High-Rise

High-Rise

di

Vera e propria orgia visionaria di sesso, violenza, sarcasmo e teorie anti capitaliste, High Rise manca però di struttura, configurandosi come un lungo climax accompagnato dalle musiche di Clint Mansell. In Festa Mobile al TFF 2015.

Requiem per un film

Regno Unito, 1975. Il dottor Robert Laing si è trasferito in un nuovo condominio alla ricerca di una tranquillità che sconfini nell’anonimato. Ma i suoi nuovi vicini di casa non sono della stessa idea e lo coinvolgono in una rete di rapporti ai quali, suo malgrado, si adatta per quieto vivere. La vita dei residenti è dominata da dinamiche in cui le classi sociali sono ben delimitate e la sotterranea lotta per il potere è senza esclusione di colpi. Intrappolato da questi meccanismi, Laing inizia a perdere contatto con la realtà. Parallelamente anche l’edificio dà segni di cedimento strutturale, con frequenti avarie che mettono a dura prova i condomini. [sinossi]

Vivere in un luogo con tutti i comfort, in mezzo ai propri “simili”, lontano dal chiasso della metropoli, poter accedere al supermercato, alla banca e magari anche al luogo di lavoro senza mai uscire dal proprio condominio. È in fondo questo il sogno utopico dell’architettura moderna, che non poche trappole abitative ha disseminato nelle nostre città. Ma è anche probabilmente la realizzazione massima del capitalismo, la sua consacrazione come parte del quotidiano, della vita domestica, dell’intimità. Una location esattamente come questa era al centro dell’allegoria post-evoluzionista vergata da James Ballard in Condominio e che ora rivive sullo schermo in High-Rise di Ben Wheatley.

Presentato in anteprima al Torino Film Festival nella sezione Festa Mobile, l’atteso film del regista di Killer in viaggio e Kill List è una vera e propria orgia sfrenata e caleidoscopica di sesso, violenza, sarcasmo e teorie sociali regressive, portata avanti con spavalderia e una certa dose di incoscienza.

Protagonista è un sobrio e inamidato Tom Hiddleston, medico legale in un ospedale londinese e neo-residente di un elegante grattacielo di periferia, l’unità abitativa perfetta per il suo understatement. Il dott. Laing infatti, questo il nome del personaggio, sogna di passare inosservato, ma viene presto coinvolto in una serie di attività di gruppo: party dissoluti, fugaci incontri sessuali, feste di bambini, riunioni nella piscina condominiale. Non gli occorre molto per capire che il grattacielo ricalca una perfetta piramide sociale che lui riuscirà a scalare, indossando uno dei suoi bigi e ben stirati completi, fino alla vetta. Qui risiede, in un attico con ampio giardino e bianco cavallo al pascolo, l’architetto dell’edificio, incarnato da un Jeremy Irons bianco vestito e poco in salute. Mentre l’edificio comincia mostrare piccoli segni di cedimento, a partire da improvvisi black out, la rabbia serpeggia con montante insistenza. La rivolta è alle porte.

Perdutamente innamorato delle proprie immagini e del suo protagonista, un Tom Hiddleston da copertina, Ben Wheatley procede per corridoi, ascensori e stanze dal décor vagamente anni ’70, anche se per la raffigurazione del dott. Laing sembra prediligere il modello Patrick Bateman di American Psycho. Epoche e stili si mescolano (l’attico dell’architetto per una reggia in stile Versailles) in un calderone postmoderno, galvanizzato da sfoggi di tecnica più o meno visionaria e molto auto-compiaciuta (rallenty, soft focus, sinuosi movimenti di mdp), nonché da un alto tasso di humour nero. Ma le metafore sociali e apocalittiche di Ballard sono ben chiare dopo una decina di minuti di film e, non sapendo più con cosa rinfocolare la storia, Wheatley procede per accumulo di suoni e immagini. Belli entrambi, certo, ma non sufficienti a rendere la durata del lungometraggio necessaria.
High-Rise è in sostanza un lungo climax accompagnato dalle musiche di Clint Mansell (uno che di climax se ne intende, ascoltare per conferma l’indimenticabile Ost di Requiem for a Dream), ma mentre l’esperienza audiovisiva procede ,diventa sempre più chiaro allo spettatore che il film è già morto da tempo, solo non se n’è ancora accorto.
Viene persino il dubbio che l’allegoria ballardiana, con la sua riflessione sull’umanizzazione delle cose e la cosificazione delle persone, sia invecchiata male. Ma la presenza nel programma del Torino Film Festival anche di Crash di David Cronenberg, tratto dall’omonimo romanzo di Ballard, fuga ogni dubbio: a Wheatley il suo materiale è decisamente sfuggito di mano.
D’altronde lo stesso Cronenberg si era cimentato con una storia assai simile a questa, stesso décor, piscina compresa, stessa struttura incubica e claustrofobica, medesime conclusioni metaforiche, in Il demone sotto la pelle, un film, neanche a dirlo, “vivo” dall’inizio alla fine, anche grazie all’adesione alle dinamiche del cinema horror.

Interessante dunque che la professione del Dott Laing nel film di Wheatley sia, con una piccola variazione rispetto al romanzo di Ballard, quella del medico legale, cosa che consente al regista di inserire anche qualche gustoso momento di “splatter organico”, accompagnato da dichiarazioni sull’epidermide di stampo “cronenberghiano”. Tutto ciò ci rammenta ulteriormente che, in certe situazioni, l’unico medico utile è quello legale, anche se il decesso è già avvenuto da tempo.

Info
La scheda di High-Rise sul sito del Torino Film Festival.
  • high-rise-2015-ben-wheatley-01.jpg
  • high-rise-2015-ben-wheatley-02.jpg
  • high-rise-2015-ben-wheatley-03.jpg
  • high-rise-2015-ben-wheatley-04.jpg
  • high-rise-2015-ben-wheatley-05.jpg

Articoli correlati

COMMENTI FACEBOOK

Commenti

Lascia un commento