The Ecstasy of Wilko Johnson

The Ecstasy of Wilko Johnson

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Variopinto e ipertrofico documentario dedicato alla malattia del chitarrista dei Dr. Feelgood, The Ecstasy of Wilko Johnson di Julien Temple trascura un po’ troppo l’aspetto musicale, per concentrarsi sul suo eccentrico e irrefrenabile protagonista.

Afterlife

Nel 2013 Wilko Johnson, già chitarrista dei Dr Feelgood e dei Blockheads, decide di partire per il suo tour d’addio. A spingerlo verso questa decisione la scoperta di essere affetto da una malattia terminale; a spronarlo, l’energia inarrestabile, l’amore per la musica e l’attaccamento alla vita che lo contraddistinguono. Al suo fianco l’immancabile Fender Stratocaster, con cui lanciarsi in performance incendiarie.

Se fossimo in un neo-noir che ha preso a modello Viale del tramonto di Billy Wilder, potremmo pensare che Wilko Johnson, storico chitarrista dei Dr. Feelgood, ci stia parlando dall’aldilà dei suoi ultimi dieci mesi di vita, per lasciarci una lezione ironica e confortante sulla malattia, raccontarci il suo passato e le modalità di congedo dal mondo prescelte. E per gran parte di The Ecstasy of Wilko Johnson, documentario firmato da Julien Temple e presentato al Torino Film Festival, quello che vediamo sembra andare proprio in questa direzione. Fino a un certo punto però. Perché contro ogni previsione medica, Wilko Johnson non è morto.

Divenuto leggendario per la sua tecnica piuttosto insolita (ha sempre suonato la chitarra senza plettro, assoli compresi), Johnson nel 2013 ha ricevuto dai medici la diagnosi di un cancro al pancreas, con un’approssimativa data di “scadenza” calcolata intorno ai dieci mesi. Anziché lasciarsi deprimere dalla notizia, il musicista ne è stato galvanizzato e così, quello che doveva essere un percorso di “passione” si è trasformato invece nell'”estasi” cui fa riferimento il titolo del film. Per prima cosa Johnson ha iniziato a girare il film in questione con l’amico Julien Temple, quindi ha organizzato un viaggio in Giappone, meta da lui a lungo agognata, poi un tour e un disco di addio, quest’ultimo insieme a Roger Daltrey (storico cantante degli Who).

Maestro indiscusso del videoclip, del lungometraggio e del documentario musicale Julien Temple in The Ecstasy of Wilko Johnson accende i riflettori sul suo protagonista lasciandolo esibire in un brillante, egocentrico, esaltato monologo autobiografico, ricco di vitalità (nonostante il tema imperante della malattia), letteratura, cinema, astrofisica e, naturalmente, rock and roll. L’obiettivo è palesemente quello di inscenare un gustoso pastiche, un maelstrom ipercinetico in grado di trasmettere tutte le sensazioni di un presente – quello del protagonista – che non ha più l’ansia di un futuro e punta a trarre il meglio da ogni istante.

Si rincorrono poi, richiamate dal fluido eloquio di Johnson, una serie di animazioni, tradizionali o digitali, flashback sul passato personale e professionale (pochi a dire il vero) e numerose citazioni cinematografiche. Sia le citazioni che gli inserti di animazione servono per lo più a riecheggiare quanto Johnson ha appena detto allo spettatore, per cui se parla della morte ecco la nera signora apparire sullo schermo mentre è intenta a giocare a scacchi con Max von Sydow in Il settimo sigillo di Bergman: lo stesso Johnson replica poi di quando in quando la scena “dal vero” incarnando entrambi i “giocatori”. Quando poi il nostro antieroe proclama il suo amore per la letteratura, vediamo i libri stesi ad asciugare in Il colore del melograno di Parajanov, e se il tema è l’aldilà, allora appaiono sullo schermo le fantasmagorie di Powell e Pressburger in Scala al Paradiso. Tutti i film citati in The Ecstasy of Wilko Johnson sono inoltre stati proiettati al TFF nell’apposita programmazione prescelta da Temple, guest director di questa 33/esima edizione. Quanto alle animazioni, anche qui la comare secca con la sua falce appare in mille fogge differenti, e se il nostro morituro ci parla della sua passione per l’astrofisica non può mancare qualche suggestiva immagine di Saturno e le altre stelle.

Insomma ha tutto un tono scanzonato ma anche molto didascalico in The Ecstasy of Wilko Johnson, governato oltretutto da un gusto per la sovrabbondanza che spinge verso eccessi kitsch non sempre facili da digerire. Quanto alla storia narrata, qualche riflessione filosofica sgorga spontanea al momento del colpo di scena. Già perché dopo essersi preparati ad accettare la morte del nostro protagonista, scoprire che invece lui vivrà è una sorpresa non da poco. Naturalmente si prova un certo sollievo, ma è come se il film finisse lì, con l’intervento chirurgico e il ritorno sulle scene, invece Temple tira avanti ancora un po’, forse troppo. D’altronde se l’unico tema prescelto qui è la malattia, una volta che questa viene debellata, non resta altro da dire.

Si sente infatti la mancanza, nel corso della visione, di maggiori informazioni sullo stile musicale, sui gusti (sappiamo solo della sua passione per i Pirates) sul passato di Wilko Johnson, tutti elementi tenuti ai margini del racconto, quasi sospinti lì dalla forza centrifuga dell’ipertrofico narratore. In realtà si tratta di una scelta ben consapevole da parte di Julien Temple, che aveva già raccontato di Wilko e dei suoi Dr. Feelgood nel documentario Oil City Confidential (2009). In tal senso, The Ecstasy of Wilko Johnson sarebbe allora una specie di sequel / spin off, per la cui visione è consigliato il recupero dell’episodio precedente.

Info
La scheda di The Ecstasy of Wilco Johnson sul sito del Torino Film Festival.
Il sito ufficiale del film.
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