Sunset Song

Sunset Song

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Nuova opera di Terence Davies, presentata in Festa mobile al Torino Film Festival che ha omaggiato il regista inglese, Sunset Song non appare all’altezza della sua cinematografia importante e delude rispetto alla premessa di film testamento.

Voci lontane poco presenti

Scozia, inizio ventesimo secolo. Alla morte della madre, l’umile famiglia dei Guthrie si dissolve: i figli piccoli vanno a vivere con gli zii, mentre l’adolescente Chris rimane con il fratello e il padre a lavorare nella fattoria. I due uomini hanno un rapporto burrascoso e presto il fratello emigra in Argentina, lasciando sulle spalle della ragazza il peso della gestione del podere. Quando muore anche il padre, Chris sente che il legame con la terra è troppo forte per trovare un lavoro in città. Sposa allora un contadino, Ewan Tavendale, e ha con lui un figlio. Ma la felicità ritrovata è sconvolta dallo scoppio della guerra. [sinossi]

Difficile trovare una continuità negli ultimi lavori – e dunque anche nel nuovo Sunset Song, presentato alla 33esima edizione del TFF – per un regista come Terence Davies che seppe partorire opere complesse come Voci lontane… sempre presenti, se non in un senso antropologico della storia patria, una ricerca delle radici della società, il progetto di ricostruire una memoria storica collettiva nazionale attingendo a un passato non lontano e sempre presente del Regno Unito; se non il dramma femminile, l’affare di donne, che si avvicina al Mike Leigh di Il segreto di Vera Drake, in un mondo dove la donna è subalterna all’uomo come del resto già evidenziato in Il profondo mare azzurro. Come la protagonista di quel film era connotata da una carica autodistruttiva con i suoi numerosi tentativi di suicidio, in Sunset Song la madre non tentenna più di tanto e si toglie la vita, incapace di affrontare l’ennesima gravidanza imposta dal marito, l’obbligo di procreazione, portando con sé nella morte, novella Medea, anche i suoi bambini più piccoli.
Una voce lontana ma anche una “still life”, una natura morta, anche nell’inclinazione ultima del regista al calligrafismo e alla costruzione di immagini tableaux vivants della vecchia Scozia, la società rurale patriarcale comune nemmeno troppo arcaica.

Quella raccontata dal romanziere Lewis Grassic Gibbon, dal cui omonimo romanzo è tratto Sunset Song, è la prima parte della trilogia A Scots Quair, considerato il capolavoro del Rinascimento letterario scozzese, scritto nell’aspra lingua inglese di Scozia, idioma restituito pienamente dal film.
Nell’abbracciare una saga famigliare nel passaggio da una generazione all’altra, nella piccola comunità con la sua esistenza collettiva isolata dal resto del mondo, con i suoi piccoli riti e cerimonie, Davies vuole rendere il ciclo stesso della natura, la vita che si perpetua, le stagioni dell’anno che sono le stagioni della vita. Una vita che dalla natura è condizionata, dalle coltivazioni, dalle fluttuazioni climatiche. E che nella sua struttura sociale sembra riproporre quelle stesse dinamiche biologiche primitive da cui è interdipendente. Una natura che sa essere maligna, Davies non manca di sottolinearlo. Ma la rottura di quello che sembra delinearsi come un equilibrio di felicità, faticosamente raggiunto, tra Chris e lo sposo, avviene per mezzo di un agente esterno – in un film che solo in pochi e limitati momenti esce da quella location – la guerra, la Storia, cui il marito finisce inevitabilmente risucchiato nonostante le sue resistenze.
Resistenze che si devono sì legate a motivi di codardia, quegli stessi che lo porteranno alla condanna, ma anche al legame che non vorrebbe recidere con i suoi campi, la sua terra. Quest’ultima situazione, l’arruolamento socialmente imposto al marito, il suo squilibrio mentale successivo e la tragica conclusione, è quantomeno giocato male da Davies. Dribblata, non risolta pienamente, la situazione dell’esecuzione è buttata lì senza nemmeno esplorare ragionamenti di antimilitarismo logico alla Orizzonti di gloria (in guerra se non si è uccisi dai nemici si è uccisi dagli amici).

Un’elegia pittorica contadina, dove la bellezza delle immagini naturali nasconde una società rigida, severa e crudele governata da un dispotismo patriarcale, una tragedia che si ripete di generazione in generazione con la guerra che fa precipitare tutto. Questo è il sunto dell’operazione di Davies per Sunset Song. Che ancora una volta ricrea quell’atmosfera da vecchia Inghilterra, una natura morta dei ricordi nazionali, muovendosi come sua abitudine sul terreno pittorico, da Vermeer ai fiamminghi.
Rispetto però al suo lavoro solito con la fotografia, qui il regista sembra perdere quella sua abituale flemma estetica che lo metteva al riparo da ogni stucchevolezza con le sue atmosfere gialle, spente, segno di un mondo e di vite sbiadite. Il tripudio delle immagini naturali, dei laghi, dei cieli tersi, degli sterminati campi di grano color giallo oro, dei cottage dai mattoni a vista destinati a un futuro di b&b, dei prati verdi da cui spuntano formazioni rocciose, le inevitabili cornamuse da cliché, sembra stavolta cadere (scadere?) nell’estetismo e nel calligrafismo da cartolina, dei colori non più desaturati come nelle altre sue opere. A questi si aggiunge la solarità della protagonista Chris (Agyness Deyn), una bellezza preraffaelita che non si sciupa mai, nonostante l’invecchiamento cui dovrebbe essere sottoposta in un film che copre un arco temporale verosimilmente di tanti anni, nonostante la vita dura di campagna e le avversità che subisce.
Una bellezza naturale come si diceva minata, deturpata da infinite crudeltà, da un dispotismo prima del padre, poi del marito come però plasmato da una guerra cui non voleva partecipare. Rispetto a una rappresentazione nuda e cruda, qui il regista di Liverpool, sembra propendere per un’edulcorazione, che passa anche attraverso il lasciare fuori campo le morti dei genitori – la tragedia – e di fatto anche quella del marito (si vedono solo, senza controcampo, i soldati del plotone di esecuzione che sparano).
Ridotta all’osso anche la tipica narrazione non lineare di Davies, quella di Voci lontane… sempre presenti o di The Long Day Closes. Ridotta a un intercalare con la voce off della protagonista e a qualche salto all’indietro temporale.
Nel raccontare una storia necessaria, nel ridare presenza ad altre voci lontane, con Sunset Song, Davies sembra depotenziare la forza del suo cinema.

Info
Sunset Song sul sito del TFF2015.
Il trailer originale di Sunset Song.
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