Vincenzo da Crosia

Vincenzo da Crosia

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Dopo l’interessante Il sud è niente, con Vincenzo da Crosia Fabio Mollo inciampa nel racconto dell’originale percorso di un mistico contemporaneo; non riuscendo ad andare oltre il ritrattino sommario, che flirta con l’agiografia.

Misticismo di carta

1987: la cittadina di Crosia, in provincia di Cosenza, è scossa dalle visioni di un ragazzo quindicenne, che dichiara di avere la capacità di comunicare con la Madonna. Quasi trent’anni dopo, il ragazzino di allora, divenuto un noto veggente, si racconta davanti alla macchina da presa… [sinossi]

Dopo l’interessante esordio nel lungometraggio di fiction del 2013, con Il sud è niente, Fabio Mollo (ri)approda con questo Vincenzo da Crosia nei territori del documentario. Territori che il regista di Reggio Calabria conosce in realtà bene, avendoli già frequentati nel corto Muro di carta e nella partecipazione al progetto collettivo Napoli 24; e che ora gli si aprono nella dimensione, e nel respiro, di un lungometraggio. Nella sua aspirazione a raccontare, non senza uno sguardo intriso di lirismo e forza simbolica, la realtà del meridione italiano, Mollo sceglie stavolta un soggetto molto rischioso: il suo film è infatti il racconto (autobiografico) della vita di un mistico contemporaneo, veggente mariano sui generis dal percorso originale e contraddittorio. Vincenzo Fullone, oggi quarantatreenne, fu infatti catalizzatore di pellegrinaggi, visioni e fenomeni di esaltazione collettiva nel paesino di Crosia, vicino Cosenza; a partire dalle sue prime visioni della Madonna risalenti al 1987, in seguito trasformate in veri e propri happening collettivi, da subito guardati con un misto di interesse e sospetto dalle autorità ecclesiastiche. Già bambino e adolescente abusato, omosessuale dichiarato, Fullone lasciò in seguito Crosia dopo l’ostracismo mostrato dal nuovo vescovo, partecipò al Gay Pride del 2000 a Roma, per approdare infine, in anni recenti, a Gaza, portando sostegno alla popolazione sotto embargo.

Nell’affrontare un soggetto tanto spigoloso, Mollo sceglie la via dell’intervista frontale allo stesso Fullone, inframezzata da lunghi spezzoni di materiale di repertorio, vecchie interviste al Fullone adolescente, e soprattutto filmati autoprodotti, a documentare alcuni dei più significativi episodi che lo hanno visto protagonista. In un approccio dal taglio classico, praticamente privo di ricostruzioni o innesti di fiction (con le parziali eccezioni dell’introduzione e della conclusione) il regista assembla praticamente tutto il materiale utile a ricostruire la storia del personaggio, non lesinando (nella mostra dei filmati) in dettagli grafici ed espliciti. Crisi mistiche, fenomeni di trance, presunte apparizioni di stigmate, convulsioni ed episodi di regressione psichica, all’epoca meticolosamente registrati: non temendo di riportare, sullo schermo, l’estetica della sofferenza a suo tempo espressa da questo materiale, Mollo punta a fornire un ritratto il più possibile esaustivo della vita del personaggio; cercando anche, almeno sulla carta, di sottolineare l’originalità del suo percorso spirituale e personale.

Più che sulle scelte estetiche, nel segno di una classicità in cui la mano del regista è quasi invisibile, o su quelle di selezione del materiale, il problema principale di questo Vincenzo da Crosia sta nel suo costante flirtare con l’agiografia, con una resa del personaggio che (seppur in modo celato) mostra l’evidente simpatia del regista per il suo percorso. Le contraddizioni, le problematiche psicosociali, l’impatto sulla comunità che l’apparizione di un veggente porta naturalmente con sé, non vengono mai realmente esplicitate nel documentario: la scelta sembra essere quella di lasciare che Fullone racconti se stesso, limitandosi a sottolineare visivamente, attraverso i filmati di repertorio, i suoi racconti. Una scelta che, se da un lato esprime un didascalismo che mortifica le capacità estetiche del regista (altrove evidenti) dall’altro fa trasparire una lettura parziale e poco soddisfacente del tema. Astrarre la vicenda umana, composita e per definizione contraddittoria, di un personaggio come Fullone, dall’ambiente sociale che ne ha accolto le azioni, è un’operazione che non rende giustizia alla complessità del soggetto.

Tra le tante vicende di veggenti (religiosi o laici) che hanno riempito negli anni le cronache, quella di Fullone era probabilmente tra le più interessanti che il cinema potesse raccontare: ma lo sguardo di Mollo finisce per depotenziarne la portata, restando in superficie, non analizzando, se non nel modo più epidermico e didascalico, la dialettica instaurata col contesto sociale di cui la sua azione si è nutrita. Le scelte estetiche, a partire da un ridondante uso del commento sonoro, riducono il personaggio a una lucente, bidimensionale decalcomania, tenendosi lontane dall’approccio analitico e puntando a coinvolgere lo spettatore che abbia già, di suo, un interesse per il tema. Un’operazione esteticamente poco rilevante quanto tematicamente parziale: il volto sfuggente, a tratti indecifrabile, del Fullone di oggi, le sue sofferte rivelazioni, e il racconto del suo tanto originale percorso (uniti agli episodi collettivi che lo hanno visto protagonista) raccontano di un altro film possibile. Del documentario, cioè, che questo Vincenzo da Crosia sarebbe potuto essere, e che il regista non ha saputo, o voluto, dirigere.

Info
La scheda di Vincenzo da Crosia sul sito del TFF.
  • vincenzo-da-crosia-2015-fabio-mollo-02.jpg
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2 Commenti

  1. Stefano 26/11/2015
    Rispondi

    Al di là del giudizio di merito sul film, legittimo, ma che personalmente non condivido, trovo la recensione piuttosto scortese nello svelare al lettore tutto il percorso compiuto dal protagonista, cosa nel documentario viene invece svelata per gradi.

  2. Marco Minniti 26/11/2015
    Rispondi

    Ciao, sul dissenso riguardo al giudizio di merito non discuto. Per quanto concerne invece la “scortesia”, personalmente mi è sembrato importante, per il discorso che volevo impostare, evidenziare il percorso compiuto dal personaggio: proprio per sottolineare la sua natura di veggente sui generis, più interessante della media dei personaggi simili (e proprio per questo, a mio avviso, meritevole di una migliore trattazione).

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