Creed – Nato per combattere

Creed – Nato per combattere

di

Nelle due ore e poco più di Creed c’è Stallone, c’è Rocky. Poi ci sono dei riflessi più o meno pallidi, tracce di una saga troppo lunga, di un primo capitolo inimitabile, di un’opera d’esordio (Prossima fermata: Fruitvale Station) che sembra già lontanissima. Creed è e resta uno spin-off, un titolo minore, un nuovo inizio che ha la coperta corta, che ha bisogno di aggrapparsi a Stallone, allo “stallone italiano”, per restare a galla.

Nostalgia canaglia

Adonis Johnson non ha mai conosciuto il suo celebre padre, il campione del mondo dei pesi massimi Apollo Creed, morto prima della sua nascita. Nonostante tutto, la boxe scorre nelle sue vene, quindi Adonis va a Philadelphia, luogo del leggendario incontro tra Apollo Creed e Rocky Balboa. Una volta arrivato in città, Adonis rintraccia Rocky e gli chiede di essere il suo allenatore. Nonostante l’insistenza nello spiegare al giovane che lui ormai è fuori dal giro da parecchio tempo, Rocky vede in Adonis la stessa forza e determinazione di Apollo. Quindi acconsente a prendere Adonis sotto la sua protezione. Con Rocky al suo angolo, non ci vuole molto prima che Adonis abbia una possibilità per vincere il titolo. Ma riuscirà a sviluppare in tempo il cuore, e non solo i muscoli, che servono al vero combattente per vincere? [sinossi]

La scalinata del Philadelphia Museum of Art, le note di Bill Conti, i round che volano via, il corpo di Stallone. La performance attoriale di Stallone. Tutta una carriera che scorre davanti ai suoi e ai nostri occhi.
C’è tanto, tantissimo, in Creed – Nato per combattere.
Ci sono le scorciatoie dell’industria dei sogni, che pesca dalle icone del passato per scalare il box office con remake/reboot/sequel/spin-off come Creed e Star Wars – Il risveglio della forza; c’è la sfida del cinema giovane (Michael B. Jordan e Ryan Coogler, che si ritrovano dopo i premi e i consensi di Prossima fermata: Fruitvale Station) ai campioni degli anni Settanta, della New Hollywood; c’è il tempo che passa, che scorre inesorabilmente sullo schermo e nella vita reale. Il tempo che ripesca le idee del passato, le ripulisce da muffa e ragnatele, rendendole luccicanti ma non sempre attraenti; il tempo che infierisce sui corpi, indebolendoli, appesantendoli.
Dal tunnel del tempo escono galline da rincorrere, quartieri da attraversare a perdifiato, sudore e dolore, vecchie palestre e vecchi amici che non ci sono più. Dal tunnel del tempo salta fuori la nostalgia canaglia: Rocky Balboa, Apollo Creed, ancora le note di Bill Conti. Chi si emoziona, chi si esalta, chi sorride un po’ amaramente.

Nelle due ore e poco più di Creed c’è Stallone, c’è Rocky. Poi ci sono dei riflessi più o meno pallidi, tracce di una saga troppo lunga, di un primo capitolo inimitabile, di un’opera d’esordio (Prossima fermata: Fruitvale Station, che tra l’altro che è possibile recuperare in streaming gratuito sul nostro sito) che sembra già lontanissima. Fatichiamo a ritrovare il realismo della New Hollywood, il ritratto della Philadelphia degli italo-americani, il pathos e l’adrenalina di Rocky (ma anche di Rocky II), la regia ispirata di Avildsen: Creed è e resta uno spin-off, un titolo minore, un nuovo inizio che ha la coperta corta, che ha bisogno di aggrapparsi a Stallone, allo “stallone italiano”, per restare a galla.
Tutto scorre troppo velocemente e non solo per stare dietro a un (nuovo) cinema che fatica a sedimentare, che (in)segue tablet, cellulari, YouTube e affini. Creed è ripetizione di uno schema, di una lezione imparata a memoria. È cinema sportivo che per andare avanti deve tornare indietro. Un loop temporale: Creed non può fare a meno di Rocky. Non è Creed, è Rocky VII, al limite Balboa II.

