Il labirinto del silenzio

Il labirinto del silenzio

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L’italiano Giulio Ricciarelli dirige con Il labirinto del silenzio un dramma – piatto esteticamente ma robusto nella scrittura – sul processo di denazificazione della Germania alla fine degli anni Cinquanta.

Il nazista che è in me

Germania, 1958. Johann è stato recentemente nominato Pubblico Ministero e, come tutti i novizi, si deve accontentare di occuparsi di verbali automobilistici. Un giorno si imbatte in alcuni documenti che aiutano a dare il via al processo contro alcuni membri delle SS che avevano prestato servizio ad Auschwitz… [sinossi]

Di anno in anno diventa sempre più difficile realizzare film che abbiano come tema l’Olocausto. Difficile, non a livello produttivo, ché di prodotti sull’argomento se ne vedono almeno un paio l’anno (basti pensare ai recenti Hannah Arendt o Corri ragazzo corri, ma anche al neo-vincitore del Golden Globe come miglior film straniero, Il figlio di Saul), quanto soprattutto su di un piano di necessità estetica e formale o, per dirla in termini più generali, discorsiva. Eppure ogni volta ci si sorprende nello scoprire un aspetto poco noto o mai raccontato. È questo il caso de Il labirinto del silenzio, film che rappresenta la Germania agli Oscar e che è stato diretto dall’esordiente regista e attore italiano, Giulio Ricciarelli.
Al contrario del già citato Il figlio di Saul che, per ‘innovare’ il discorso, sceglie una impostazione estetica che vuole essere anche morale (e che non regge per tutta la durata della pellicola), Il labirinto del silenzio trova la sua necessità nel raccontare un processo giudiziario che si tenne contro dei membri delle SS nella Germania Ovest della fine degli anni Cinquanta. Un fatto, come detto, poco noto e spesso sottovalutato: non a caso, tutti quanti ricordiamo il processo di Norimberga, ma in pochi si soffermano a riflettere sul processo di Ulm o su quello di Francoforte, dibattimenti che per la prima volta fecero sì che i tedeschi stessi potessero mettere sotto accusa i loro connazionali che avevano aderito alle SS.

La tesi che porta avanti Ricciarelli è semplice quanto efficace: la Germania della ricostruzione – quella di Adenauer – aveva rapidamente rimosso i crimini nazisti, con lo scopo – naturale, ma anche vigliacco – di tornare immediatamente alla ‘normalità’. Con Norimberga – che ovviamente non era stato condotto dalle autorità tedesche, ma da quelle alleate – erano stati condannati soprattutto i capi, mentre invece i vari ‘esecutori degli ordini’ erano rimasti in libertà, mimetizzatisi nella neonata Repubblica Federale Tedesca, chi a fare il lattaio, chi addirittura il maestro elementare.
Nel momento in cui allora un giovane e ingenuo Pubblico Ministero si imbatte nella faccenda, trova immediatamente l’ostilità generale. Ed è su questo tracciato dunque che si muove Il labirinto del silenzio, laddove il progredire dell’inchiesta finisce per coinvolgere più persone di quel che il giovane giudice potesse pensare inizialmente, tanto da arrivare a porsi delle serie domande sulla natura del padre morto durante la guerra… Era anche lui colpevole? E poi: se anche il padre della sua ragazza fosse stato un nazista e fosse tuttora un nostalgico del Terzo Reich?

Il labirinto del silenzio non si regge dunque su particolari svolazzi registici, né sulla attenta caratterizzazione dei suoi personaggi, né tantomeno su una abborracciata storia d’amore o sulle doti recitative dei suoi interpreti (il protagonista Alexander Fehling è decisamente privo di carisma), quanto su una solidità di scrittura, piana e sostanzialmente corretta, che permette di condurre a un crescendo inesorabile e a una progressiva acquisizione di consapevolezza che, per dirla alla De André, la si potrebbe sintetizzare in “anche se voi vi credete assolti, siete lo stesso coinvolti”. Ed è qui dunque che risiede il fascino principale del film, nella sua capacità di dimostrare come un fatto pubblico – la necessità di condannare dei criminali di guerra – arrivi a connotarsi come fatto privato, vale a dire che nessuno può dirsi innocente.
Che questo comunque sia sufficiente a Ricciarelli per fargli vincere con Il labirinto del silenzio l’Oscar come miglior film straniero è improbabile. Tanto per restare in tema, Il figlio di Saul sembra avere molte più chance.

Info
Il trailer de Il labirinto del silenzio.
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