The Forbidden Room

The Forbidden Room

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Nuovo lavoro dell’eclettico Guy Maddin, presentato nella sezione After Hours del Torino Film Festival,che attinge a un immaginario di cinema retrò, dal muto al technicolor, focalizzandosi sui film di genere, d’avventura, d’azione, ecc. I pregi e i limiti dell’estetica del filmmaker canadese sono sempre quelli, un immaginario visionario da un lato e un eccesso di immagini che vira alla piattezza dall’altro.

L’avventuroso

Tutto ha inizio con l’equipaggio di un sottomarino che sembra destinato a morire sul fondo dell’oceano. L’improvvisa comparsa di un boscaiolo, in fuga da un gruppo di banditi delle foreste, cambia tutto. E poi ancora un battaglione di bambini soldato, un famoso chirurgo, una ragazza in viaggio sul treno che va da Bogotà a Berlino, una donna bellissima da salvare… L’anarchia si fa racconto, il caos diviene cinema, il film esplode in mille frammenti di narrazione colorati. [sinossi]

Un sottomarino e il suo equipaggio. Quale miglior modo per omaggiare il cinema d’avventura, del fantastico d’epoca con tutte le sue ingenuità, se non un richiamo al leggendario capitano Nemo e al suo Nautilus, partoriti dalla penna di Jules Verne. Un inizio programmatico di un film, The Forbidden Room, ultima opera di Guy Maddin qui coadiuvato alla regia da Evan Johnson con cui collabora dal 2009. L’acqua, il mezzo fluido, già richiamato in un prologo, una specie di film ‘educational’ d’epoca, dove un ciccione spiega come fare il bagno nella vasca, sono il mare magnum del cinema vintage dell’immaginario maddiniano, in cui veniamo sommersi. Un inabissamento nei meandri del cinema di genere, un flusso costituito dal melting-pot estetico-cinematografico di Maddin, i film della sua, e della nostra, memoria, del passato, del presente e del futuro, che il cineasta canadese controlla con le sue paratie stagne, i suoi compartimenti dove si arriva a boccheggiare per scarsità d’ossigeno, e che governa in una regimentazione fatta di canali e serbatoi. E ancora come ulteriore metafora il busto bifronte del dio Giano, divinità primigenia, proteso tanto al passato, affondando, Maddin, le sue radici nel cinema classico, quanto al futuro, il cinema sperimentale, e allo stesso tempo dio della porta, che può guardare sia all’interno sia all’esterno, qui rappresentata dalle numerose porte narrative spaziotemporali che Maddin apre e chiude in tutto il film.

«Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto» è una citazione del Vangelo secondo Giovanni, riferita ai pani e ai pesci, che Maddin usa come ulteriore prologo enunciativo del suo cinema patchwork, del suo colorato caleidoscopio visivo. Maddin si conferma come interprete di una sorta di primitivismo nel cinema, che attinge all’estetica del passato e la rielabora in chiave onirica-surrealista, secondo la convinzione che certi linguaggi cinematografici, che sono stati troppo frettolosamente abbandonati solo perché soppiantati dall’innovazione tecnologica, siano da recuperare. In questo caso è anche un immaginario visivo reso obsoleto dalla velocità dello stesso progresso scientifico e tecnologico. La grana della pellicola, il primo technicolor a due colori, i cartelli con gli intertitoli da muto, anche se l’estetica di riferimento non è sempre necessariamente quella del muto, rappresentano l’ulteriore segno distintivo programmatico del film.
Compare a un certo punto un boscaiolo, comincia una nuova avventura, dagli abissi siamo catapultati improvvisamente in una foresta. I vari segmenti narrativi sono collegati tra loro da portali onirici. Ma si torna sempre al solito punto, il film è costruito su diverticoli narrativi, tra onirismo, sogni, visioni, amnesie e pazzia. E alla fine si tornerà sempre alla vasca da bagno, mentre il ciccione intercalerà spesso la narrazione raccontando barzellette. Si passerà tra locali in stile Casablanca, vulcani, mondi perduti, bombe atomiche, vampiri-mannari delle Filippine. Maddin vuole ricreare un mondo immaginifico fantastico, del cinema come dei fumetti o dei fotoromanzi, ma anche dei film di guerra o degli horror alla Tourneur, del cinema di vampiri, che lasciava a bocca aperta gli spettatori/lettori di una volta. Il cineasta canadese vuole farci riassaporare quell’ingenuità, azzerare il nostro moderno senso del disincanto.
«Abbiamo troppa narrativa nelle nostre teste, talmente tanta che ci sembra che il cervello possa esplodere» afferma il regista, che si rifugia così nei suoi tripudi visionari. Ma il suo limite è sempre quello, di tutti i suoi lungometraggi. Creare, nella sovrabbondanza di immagini, un’overdose visiva-onirica, che genera assuefazione, che fa calare presto nel piattume quel senso del meraviglioso su cui dovrebbe fondarsi.

Info
La scheda di The Forbidden Room sul sito del Torino Film Festival.
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