Sequenze. Immagini. Il giovane Creed, non ancora Creed, si ciba del video in streaming dell’incontro Rocky-Apollo: da YouTube a una parete a dimensioni reali, coi corpi dei pugili che si sovrappongono, si confondono. Creed è Creed. Eppure, nonostante l’impegno di Michael B. Jordan, non può esserci una reale sovrapposizione tra Apollo e Adonis. Il corpo di Carl Weathers e i muscoli troppo pompati sono come la statua di Rocky, come la parabola ascendente/discendente del fisico di Stallone/Rocky: icone ingigantite dal tempo che non temono i freddi calcoli di Hollywood. È troppo grande il pugno di Stallone per il pugno di Jordan, come si nota in un’altra sequenza: il tempo, ancora una volta, gioca a favore del mito e a sfavore delle imitazioni.
Il confronto Rocky/Creed è anche una questione di dimensioni. Nonostante l’encomiabile mappatura sociale e urbanistica di Prossima fermata: Fruitvale Station, Coogler non riesce a scavare nella Philadelphia afro-americana. E nonostante l’affiatamento con Jordan, non riesce a costruire un altro pugile, un’altra icona. Le dimensioni che salvano Creed appartengono a Stallone, al suo fisico appesantito, agli interventi di chirurgia plastica, al volto segnato, a tratti immobile eppure espressivo, intenso. Adonis è prologo, l’entrata in scena di Rocky è il vero inizio, è il film, il cuore pulsante.

Ancora il tempo. Stallone ha cercato di esorcizzarlo con una sorta di trilogia – Rocky Balboa, John Rambo e I mercenari – The Expendables – ma già con Cop Land (1997) di James Mangold aveva anticipato la parabola discendente della sua straripante fisicità, mettendo a nudo la vulnerabilità e le debolezze del corpo dell’eroe e dell’uomo reale. La performance attoriale iniziava a riguadagnare terreno sulla sovrastruttura muscolare. E il tempo, alla fine, ha dato ragione a Stallone, ai tanti Stallone: quello comico e un po’ inguardabile dei vari Oscar – Un fidanzato per due figlie e Fermati, o mamma spara, quello ipertrofico di Rocky IV e Rambo III, quello molto più umano e fragile di F.I.S.T. e Taverna Paradiso. In un certo senso, la performance e il ruolo in Creed – Nato per combattere sono un addio, un testamento artistico, un’eredità preziosa. Ma senza traumi, perché Stallone non è Harrison Ford e Rocky non è un eroe sempre giovane e bello, può permettersi di invecchiare, di fare fatica a salire le scale. Può anche morire, come tutti gli uomini, come tutti i pugili [1].

Come dicevamo, c’è tanto, tantissimo, in Creed – Nato per combattere. Il rapporto padre/figlio e maestro/allievo. Il passaggio di consegne tra il pugilato dei bianchi italo-americani (Rocky Marciano) e l’inarrestabile pugilato degli afro-americani (negli anni di Rocky il ring era dominato da Muhammad Ali e dalle sue sfide-evento con Foreman e Frazier). Una storia d’amore. La ricchezza e i bassifondi. Anche un paio di avversari, così impalpabili da essere quasi delle comparse. Insomma, nessun effetto Thrilla in Manila, nemmeno l’ombra di Balboa vs Creed.
Tutto si regge sulle spalle di Stallone/Rocky, sulla dolorosa nostalgia, sulla resa al tempo che passa, sulla voglia di non mollare, di provarci ancora una volta. Coogler asseconda in fase di scrittura e di messa in scena l’icona Stallone/Rocky, ma non riesce a trascinare su quel ring Jordan e la sua Philadelphia, non riesce a colmare i vuoti lasciati da Apollo e Mickey, Paulie e Adriana. Non riesce a creare nulla di nuovo, ma solo la copia di una copia di una copia.
Ci restano le note di Bill Conti e le spalle larghe e imbolsite di Rocky. È tutto, ma non abbastanza.

