February

February

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Esordio alla regia per Osgood Perkins, illustre figlio di Anthony, per un horror inconsueto e molto ambizioso. February raccoglie meno di quanto semina, ma fa ben sperare per il futuro artistico dell’autore debuttante. Al TFF 2015 per la sezione After Hours.

Per favore, non lasciarmi sola al college

In un austero college privato di matrice cattolica, due studentesse restano sole perché i rispettivi genitori non si sono presentati a prenderle per un periodo di sospensione delle lezioni. Una terza ragazza fragile e sbandata si è incamminata verso il college al freddo e al gelo e viene raccolta in macchina da una coppia di cinquantenni. Intanto, al college iniziano a manifestarsi strani comportamenti… [sinossi]

Il demonio al cinema è duro a morire. Come in molti finali di film horror a lui dedicati, esce da un corpo ma entra in un altro, magari già manifesto negli occhi di un malcapitato nell’inquadratura conclusiva. È altrettanto frequente il cinema horror che riflette su se stesso, sui propri meccanismi e, nei casi migliori, sugli abissi universali dell’essere umano. Osgood Perkins, illustrissimo figlio d’arte nientemenoché di Norman Bates/Anthony Perkins, si tiene un passo indietro. Il suo February, che ha concluso la lunga Notte Horror del Torino Film Festival sabato scorso alle prime luci dell’alba, sposa infatti uno dei temi più classici del cinema degli spaventi operando scelte espressive controcorrente, ma senza addentrarsi in una vera riflessione metafilmica né cogliere l’occasione per spingersi altrove. Ovvero, February mostra una profonda ricerca formale ma un po’ fine a se stessa, tanto da lasciare in ultima battuta l’impressione del pur prezioso esercizio di stile. In questo sembra giocare un ruolo fondamentale il vivo entusiasmo dell’autore all’esordio, la sua smisurata ambizione, che suscita però immediata simpatia. Sì, perché al giovane autore che scopre il cinema con vera gioia infantile si perdonano volentieri gli eccessi ingenui e la mancanza di misura sulle proprie forze: per un giovane eccedere di entusiasmo è sempre meglio che rifugiarsi nella timidezza.

In un gelido febbraio, un college cattolico isolato in mezzo alla neve si avvia a una settimana di sospensione delle lezioni. Ma per Kat e Rose il ritorno a casa è rimandato, poiché i rispettivi genitori non si sono presentati a prenderle. Affidate dal direttore a due anziane governanti, le ragazze si sopportano a malapena, e Kat in particolare inizia ad avere strani comportamenti. Sulla strada verso il college si è incamminata anche Joan, una ragazza sbandata che a una fermata dell’autobus viene raccolta in macchina da una coppia di cinquantenni. Pian piano tutti i nodi vengono al pettine. Il Diavolo, o qualcosa di molto simile a lui, ci ha messo la coda anche stavolta.
Perkins rifiuta vistosamente i meccanismi più classici dello spavento, e pur evocando consuete situazioni demoniache sceglie di non affidarsi al racconto concitato, fitto di peripezie o colpi di scena, e neanche a troppi vomiti verdi o teste rotanti. Si è quasi in difficoltà a definire February un horror, dato che i veri pugni nello stomaco sono ridotti più o meno a zero, sapientemente centellinati nei 90 minuti di durata. Perkins appare più legato a un cinema di atmosfere e sospensioni, con ampie zone di mistero e di indicibile. Se il demonio incombe, non è soltanto nelle scelte di luci (una cupezza costantemente modulata su grigi, neri, marroni e il grigioazzurro della neve), in figure inquiete e inquietanti o nelle tetre stanze di un college fuori dal tempo, ma soprattutto nelle tonalità digrignate di un commento sonoro enfatico e ridondante quanto si vuole, eppure indubbiamente efficace (opera del fratello del regista, Elvis Perkins). Un horror per suoni più che per immagini.

La raffinatezza dell’impianto formale finisce per conquistarci e per farci dimenticare le molte ingenuità, a cominciare da un soggetto che, per quanto sagacemente scomposto nei punti di vista e nella linea temporale, pecca di una certa banalità (senza voler fare i sapientoni, si capisce il “misterioso” busillis dopo una mezz’oretta scarsa). In più, Perkins enfatizza, insiste, amplifica, cerca nuove strade per l’horror, rifiuta saggiamente l’eccesso di dialoghi, ma a conti fatti raccoglie meno di quanto semina, e così February non aderisce a retoriche collaudate, ma non trova nemmeno una propria specifica e profonda ragion d’essere fuori dagli schemi. Resta però a favore di Perkins il tentativo di sfondare i confini del genere tramite scelte davvero inconsuete, come ad esempio lo sguardo in profondità sui personaggi narrati. Gettati in pasto al serial killer di turno, al demonio o quant’altro, generalmente le figure umane da horror sono poco più di mere funzioni narrative. Perkins mostra invece prospettive diverse, lasciando cadere sui suoi personaggi una disperazione di fondo e un senso di perdita affettiva che rimangono le note dominanti: un esempio su tutti, la “mater dolorosa” interpretata da Lauren Holly, protagonista di un monologo notturno in automobile di rara efficacia emotiva per un horror.
Altrettanto inconsueta per il cinema di genere è la cura per la direzione d’attori, che in February va di pari passo con lo scavo dei personaggi. Esclusi James Remar e Lauren Holly, il resto del cast è per lo più composto da giovani attrici in rampa di lancio, ma tutti risultano perfettamente intonati a una generale nota di desolazione. Perché, tanto cinema ce lo insegna, dove c’è solitudine e carenza affettiva, là più facilmente si annida il demonio.

Info
La scheda di February sul sito del Torino Film Festival.
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