L’uomo che visse nel futuro

L’uomo che visse nel futuro

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Resistono allo scorrere del tempo i colori accesi e i fondali dipinti de L’uomo che visse nel futuro (1960) di George Pal, uno dei titoli che il Torino Film Festival 2015 ha scelto per la retrospettiva sul cinema di fantascienza “Cose che verranno”. Tra avventura e buoni sentimenti, incombono lo spettro della guerra e dell’olocausto nucleare e mai sopiti scontri di classe.

Happy New Century, George!

Notte di capodanno del 1900: un inventore londinese, nonostante lo scetticismo di amici e finanziatori, decide di collaudare la sua macchina del tempo e svanisce nel nulla. Gli passano davanti agli occhi tre guerre mondiali (la terza, letale, nel 1966), finché approda nell’802.701, in una specie di Eden popolato da due razze: gli ingenui Eloi in superficie e i feroci Morlock nel sottosuolo… [sinossi – programma TFF2015]

Sono amabili e memorabili le ingenuità de L’uomo che visse nel futuro (The Time Machine, 1960) di George Pal. Come dimenticare l’indomita sete di ricerca e conoscenza di George H. Wells (Rod Taylor), inventore idealista e romantico? O la fedeltà dell’amico David Filby, gentile e discreto? Un’ingenuità che non pervade solo i personaggi, uomini che non possono ancora immaginare gli errori e gli orrori del Secolo breve, ma che è splendidamente riverberata dagli accesi cromatismi del Metrocolor, dalla fotografia di Paul Vogel, dai fondali pitturati e da tutti gli effetti speciali d’antan.
La fantascienza messa in scena da Pal mostra orgogliosamente i suoi trucchi, non tradisce mai lo spirito ludico di fondo: science fiction umanista che trova nel monito pacifista e soprattutto negli effetti artigianali la propria immortalità, la ricetta contro il passare del tempo – prodromi inconsapevoli di uno steampunk non ancora codificato, nutriti da un’intensificazione tecnologica dallo spirito e dal design vittoriano.

In fin dei conti, un felice paradosso: l’adattamento del racconto di Wells, in parte tradito narrativamente per legarlo alle due guerre e a un ipotetico olocausto nucleare, mantiene intatte le suggestioni estetiche perché non ha mai voluto/potuto inseguire un’inutile fotorealismo, un ridondante perfezionismo. I modellini, le illusioni ottiche, i ritocchi dei fotogrammi e tutto quel che segue non possono invecchiare perché sono da tempo cristallizzati, immortali, fin da subito felicemente inattuali. Fuori dal tempo, oltre il tempo, come il viaggiatore George e la giacca che indossa senza sfigurare dalla sera di capodanno del 1900 al lontanissimo 802.701.
L’uomo che visse nel futuro era d’antan nei temi e nelle scelte estetiche anche negli anni Sessanta, quando la fantascienza si accostava a distopie e ucronie, a scenari post-apocalittici ben più cupi e realistici – ad esempio, nella retrospettiva torinese ritroviamo sul fronte inglese It Happened Here (1965) e The War Game (1965).

Pal ricorre ad animazioni a passo uno (la sequenza della lumaca velocizzata, dei fiori e via discorrendo), a riuscite gag (i vestiti del manichino per ironizzare sul passare del tempo e sulla sempre più audace moda femminile) e a un mecha design essenziale (le linee sinuose, il velluto rosso e le lampadine colorate della macchina del tempo). Agli spettatori, come agli amici di Wells, è chiesta una suspension of disbelief estetica e narrativa: L’uomo che visse nel futuro mescola architetture essenziali (il malridotto palazzo degli Eloi e l’ampia scalinata che hanno più di un punto in comune con l’EUR de L’ultimo uomo della Terra), le maschere grottesche dei Morlock e le grotte disseminate di macchinari e scheletri. La lotta di classe rovesciata Eloi-Morlock non ha la forza socio-politica e immaginifica di Zardoz, ma vale la pena rimarcare l’efficace sequenza dei libri ridotti in polvere e del j’accuse di Wells all’umanità: alla fine degli anni Sessanta, con dinamiche simili ma molto più efficaci e potenti, il finale de Il pianeta delle scimmie ci regalerà una metafora ancor più potente e avvilente.
Infine, due parole per Rod Taylor, scomparso proprio quest’anno a gennaio: l’attore australiano, celebre soprattutto per L’uomo che visse nel futuro e Gli uccelli di Hitchcock, si cala con apprezzabile destrezza nei panni di Wells, mostrandosi a proprio agio in un variopinto scenario fantascientifico. Il decennio successivo, un altro bellimbusto segnerà l’età dell’oro della fantascienza socio-politica: l’indimenticabile Charlton Heston, reso immortale (anche) da Il pianeta delle scimmie, 1975: Occhi bianchi sul pianeta Terra e 2020: i sopravvissuti.

Info
L’uomo che visse nel futuro sul sito del TFF2015.
Il trailer originale de L’uomo che visse nel futuro.
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