Nitrato d’argento

Nitrato d’argento

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Nel 1996 Marco Ferreri già gridava che il cinema è morto. Nitrato d’argento, suo ultimo film, celebra un divertito de profundis per la sala cinematografica intesa come luogo pubblico a largo raggio. Prima volta in dvd per General Video e CG.

Dall’invenzione dei fratelli Lumière allo strapotere della tv, una cavalcata in un secolo di storia e nell’evoluzione del cinema vissuto in sala. [sinossi]

Il cinema è morto. Così gridava Marco Ferreri al Festival di Venezia del 1996. Il cinema è morto. Quello in sala, inteso come spettacolo collettivo di massa e come momento/luogo multiforme: quello in pellicola, a cui si riferisce il bel titolo del suo ultimo film, Nitrato d’argento. Più in generale è morto il cinema considerato come rito di un’epoca, in cui il film finiva per diventare secondario nell’ordine di una fruizione frammentata che in qualche modo può ricordare quella attuale della televisione. In sala si andava per stare insieme, per partecipare attivamente e collegialmente al film, ma anche per dormire, per mangiare e bere, per lavarsi, per incontrare e conoscere qualcuno, per fare l’amore, per fumare, in certe epoche anche per far girare una canna… Era uno dei pochi luoghi pubblici che, in quanto a porte chiuse, permetteva una strana forma di “pubblica intimità”, quel bizzarro crocevia tra alto e basso, tra arte e squallore che non a caso suscitava qualche sdegno ai suoi esordi nelle autorità e nelle istituzioni religiose.
Nel 1996 per Ferreri tutto questo era già morto, in epoca di affermatissima vhs, nascente dvd, dilagante tv e incipiente pay-tv (Telepiù esisteva da qualche anno, e a posteriori quella che allora sembrava una devastante novità appare solo una piccola onda di un successivo tsunami).

Così, giunti al centenario del cinema, Marco Ferreri pensò di dedicare un film a tale sensazione di fine d’epoca, che già si era palesata lungo tutti gli anni Ottanta, quando decine e decine di sale cinematografiche iniziavano a chiudere una dopo l’altra o a ridurre i propri spazi, magari suddividendoli in più sale (ma in breve tempo tenderanno a sparire pure queste embrionali multisala in favore dei mostruosi multiplex di periferia). Ciò darà vita a Nitrato d’argento (primo titolo ipotizzato, e forse ancor più significativo: La casa dei poveri); pochi mesi dopo la presentazione del film al Festival di Venezia come evento speciale, Ferreri verrà a mancare e il film sarà così la sua ultima opera, chiusura di carriera con una celebrazione disincantata di un mito popolare.
Per molti versi l’operazione non può non ricordare superficialmente le celebrazioni della fruizione in sala di Nuovo Cinema Paradiso (1988) di Giuseppe Tornatore, di cui ritroviamo pure un paio di spunti molto simili (la prostituta di sala; ma non potrebbe essere altrimenti, visto che trattasi di uno dei luoghi comuni più solidi sulla storia del cinema in sala). È ovviamente molto distante l’approccio al racconto. Alle facili nostalgie tornatoriane in formato Barilla, Ferreri risponde con una rievocazione molto più sbilenca, rifiutando risolutamente il racconto lineare per una serie di accostamenti/esplosioni di senso tra cinema sullo schermo e ricostruzione in sala. Un continuo corto-circuito temporale che mette insieme spunti assai diseguali nella riuscita, ma coerente e appassionato.

