri sopravvissuti, e sintonizza di continuo la sua radio, ma il dato di partenza è inoppugnabile: l’uomo è il passato, oramai è lui il virus che minaccia le creature che chiamiamo “mostri”. In un gioco di totale rovesciamento del senso, non poi così dissimile ad altre sortite del cinema nei territori del fantastico (si pensi a un’opera stratificata come Radiazioni BX: distruzione uomo di Jack Arnold, scritto sempre da Richard Matheson partendo da una sua novella), L’ultimo uomo della Terra dichiara la propria inesauribile modernità; superando anche nello sviluppo narrativo qualsiasi ancoraggio agli appigli concessi dal “reale” – con una guerra (contro un virus) non in corso ma finita – dopo averlo fatto già nell’apparato scenografico, sfruttando le geometrie razionaliste e metafisiche dell’Eur.

Per quanto carico di suspense e ricco di soluzioni, non sarebbe esatto definire L’ultimo uomo della Terra un film “di regia”, ed è anche per questo motivo che l’attribuzione, ora a Ubaldo Ragona ora a Sidney Salkow a seconda delle fonti e delle copie, non ha mai creato eccessivo dibattito o particolari prese di posizione. Se la sua gemmazione all’interno del panorama italiano dell’epoca lo propone come opera a se stante, difficile da apparentare tanto all’orrore gotico dei Freda e dei Bava quanto alle episodiche incursioni nella fantascienza di Heusch o Margheriti, sempre in fuga verso sistemi e galassie lontane, L’ultimo uomo della Terra possiede ritmi e suggestioni che resero celebre la Hammer, e non desta stupore che proprio il marchio britannico fondato da William Hnds dovesse produrlo in un primo momento. L’affare saltò e il progetto attraversò la Manica e l’Europa per finire negli studi della Titanus alla Farnesina.
Ne viene fuori, in maniera inevitabile, una riflessione sull’Italia in piena ripresa dopo la repressione fascista e le macerie lasciate dalla Seconda Guerra Mondiale: Ragona congela però lo sguardo, senza mai nascondere una disperazione assoluta. Non c’è scampo, perché l’umano non ha più senso in una società dove l’unico non solo è schiacciato dalla massa – non ancora consumatrice, come sarà in Zombi di George A. Romero, ma già segno di una collettività morta senza rendersene conto –, ma si muove per distruggerla, quella massa, quando potrebbe perfino essere l’unica speranza della loro salvezza.
Allucinato viaggio nell’Apocalisse che è sempre in atto – e per questo mai realmente riconosciuta – L’ultimo uomo della Terra è un diamante a prima vista forse grezzo ma dotato di una potenza espressiva, e visionaria, che non abbandona mai lo spettatore.

Info
L’ultimo uomo della Terra, il trailer.
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