The Nightmare

The Nightmare

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Con The Nightmare, Rodney Ascher fonde il linguaggio del documentario con quello dell’horror, confezionando un prodotto suggestivo, efficace a dispetto del suo affidarsi (in misura forse eccessiva) alla fascinazione del soggetto. Al Torino Film Festival 2015.

Visioni paralizzanti

Indagando sulla patologia detta “paralisi del sonno” (un disturbo che provoca blocco motorio e allucinazioni quando si è tra il sonno e la veglia) il regista Rodney Ascher intervista otto persone che ne sono affette, ricostruendo sullo schermo le loro visioni… [sinossi]

Dopo aver puntato la sua lente d’ingrandimento sul cinema (e in particolare su un suo classico, lo Shining di Stanley Kubrick) nel suo Room 237, il documentarista Rodney Ascher cambia qui decisamente tema e registro. Pur non essendo affatto, come vedremo, alieno a una riflessione sulla Settima Arte e sui suoi meccanismi, questo The Nightmare parte infatti da un argomento di natura strettamente medica: la patologia detta “paralisi del sonno”, ovvero un disturbo che, nella fase tra il sonno e la veglia, provoca un totale blocco muscolare e un insorgere di allucinazioni, tutte invariabilmente minacciose. Desideroso di affrontare il tema in quanto lui stesso, in passato, fu vittima occasionale del disturbo, Ascher ha selezionato alcune persone la cui vita è stata pesantemente compromessa dalla patologia, realizzando alla fine otto interviste ad altrettanti soggetti, organizzate per blocchi tematici e montate con spezzoni di fiction. La peculiarità principale di questo The Nightmare, infatti, è la sua spregiudicata mescolanza del linguaggio del documentario (di fattura molto classica, realizzato tramite interviste frontali) e l’estetica dell’horror, con la ricostruzione filmata delle visioni degli intervistati.

Il film di Ascher è uno di quei prodotti che hanno dalla loro, principalmente, il fascino e la suggestione esercitati dal tema. La materia degli incubi, infatti, è da sempre territorio fecondo per l’esplorazione cinematografica (e per quella dell’horror in particolare); l’idea di approcciare l’argomento usando da un lato gli strumenti dell’indagine filmata, dall’altro quelli del cinema di genere, si è rivelata nel suo complesso vincente. Il regista americano si prende qui tutti i rischi del caso, compreso quello del didascalismo, nella scelta di portare sullo schermo nel dettaglio le visioni raccontate dai suoi intervistati. L’idea, nella sua semplicità, mostra un’indubbia efficacia, emozionale ed estetica; il regista sembra infatti conoscere bene i meccanismi del genere, e li innesta con consapevolezza in una struttura da documentario classico. Nella ricostruzione degli incubi, Ascher usa intelligentemente gli strumenti del fuori fuoco e dei suoni d’ambiente, riesce a evitare quasi sempre la tentazione di un uso eccessivo del digitale, e gioca in modo consapevole con la limitatezza del campo visivo (e con ciò che ne resta fuori). Nel film si respira l’angoscia onirica, avvolgente, degli incubi infantili, degli ambienti e oggetti familiari che assumono un’altra faccia, e una diversa valenza, una volta spenta la luce.

Il regista si mostra consapevole delle potenzialità del soggetto, e sceglie di affidarvisi quasi in toto: limitando la ricerca sulla parte più strettamente documentaristica (realizzata nel modo più classico, e piano, possibile) e lavorando soprattutto su quella orrorifica. L’operazione di fusione dei due registri, nel suo complesso, funziona: il tono evocativo e allucinato (ma anche la reale sofferenza che si coglie nelle loro parole) degli otto intervistati introduce nel modo più naturale, ed efficace, la visualizzazione filmica dei loro incubi. Solo in alcune sequenze, nella seconda parte del film, il regista sembra lasciarsi andare a una corrispondenza troppo smaccata tra racconto e immagine, facendo un utilizzo eccessivo (in particolare in un paio di momenti) di un digitale non della miglior fattura. Sbavature, e piccoli eccessi, che comunque non minano in modo sostanziale l’angosciosa atmosfera che si respira nei 90 minuti del documentario.
Nella sua ricognizione, Ascher non manca poi di dedicare un blocco ai film che trattano in modo più o meno esplicito l’argomento, e alle suggestioni esercitate da essi sugli intervistati: vengono citati (e utilizzati con alcuni loro spezzoni) l’inevitabile Nightmare – Dal profondo della notte, il poco ricordato Communion di Philippe Mora, il recente Insidious, persino il Natural Born Killers di Oliver Stone, di cui viene messa in evidenza un’interessante immagine contenuta nei titoli di testa.

Si può forse imputare a The Nightmare il fatto di adagiarsi in modo eccessivo sulla fascinazione esercitata dall’argomento, e il suo giocarci in modo a tratti un po’ furbo; specie laddove viene evidenziata una presunta natura “contagiosa” della paralisi del sonno, con la sottolineatura di come, in certi casi, sarebbe bastato aver sentito parlare del disturbo per esserne rimasti a propria volta vittime. Gli annunci, provenienti da oltreoceano, di spettatori che avrebbero sviluppato la patologia subito dopo la visione del film, lasciano ovviamente il tempo che trovano. Di competenza più strettamente critica è invece la considerazione (che non ci sentiamo di tacere) su come il film, nella sua seconda parte, sembri abbandonare gradualmente il rigore (e l’imparzialità) dell’approccio documentaristico, per pendere verso discutibili interpretazioni sovrannaturali dell’argomento. Il punto di vista dei soggetti intervistati, in special modo di alcuni di essi, ha finito qui per influenzare quello del lavoro nel suo complesso. Un limite in cui era forse facile cadere, dato il peculiare linguaggio che si è scelto di adottare per il film; ma che invero il regista non sembra aver fatto molto per evitare.

Info
The Nightmare sul sito del TFF2015.
Il trailer originale di The Nightmare.
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