Quel fantastico peggior anno della mia vita

Quel fantastico peggior anno della mia vita

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Animato da un sincero spirito di rinnovamento dei cliché della commedia indie, Alfonso Gomez-Rejon con Quel fantastico peggior anno della mia vita realizza un film inventivo, tenero e brillante. Ma anche estremamente parassitario e non poco scaltro. Al TFF 2015.

Cinefili da strapazzo

Greg ha una strategia: fare il possibile per non farsi notare e lasciar passare in sordina gli anni del liceo. Una tattica che prevede depistaggi, fughe repentine e, nel suo caso, un alleato: Earl. I due passano il tempo facendo parodie dei classici del cinema ed evitando ogni contatto con i compagni e qualsiasi esemplare di adolescente. Tutto sembra filare liscio fino all’intervento della madre di Greg, che gli intima di diventare amico di Olivia, una ragazza della sua classe alla quale hanno appena diagnosticato il cancro.[sinossi]

Il cinema indie americano è ancora vivo e vegeto, si alimenta quale grazioso parassita dei propri schemi e di una cinefilia un po’ perversa, e torna ad affacciarsi ora anche sui nostri schermi con Quel fantastico peggior anno della mia vita di Alfonso Gomez-Rejon, presentato in anteprima al TFF in Festa Mobile e dal 3 dicembre in sala.
I cliché sono morti, viva i cliché. Sembra essere un po’ questo il motto di Gomez-Rejon che gioca con lo spettatore più smaliziato confezionandogli prima un nido accogliente, poi propinandogli qualche traumatica doccia fredda. Funziona tutto così Quel fantastico peggior anno della mia vita, storia di Greg (Thomas Mann), classico liceale imbranato (e con faccia da marmotta, almeno così si autodefinisce) il cui unico obiettivo sembra essere quello di passare inosservato e attraversare così, nell’anonimato non-compromissorio, gli anni terribili delle superiori. La sua strategia, accuratamente esposta in voice over è abbastanza tediosa, più curioso invece il suo hobby, che coltiva con l’amico e socio Earl: produrre remake dei grandi classici del cinema europeo del passato, da Cul de sac di Polanski a Fino all’ultimo respiro di Godard. Suona familiare? Era l’assunto alla base di Be Kind Rewind – Gli acchiappafilm, sottostimata, brillante pellicola di Michel Gondry, in cui Jack Black e Yasiin Bey rigiravano i film di un’intera videoteca, dopo averne inavvertitamente smagnetizzato le VHS.

Ma, citazionismo a parte, è proprio sulla dialettica tra familiarità e inventiva sfrenata che si basa Quel fantastico peggior anno della mia vita, così come buona parte del cinema indie, dopotutto.
Eccoci dunque di nuovo “a casa”, intenti ad attraversare i corridoi di una high school tempestati di armadietti, poi lottare per accaparrarci il posto più defilato in mensa, rifugiarci nella stanza del nostro professore preferito, intessere tenere amicizie e prime relazioni amorose, affrontare il temibile ballo di scuola. Il tutto con Brian Eno in sottofondo, almeno in questo caso. E poi non possono mancare espedienti alla Nouvelle Vague, con grandangoli vistosi, jump cut, mdp a mano e persino degli inserti in stop motion, utili a dare quel senso di manufatto un po’ giocoso e poetico che caratterizza le pellicole di Gondry.
La creatività è all’ordine del giorno, o per lo meno lo è la voglia di stupire, spiazzare, confondere le acque. Ma Quel fantastico peggior anno della mia vita non si accontenta di crogiolarsi nella sua cinefilia e nello humour caustico e tenta anche la strada del melodramma, naturalmente facendo ogni sforzo per tenere a bada gli istinti lacrimevoli. L’espediente è il più ricattatorio: la malattia. Il nostro Greg viene infatti costretto dalla madre a stringere amicizia con una sfortunata compagna di scuola, Rachel (Olivia Cooke), alla quale hanno appena diagnosticato la leucemia. Sarà per lei che i due filmaker improvvisati realizzeranno il loro nuovo film, e questa volta non si tratterà di un remake.

Insomma, il menù è completo, nulla è stato lasciato al caso, ma se il susseguirsi di chiacchiere autoironiche e citazioni, sentimenti e décadrage a lungo andare stanca, più interessante, ma sufficientemente nascosta tra le pieghe di una piacevolezza d’insieme che non lascia scampo, è il discorso che Alfonso Gomez-Rejon abbozza circa il fare film. Le continue citazioni e apparizioni sullo schermo di Werner Herzog in Burden of Dreams di Les Blank, il documentario dedicato alla realizzazione di Fitzcarraldo, ci presentano infatti un’interpretazione del ruolo del regista come sospeso tra insicurezze di matrice adolescenziale e titanismo. Insomma l’autore è un adolescente. E inoltre, come diceva Herzog ad un attonito Klaus Kinski: “I film sono più importanti delle persone, più importanti di me e di te”. Ed è in fondo la vera chiosa di questa storia agrodolce, che fa uno scaltro uso di personaggi e situazioni ben note non tanto perché gli interessino realmente, quanto per riaffermare la centralità e il potere della settima arte.

Insignito al Sundance Film Festival del Premio del Pubblico e del Gran Premio della Giuria, Quel fantastico peggior anno della mia vita funziona dunque sotto ogni aspetto, fa sorridere e piangere, stimola il cinefilo con le sue citazioni, gli accarezza i timpani con la sua playlist. Ma il suo manierismo à la Gondry gli sega un po’ le gambe e, più in generale, la sua cinefilia appare parassitaria e tautologica. D’altronde, un film che cita dei bei film non può essere un brutto film.

Info
La scheda di Quel fantastico peggior anno della mia vita sul sito del Torino Film Festival.
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