Per far fronte alle sempre più frequenti difficoltà produttive per il suo cinema, Ferreri finì per ritrovarsi alla testa di una produzione italo-franco-ungherese, andando a reperire le sale d’epoca che potevano servire da location per il suo film proprio a Budapest, che ben conservava ampi e fastosi cinema d’inizio secolo. Contestualmente, le maestranze e le centinaia di volti che si alternano nel racconto furono reclutate per lo più sul posto. Certo, in Nitrato d’argento non troveremo pezzi di bravura sotto il profilo attoriale, ma ciò appare secondario nel contesto di un film che fa dell’attore collettivo la sua cifra.
Nella sua sostanza il discorso ferreriano sulla desertificazione delle sale e sull’abbrutimento odierno del pubblico (l’immagine ricorrente degli spettatori-manichino) non è ovviamente originalissimo, né particolarmente nuovo. Ma nel suo insieme risulta piuttosto convincente la messinscena, ancorché caratterizzata da notevoli alti e bassi qualitativi da una sequenza all’altra. Come spesso accade appare più riuscito il racconto del lontano passato, dalla fine dell’Ottocento alla Seconda Guerra Mondiale. Assai più deboli e goffe risultano invece le ricostruzioni dedicate al progressivo declino della sala nei decenni della modernità.
In alcuni passaggi è evidente anche una certa povertà produttiva, palese soprattutto nella sequenza della proiezione in sala de I dieci comandamenti (1956) di Cecil B. DeMille. I ragazzi che infastidiscono la prostituta sono vestiti con camicie e maglioncini presi di peso dagli anni Novanta, così come le loro acconciature. È una generale scarsa cura del profilmico che caratterizza molti dei frammenti dedicati agli anni più vicini al presente. Vedasi anche per esempio l’episodio del decreto-legge sullo svuotamento delle sale tra uno spettacolo e l’altro; si tratta di un passaggio poco ricordato nella storia della fruizione, eppure di fondamentale importanza per la decadenza dell’antico concetto di sala e per l’emersione di nuove modalità di spettacolo. In pratica, da quando non è stato più possibile restare in sala per più spettacoli consecutivi con lo stesso biglietto è stata sancita la definitiva scomparsa della sala alternativa alla vita, in cui si poteva prendere residenza teoricamente anche per una giornata intera svolgendovi all’interno le più diverse attività, un po’ come andare al bar.
Oggi in sala siamo tutti manichini, cellule perfettamente autosufficienti messe in grado di viversi ognuno il proprio film in totale solitudine anche nel cinema più affollato. Ferreri mostra molto acume enfatizzando tale passaggio basilare nella storia delle sale, ma in quel brano gli strumenti espressivi sono davvero molto poveri, al limite di un timido reenactment. Lo stesso vale per il gustoso bozzetto del cineclub anni Settanta con spaghetteria annessa, in cui seguendo idee rivoluzionarie di fruizione cinematografica è il film a cercare il proprio pubblico, e non viceversa (Stromboli di Roberto Rossellini finisce proiettato su una parete esterna, accanto e dentro a un ristorante). Ancora: un’ottima idea realizzata tramite una messinscena un po’ goffa e ingessata.

Pur non evitando i passaggi storici più importanti, la narrazione di Nitrato d’argento sembra comunque costeggiare volentieri il racconto dei margini, tra eroi della Resistenza francese che si suicidano in sala gettandosi dalla galleria per non finire in mano ai nazisti e omosessuali d’epoca nascosti in sala trovando in essa uno dei pochi luoghi dove poter dare libera espressione a se stessi. Contestualmente, il racconto vola letteralmente da una nazione all’altra, alternando voci e lingue senza sottotitoli, per dare piena evidenza alla natura esperantica del cinema, capace di parlare ogni lingua del mondo tramite uno dei pochi strumenti in grado di parlarle tutte e nessuna nello stesso momento: l’immagine. Niente di più alieno, a ben vedere, all’approccio tornatoriano, che trasformava la celebrazione della sala in nostalgia prettamente provinciale e strapaesana.
C’è insomma in Nitrato d’argento molto di buono e anche molto di meno buono. Ma va dato atto a Marco Ferreri di essersi mantenuto fresco, ispirato, “giovane” e originale fino all’ultimo film.
A differenza di molti autori italiani della sua generazione, andati incontro a una vecchiaia artistica assai più fiacca e tortuosa, Ferreri continuava invece a sfidare se stesso e sperimentare di opera in opera. Con Nitrato d’argento non sembra per niente di assistere al tipico film stanco e sfiatato di fine carriera, bensì all’opera di un autore che si stava ulteriormente rinnovando, lontano da qualsiasi idea di stanca e attardata accademia e in vista di chissà quali altre opere future.

Ferreri si diverte pure ad autocitarsi, ricostruendo la dirompente uscita in sala del suo celeberrimo La grande abbuffata (1973) che provocò nel pubblico reazioni diametralmente opposte, a volte anche con vero e proprio rifiuto da parte degli spettatori più “pettinati”. E coglie tale occasione per rievocare anche l’assurda stagione della censura scatenata che dominò tutti i nostri anni Settanta.
C’è forse una risposta piuttosto semplice al mistero dell’eterna gioventù artistica di Ferreri: aveva abbandonato l’Italia lavorando per lo più all’estero. È lui stesso a dichiararsi assai dubbioso verso il futuro del cinema italiano in uno dei contributi extra del dvd, l’intervista sul set del film realizzata da Pappi Corsicato. Secondo la sua lettura nel 1996 il cinema italiano era già troppo legato alla fruizione televisiva e quindi poteva permettersi ben poche libertà. Un cinema già vecchio; solo fuori dai nostri confini Ferreri poteva trovare quindi le condizioni ideali per potersi esprimere senza steccati. Vero, verissimo e profetico per i successivi vent’anni di cinema italiano.

Curiosità: tra i tanti volti del film, appare per qualche secondo, in un breve ruolo parlante, un giovane Fabio De Luigi.
Extra: “Il cinema è morto” a cura di Valentina Pattavina, approfondimento storico-critico, e “Argento puro” di Pappi Corsicato, breve documentario-intervista realizzato durante le riprese del film.
Info
La scheda di Nitrato d’argento sul sito di CG Entertainment.

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