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Il percorso autoriale di Sion Sono, anno dopo anno, sembra somigliare sempre più a quello di Takashi Miike. E Tag è un film perfettamente “miikiano”, folle, convulso, a tratti confusionario per eccessiva affabulazione. Ma diverso da tutto. A Torino 2015.

Corri ragazza, corri

Un’improvvisa folata di vento e uno scuolabus con quaranta studentesse viene tagliato a metà. L’unica sopravvissuta è Mitsuko che, chinatasi per caso, rimane miracolosamente illesa. Non le resta che scappare, correndo il più lontano possibile da quel vento omicida. Quando si ritrova a scuola, Mitsuko è assalita dal dubbio che l’incidente sia stato solo un incubo: ma poco dopo l’insegnante imbraccia un mitragliatore e stermina tutte le presenti. Tranne lei, Mitsuko, che si ritrova a scappare di nuovo. Al termine della corsa qualcuno la chiama Keiko, sostenendo sia il giorno del suo matrimonio. Un maiale in smoking la minaccia, inseguendola: non le rimane che scappare ancora. Mitsuko è allora vittima di un brutto sogno o forse di un gioco il cui premio finale è la sua vita? [sinossi]

Nel cinema di Sion Sono gli adolescenti corrono. Sempre. Fin dal furibondo e lirico Bicycle Sighs (Jitensha toiki, 1990), per arrivare alle inquadrature a perdifiato attraversate dai giovani protagonisti di Love Exposure (Ai no mukidashi, 2008), Himizu (2011), Why don’t You Play in Hell? (Jigoku de naze warui, 2013). Non devono mollare, gli adolescenti di Sion Sono, anche quando per loro non c’è più speranza. Anzi, forse proprio perché non c’è più speranza. Perché il mondo in cui vivono è comunque surreale, come sentenzia in più occasioni in Tag una delle amiche di Mitsuko, ribattezzata dalle compagne di scuola proprio “Sur”. Per questo l’unica cosa che conta davvero è continuare a correre, senza arrendersi mai, senza lasciarsi sopraffare dal mondo circostante, cieco e crudele. Imbecille, per di più, e incapace di gestire la propria violenza se non come puro riflesso della forza bruta.
Se è vero (ed è vero) che il cinema di Sion Sono non assomiglia a niente e a nessuno, e continua ad andare per la propria strada, è altrettanto vero come la parabola autoriale del regista giapponese dimostri, e lo faccia in maniera sempre più palese di anno in anno, di non essere poi così dissimile da quella di un altro grande “eretico” del cinema della terra di Yamato: Takashi Miike. Un balzo al cuore, con ogni probabilità, per quell’intera schiatta critica (tutta europea) che ha giocato al gioco del vis à vis tra i due registi nel corso degli ultimi anni, neanche si stessero sfidando a singolar tenzone. La verità è che, riflesso naturale di una produzione coraggiosa e schizofrenica come quella nipponica, Miike e Sono siano molto più simili di quanto possa apparire a uno sguardo distratto da compartimenti stagni puramente occidentali.

In questo senso Tag assume in tutto e per tutto i contorni del film “miikiano”: lo testimoniano alcune follie ai limiti del demenziale – a partire dall’utilizzo dell’elemento splatter, declinato in chiave comica e grandguignolesca fin dallo stuole di ragazzine tagliate a metà dal vento assassino delle prime sequenze –, l’insistenza per una rivisitazione del “popolare” che mescoli tutti gli elementi in un frullato dichiaratamente decostruttivista, e la propensione a fluttuare tra i generi più disparati senza alcuna voglia di apparentarsi davvero con nessuno. Tag viaggia così tra il thriller e l’horror, sprofondando nella fantascienza, flirtando con la teoria dei quanti, parafrasando abitudini videoludiche e sovraccaricando il tutto di svisate a pochi passi dal comico. Il tutto a una velocità davvero fuori dal comune. Dall’inizio alla fine del film Mitsuko corre. Corre come una disperata, anche perché è inseguita sempre da forze maligne che la vogliono eliminare, e provvedono a far fuori tutte le sue amiche. È un gioco, in tutto e per tutto, questa nuova scorribanda di Sono, ma non dimentica uno dei punti fermi della sua poetica: lo sguardo su un’umanità che non vuole cedere alla realtà e preferisce lottare fino allo sfinimento, e forse alla distruzione, piuttosto che asservirsi alle regole di chi detiene il potere.

A suo modo Tag è un crudele e ansiogeno bildungsroman, romanzo di formazione di una ragazza che, come tutte le sue coetanee, è destinata a essere carne da macello, perché non esiste altro ruolo per lei se non quello della moglie o dell’oggetto sessuale. Sion Sono elimina l’elemento maschile, se non nel finale, eppure è proprio la componente virile a creare la cappa asfissiante che domina l’intero film, al punto che Tag potrebbe essere letto senza eccessive forzature come una narrazione sui generis della scoperta delle mestruazioni (“Ora Mitsuko è una nuova donna. È rinata”, afferma l’amica del cuore Aki, con cui la protagonista scambia profondi sguardi saffici) e del passaggio da bambina a età adulta, con tutte le restrizioni che questo comporta.
Non tutti gli elementi di Tag trovano una loro collocazione, e gli squilibri all’interno del film appaiono piuttosto evidenti, soprattutto nella parte finale, eppure non si può non rimanere affascinati dalla capacità quasi tattile che Sono mostra nella sua messa in scena. In un gioco infinito, in cui la morte è un’eterna rinascita (e viceversa), Sono dimostra di sapersi divertire, e di non aver paura di giocare le proprie carte fino in fondo, scavalcando il senso dell’onirico, come dimostra la sequenza delle quattro ragazze che si lanciano il cuscino in riva al lago: una naiveté adolescenziale che ricorda, seppur alla lontana, le folli svisate avant-pop e retro-surrealiste di Nobuhiko Obayashi e del suo cult-movie del 1977 Hausu. All’interno della ricca filmografia di Sono Tag si deve limitare a muoversi nelle retrovie, ma sarebbe un errore grave trattarlo con eccessiva superficialità o liquidarlo come “stupidaggine”, perché al suo interno si nascondono i germi per una palingenesi delle forme che è, e questo appare evidente, già in atto. Basta attendere. Senza smettere di correre, ovviamente.

Info
Tag, il trailer.
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