London Road

London Road

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Contaminando musical, film-inchiesta e realismo britannico, London Road punta a una penetrante riflessione sulla parola e sugli strumenti di narrazione della realtà. Tratto dall’omonimo musical per il teatro. Al TFF 2015 per la sezione Festa Mobile.

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Ipswich, 2006. Un misterioso serial killer uccide cinque prostitute nei paraggi di un mite quartiere. Le indagini portano al processo di Steve Wright, mentre la popolazione del quartiere e i mass-media si scatenano in sensazionalismi e paure collettive. [sinossi]

Musical e cronaca, serial killer e gorgheggi. L’evidente contaminazione di London Road si configura tuttavia come la superficie vistosa di un lavoro più sottile, che lavora a fondo sugli strumenti della parola, sulle autodifese del gruppo sociale come entità di inclusione/esclusione, su forme di pensiero del British Way of Life e in senso lato dell’intero mondo occidentale.
Tratto dall’omonimo musical per il teatro e diretto dallo stesso regista Rufus Norris, il film rievoca i fatti sanguinosi del 2006, quando a Ipswich un serial killer uccise cinque prostitute nei dintorni di un mite quartiere, lasciando grande paura e sconcerto nella comunità. L’assassino fu poi riconosciuto in Steve Wright, condannato successivamente per tutti gli omicidi. London Road si concentra però sul quartiere, affidandosi al personaggio collettivo identificato in un’intera comunità che cerca di richiudersi su se stessa dopo il trauma dei delitti. In realtà un altro protagonista decisivo si delinea nel mondo dei mass-media, che assume un ruolo da coro greco nella divulgazione e amplificazione delle notizie, in un confronto comunque tutto giocato tra diverse entità corali.
La contaminazione di London Road si spinge ancora oltre, prendendo le mosse da una macrostruttura da falso film-inchiesta, composto da varie interviste frontali agli abitanti del quartiere, tutti più o meno prigionieri di luoghi comuni ed egoismo anglosassone. Il milieu sociale è quello della piccola borghesia lavoratrice britannica, quello degli angusti salotti alla Mike Leigh, di cui si riconoscono luci e ambientazioni: quella fetta sociale col culto della confortevole casa a due piani con annesso piccolo giardino posteriore a cui dedicarsi con pazienza e orgoglio nel week-end, senza porsi troppe domande sul mondo esterno e sulle sue problematiche. Così, quando il quartiere inizia a popolarsi di prostitute e ci pensa un serial killer a fare piazza pulita, si può ammettere tranquillamente e sobriamente che per la loro condotta di vita quelle donne un po’ se lo sono cercate, e che tutto sommato adesso si vive meglio.

Fin dalle prime battute London Road opera un interessante lavoro sulla parola, e in particolare sulla parola di musical. Benché il film sia ampiamente cantato, Norris non ricorre quasi mai a vere e proprie canzoni compiute e concluse, ma opta invece per un tono medio tra parlato e cantato che somiglia al recitativo dell’opera classica. Di più: nell’alternanza delle voci, nel loro rincorrersi e accavallarsi, risuonano similitudini con le risorse del madrigale e del canone. Contestualmente Norris non mette mai in scena effettive coreografie, ma ne rielabora il concetto stesso in senso personale. In pratica la coreografia la fa il montaggio, spesso composto di rapidi e brevi frammenti in cui le voci e i tanti personaggi si danno il cambio.
Sia sul piano musicale sia su quello coreografico, London Road utilizza in senso fortemente espressivo lo strumento della ripetizione, fino a trasformare in puro suono, in vuoto meccanismo privo di funzione veicolare, il reiterarsi di slogan e parole. In tal senso il film evita le strettoie del puro gioco di contaminazione tra territori lontani (docu-drama, film-inchiesta, musical, serial killer) e sfrutta con molta intelligenza le specifiche risorse del musical, di cui si diverte anche a dissacrare le retoriche più collaudate.

Secondo tale linea di ragionamento il maggior interesse di Rufus Norris appare dunque un originale attacco alle strategie di comunicazione, messe in crisi tramite una torsione espressiva del loro primo fondamento: la parola. Si attaccano i mass-media fin dalla prima sequenza, in cui l’incrociarsi delle voci dei vari speaker di telegiornale finiscono per comporre un primo intervento corale: si attacca la risonanza collettiva del quartiere e dell’opinione pubblica, che a sua volta si accalca intorno a transenne e strisce gialle della polizia intonando litanie e luoghi comuni. Si attacca l’idea stessa di violenta collettività, che sia quella di voraci cronisti o di forcaioli vicini di casa. E si attaccano in ultima analisi i meccanismi di narrazione della realtà, così intimamente legati all’esibizione e allo spettacolo, affidandosi alle risorse del musical che già di per sé spesso si configura come “spettacolo di uno spettacolo”. In tal modo, quello che a un primo sguardo può sembrare uno stancante divertissement, si traduce a conti fatti in un sottile e feroce strumento di critica ai fondamenti della convivenza umana, alla parola “deviata” come primario mattone sul quale costruire un’intera società e una forma di pensiero. Tutto il film piega verso tale intenzione, con momenti molto riusciti (uno per tutti, la coreografia dei vicini di casa mentre si occupano dei loro giardini), altri meno ispirati. Ma è indubbia l’efficacia dell’insieme, capace di raccontare paura, inclusione/esclusione sociale e neo-barbarici schemi mentali tramite l’apparente sorriso di un musical.
In tempi come quelli attuali, di diffuso sospetto e riaccese diffidenze (ovvero il primo passo verso la fine di ogni vera società), London Road assume significati anche oltre le proprie intenzioni. Cade a fagiuolo, nei bui orizzonti dell’Europa post-Parigi.


La scheda di London Road sul sito del Torino Film Festival.
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