Mia madre fa l’attrice

Mia madre fa l’attrice

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Con Mia madre fa l’attrice, Mario Balsamo continua ad usare il cinema come spunto per parlare di sé e della forza dei legami (qui quelli familiari) in un’interessante opera che contamina documentario, fiction e metacinema. Presentato al Torino Film Festival, vincitore della 34esima edizione del Bellaria Film Festival, ex aequo con Il solengo e in sala dal 25 agosto.

Visioni d’artificio

Nel 1954, Silvana Stefanini, madre del regista Mario Balsamo, interpretò una parte nel semisconosciuto film di Piero Costa La barriera della legge. Il regista si mette alla ricerca di una copia di quel vecchio film, che la donna non ha mai voluto vedere, proponendole inoltre di girarne una nuova versione aggiornata. [sinossi]

Dopo il precedente Noi non siamo come James Bond, Mario Balsamo continua ad utilizzare lo strumento del cinema (e della memoria cinefila) per esplorare il tema dei legami personali. Lì, sotto la sua lente di ingrandimento c’era l’amicizia, qui i rapporti familiari: nella fattispecie, il regista parte dalla breve esperienza di attrice di sua madre, Silvana Stefanini (che interpretò un pugno di pellicole negli anni ’50) e in particolare da quella che fu la sua prova più significativa, nel film di Piero Costa La barriera della legge. L’idea, giocata sempre sul sottile filo tra realtà e finzione, resoconto documentaristico e gioco metacinematografico, è quella di raccontare un riavvicinamento tra madre e figlio attraverso la ricerca (e l’ipotetica realizzazione di un remake aggiornato) di quell’oscura pellicola. Un tema, quindi, in cui la memoria personale si lega a quella collettiva del cinema, attraverso il motivo del film perduto, da sempre foriero di spunti e suggestioni (vengono in mente, sull’argomento, film diversissimi quali il drammatico The Last Reel, in cui lo spunto veniva calato nel contesto della dittatura cambogiana, e l’horror televisivo Cigarette Burns di John Carpenter).

In questo Mia madre fa l’attrice, Balsamo contamina il linguaggio del documentario con una fiction che è innanzitutto racconto autobiografico, confondendo deliberatamente i livelli di realtà e lasciando allo spettatore il compito di discernere (se ne ha voglia) tra fotografia immediata e ricostruzione, resoconto e simulazione. Con una “cornice”, un homemade video in cui immortala un incontro familiare con sua madre, durante il quale spiega a questa i contorni del progetto, e una serie di digressioni in cui l’opera cambia faccia, e forma, più volte. In tutto ciò, a emergere sono, soprattutto, le costanti linee di tensione tra i due protagonisti, la narrazione di un legame forte quanto irrisolto, sempre oscillante tra la voglia di riannodare i fili e l’aspra resa dei conti. Il tono è punteggiato di un’ironia a volte lieve, a volte più caustica e al limite del cinismo, ma sempre centrato sulla schiettezza di una Stefanini (letteralmente) senza filtri. La figura dell’anziana ex attrice, il suo mettere a nudo se stessa, tra passato e presente, davanti alla macchina da presa, rende in definitiva superfluo il discernimento tra quanto di immediato, e quanto di ricostruito, ci sia sullo schermo. Una figura che prende su di sé gran parte del peso del film, rappresentandone alla fine (al di là della fattura tecnica, e della ricerca portata avanti dall’opera) la vera urgenza giustificativa.

Non tutto funziona al meglio, nel film di Balsamo, e la sua varietà di toni (e di registri) finisce a tratti per sconfinare nella confusione e nella mancanza di compattezza. L’estetica a volte kitsch, così come l’uso di filtri di colore e scenografie ricostruite, è chiaramente tesa a mettere in luce l’artificio del cinema (e dei confini stessi tra documentario e finzione); ma può nondimeno risultare indigesta in un prodotto improntato, nelle sue basi, al realismo. Nondimeno, la sintesi approntata dal regista, pur precaria e dalle scelte estetiche a volte discutibili, risulta comunque ricca di fascino: principalmente per la già ricordata capacità di mettere insieme memoria personale e collettiva, e per la riflessione sul ruolo esercitato dal cinema nella costruzione di entrambe. Una costruzione capace quindi di riflettere, con consapevolezza, sul passato, e sulla necessità del recupero di tracce (siano pure pochi minuti in un film misconosciuto, dal quale il proprio nome è stato cancellato) per perpetuare la forza di un legame. Legame su cui incombe, come una presenza mai esplicitata (ma sempre più invadente) l’ombra dell’esaurirsi del tempo e della morte.

Mia madre fa l’attrice diverte, destabilizza, confonde linguaggi e piani di realtà con un’attitudine programmatica, forse un po’ scaltra per come viene espressa, ma nel suo complesso non priva di fascino. Il regista non sempre riesce ad amalgamare il tutto nel migliore dei modi, e alcune sue scelte possono risultare discutibili, ma la curiosità generata dal soggetto (e le riflessioni che porta avanti) riesce a far soprassedere sui pur presenti limiti.

Info
La scheda di Mia madre fa l’attrice.
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