Suffragette

Suffragette

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Dramma storico con velleità di presa diretta sul passato, Suffragette ci parla soprattutto di un’umanità sconfitta e abbrutita e tralascia di glorificare le sue protagoniste e la loro lotta. Film d’apertura del TFF 2015.

Poca aria di rivoluzione

Nell’Inghilterra di inizio 900 cresce la ribellione delle donne per la disparità di trattamento rispetto agli uomini. Maud, moglie e madre che lavora in un lavatoio, si unisce alle rivendicazioni – tra cui il diritto di voto – del movimento di disobbedienza sociale guidato da Emmeline Pankhurst… [sinossi]

Raccontare il passato utilizzando il linguaggio del documentario (o il presupposto tale), simulando una “presa diretta” sugli eventi storici utile, almeno sulla carta, a ricusare ogni sbavatura retorica. Non è certo questa una scelta di per sé errata, tutt’altro, la regista Sarah Gavron (Brick Lane) vi si attiene però con un rigore quasi auto-castrante, pur di fornire al suo Suffragette uno stile ruvido, privo di ogni prosopopea, in grado di rappresentare una Londra di inizio ‘900 bigia e gretta, ma nella quale serpeggia un impeto di rivolta.

Proiettato in apertura della 33esima edizione del Torino Film Festival, il film della Gavron resta dunque sin troppo fedele alle proprie scelte stilistiche e narrative e finisce per risultare, paradossalmente, piuttosto affettato, ed eccessivamente programmatico. La macchina da presa a mano ondeggia vanamente intorno ai personaggi, sia che questi siano inerti nel loro talamo o intenti in qualche azione sediziosa. Nell’unica scena di protesta poi, una sassaiola contro le lussuose vetrine di Oxford Street, la regista decentra continuamente il nucleo della nostra attenzione, gioca con il montaggio rapido e sul movimento, ma non ci mostra né la rabbia delle autrici di questo gesto dimostrativo, né le vetrine infrante.

Non si respira aria di rivoluzione in Suffragette, quanto piuttosto di miseria e ingiustizia, insomma di quello che viene prima della ribellione e non è un caso che il film termini proprio quando tutto sta per iniziare. Naturalmente la regista è ben consapevole di questo, ma lo spettatore si sente necessariamente lasciato a bocca asciutta. Tanto più che, a memoria di cinefilo, l’ultima apparizione delle combattenti britanniche per il diritto di voto era stata in Mary Poppins (1964), mentre le loro colleghe americane facevano una comparsata in Too Much Johnson film del 1938 di Orson Welles ritrovato due anni or sono dall’associazione Cinemazero a Pordenone.

Non convince né incendia gli animi qui la nostra protagonista, una Carey Mulligan più smunta ed esangue del solito, non ha certo il nerbo della pasionaria, e pare più impegnata ad autocompatirsi per la lontananza obbligata dal suo bambino che ad impegnarsi nella lotta.
La scelta di regista e sceneggiatrice (Abi Morgan, quella di Shame) è dunque ricaduta su quel tipo di personaggio “medio”, che funge un po’ da viatico per lo spettatore, che può identificarsi in un ruolo non in prima linea ed evolvere al suo fianco, in concomitanza con la sua presa di coscienza. Ma l’espediente in questo caso appare superfluo, se non preoccupante: che bisogno abbiamo infatti di capire passo passo l’importanza della lotta per il suffragio universale?
Nel complesso poi tutti i personaggi di contorno sembrano più interessanti della nostra protagonista, a partire dalla compagna di lotta che viene picchiata dal marito, ma è sempre incinta, per proseguire con il farmacista che sostiene le azioni dimostrative della moglie. Anche la storia di quest’ultima, incarnata da Helena Bonham Carter, una donna che avrebbe voluto diventare un medico e sogna un’istruzione per le sue figlie è foriera di sviluppi interessanti, e lo è persino il pavido marito della nostra pseudo eroina, ambiguo e pertanto assai più crudele quando prende delle decisioni sul futuro della sua famiglia.

Insomma sono altre le storie che avremmo voluto vedere narrate in questo film, che invece presceglie una strada tortuosa abbracciando un’antiretorica che mummifica tutto. Come in quell’immagine della vera leader di questa storia, una Emmeline Pankhurst (ma non poteva essere lei la protagonista?) incarnata da Meryl Streep che appare brevemente alla finestra per arringare le sua adepte, con tono stentoreo e poca convinzione. Si tratta di un cammeo che resta tale, asserisce solo la presenza dell’attrice, non scuote gli animi né provoca indignazione. Quest’ultima, come tanti aspetti importanti del film, è lasciata fuori campo, in quelle didascalie che scorrono prima dei titoli di coda per informarci sul diritto di voto alle donne e le date della sua approvazione, quando ci sono.

Info
La scheda di Suffragette sul sito del Torino Film Festival.
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