Coma

Radicale, rigoroso, volutamente respingente nelle sue scelte estetiche e di racconto, Coma racconta la reclusione di tre donne in un appartamento di Damasco, mentre fuori infuria la guerra. In concorso al TFF 2015.

I fantasmi del reale

Tre generazioni di donne della stessa famiglia condividono una casa a Damasco. Tre età diverse, altrettanti bagagli di esperienze e ricordi, ma la medesima volontà di condividere un passato doloroso e cercare un modo per andare avanti nella perdita e nella sofferenza che circonda la loro casa. [sinossi]

Tra le visioni di questa trentatreesima edizione del Torino Film Festival, l’opera prima della regista libanese Sara Fattahi è certamente tra le più spiazzanti. Coma, diciamolo subito, è un film che nella radicalità delle sue scelte può irritare; o persino provocare una repulsione estetica che si va a sommare a quella (tematica) che la regista fortemente ricerca. Chi scrive può capire le reazioni di una parte del pubblico, e anche la perplessità di molta stampa, registrate dopo la presentazione del film nel concorso del festival torinese. Lo spettro, e il sospetto, di un gratuito atto di astuzia, nel racconto di una vicenda tematicamente così importante, è sempre in agguato. Eppure, a nostro avviso, l’intransigenza estetica con cui la regista mette in scena la storia di tre donne intrappolate in un appartamento di Damasco, mentre fuori infuria la guerra, non si traduce mai in vuoto formalismo. Piuttosto, la giovane cineasta sembra esasperare (portandole alle estreme conseguenze) le scelte del suo sguardo da documentarista: a partire dal digitale povero, in bassa definizione, per continuare con l’uso continuo del fuori fuoco, di colori accesi e iperrealisti, di primissimi piani con cui la sua videocamera si incolla, in modo quasi soffocante, ai tre personaggi.

Il film della Fattahi parte dal cinema del reale per approdare, paradossalmente, a una visione iperrealistica e quasi astratta del tema che racconta; ma tuttavia in grado di colpire duro i sensi, e i nervi, di chi guarda. La cifra principale del suo sguardo (palese, insistita, ricercata) è la claustrofobia: l’appartamento in cui si muovono nonna, madre e nipote, è una trappola evidentemente senza via d’uscita. L’osservazione della regista si sposta a volte su un fuori anelato quanto irraggiungibile, sogno di fuga che può tradursi nel tradimento (quello del marito della giovane donna, che intuiamo aver abbandonato la famiglia) o nella morte. La volontaria reclusione, mentre l’esterno si fa sempre più illeggibile e feroce, sembra al momento essere l’unica opzione per le tre donne. Della vita, quella vera, solo echi: nell’audio insistito di serie televisive che raccontano sogni già frantumati, in occasionali partite a carte giocate con la stessa attitudine con cui si combatterebbe una guerra, persino nella lettura, da parte dell’anziana donna, di un Corano sempre più interpretabile, plasmabile e capace di veicolare qualsiasi convinzione. E poi conflitti, rimpianti e dolorosi rancori, i fantasmi della memoria che si sommano a quelli del presente, aggredendo implacabilmente le tre donne.

Coma punta in modo evidente a respingere, a provocare un disagio che dagli occhi si trasferisce quasi al piano fisico. Quello che la Fattahi mette in scena è un kammerspiel allucinato e decentrato, un incubo di visioni sfocate e frammenti di dialoghi, di oggetti familiari improvvisamente divenuti minacciosi. Di dolore raccontato e messo in scena in modo, contemporaneamente, metaforico e concreto. La regista non concede niente allo spettatore, rifiuta in modo sistematico e costante di sottostare alla grammatica del cinema, porta avanti la sua idea di messa in scena con un’intransigenza pressoché totale. Il suo atteggiamento, come detto in apertura, può irritare; qualcuno (specie alla luce dei recenti eventi di cronaca internazionale) potrebbe persino trovare ricattatorio il suo modo di chiamare lo spettatore al coinvolgimento emotivo, e fisico, nelle immagini. Eppure, l’eventuale ripulsa estetica che il film genera non può prescindere, a nostro avviso, da quella tematica: quest’ultima, al contrario, colpisce la mente per prima, arriva a chi guarda in modo diretto, senza mediazioni; con gli strumenti di quella messa in scena tanto discutibile quanto, nei fatti, efficace. Segno che il film, coi mezzi che sceglie di utilizzare, il suo scopo l’ha raggiunto.

Intellettuale e sanguigno al tempo stesso, rigoroso ed emotivamente pregnante, Coma si regge su un’idea di cinema priva di compromessi; discutibile per alcuni versi, quanto coerente nel modo in cui viene perseguita. Il festival parigino Cinema du reél, in cui il film è stato presentato in anteprima, l’ha premiato col riconoscimento per il miglior film. Sotto la Mole, le opinioni sembrano nettamente più contrastanti. Noi, da parte nostra, non possiamo non riconoscerne il coraggio e la lucidità.

Info
La scheda di Coma sul sito del Torino Film Festival.
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