Note
1. Si potrebbero aprire infinite parentesi sulla fisicità di Stallone, sul rapporto tra la straripante massa muscolare costruita nel corso degli anni e la performance attoriale. I segni del tempo, del decadimento fisico, sono imperfezioni che nemmeno la certosina applicazione di Stallone e la chirurgia possono nascondere, ma diventano un inestimabile plus valore estetico/narrativo se declinati in un’ottica crepuscolare. Come il viso segnato di Jack Palance, come la montagna che cammina Depardieu (si veda, ad esempio, Mammuth), ma soprattutto come lo straordinario Mickey Rourke di The Wrestler. La costruzione (fisica) che diventa autodistruzione. Metamorfosi eccessive, sfuggite di mano, ma che si rivelano un terreno fertilissimo per mettere in scena il disfacimento di The Wrestler, Rocky Balboa, Creed. Un punto d’incontro tra due attori (due corpi) impensabile ai tempi di Rusty il selvaggio e Rocky IV.
Info
Creed sul sito della Warner.
La pagina facebbok di Creed.
Il trailer italiano di Creed.
Il trailer originale di Creed.
  • Creed-2015-Ryan-Coogler-37.jpg
  • Creed-2015-Ryan-Coogler-36.jpg
  • Creed-2015-Ryan-Coogler-32.jpg
  • Creed-2015-Ryan-Coogler-31.jpg
  • Creed-2015-Ryan-Coogler-30.jpg
  • Creed-2015-Ryan-Coogler-29.jpg
  • Creed-2015-Ryan-Coogler-28.jpg
  • Creed-2015-Ryan-Coogler-27.jpg
  • Creed-2015-Ryan-Coogler-26.jpg
  • Creed-2015-Ryan-Coogler-25.jpg
  • Creed-2015-Ryan-Coogler-24.jpg
  • Creed-2015-Ryan-Coogler-23.jpg
  • Creed-2015-Ryan-Coogler-22.jpg
  • Creed-2015-Ryan-Coogler-21.jpg
  • Creed-2015-Ryan-Coogler-20.jpg
  • Creed-2015-Ryan-Coogler-19.jpg
  • Creed-2015-Ryan-Coogler-18.jpg
  • Creed-2015-Ryan-Coogler-17.jpg
  • Creed-2015-Ryan-Coogler-16.jpg
  • Creed-2015-Ryan-Coogler-15.jpg
  • Creed-2015-Ryan-Coogler-14.jpg
  • Creed-2015-Ryan-Coogler-12.jpg
  • Creed-2015-Ryan-Coogler-11.jpg
  • Creed-2015-Ryan-Coogler-09.jpg
  • Creed-2015-Ryan-Coogler-08.jpg
  • Creed-2015-Ryan-Coogler-04.jpg
  • Creed-2015-Ryan-Coogler-03.jpg
  • Creed-2015-Ryan-Coogler-01.jpg

Articoli correlati

  • Archivio

    il-risveglio-della-forza RecensioneStar Wars: Il risveglio della Forza

    di Torna la saga di Star Wars, creata nel 1977 da George Lucas, e con lei tornano anche alcuni dei protagonisti più amati. Quale sarà il destino della "galassia lontana lontana"?
  • Archivio

    Prossima fermata: Fruitvale Station RecensioneProssima fermata: Fruitvale Station

    di I frammenti che compongono Fruitvale Station ricostruiscono uno scenario ben più complesso dei tragici eventi raccontati. È una parte per il tutto, è la storia che si ripete...
  • Archivio

    Il grande match RecensioneIl grande match

    di Più commedia geriatrica che sport movie, Il grande match serba il forte sentore dell’operazione a sfondo prettamente commerciale, che promette faville mettendo in cartellone due divi dai nomi e dal passato altisonante, per farli poi conflagrare sul ring.
  • DVD

    Boyz ‘n the Hood

    di Celebrata opera prima di John Singleton, Boyz 'n the Hood fu accolto a suo tempo da un lusinghiero successo di pubblico e critica. Rivisto oggi, è un convenzionale dramma "all black" che mostra molte debolezze e un approccio ingenuo ed esemplare alla denuncia sociale. In dvd per Sony e CG.
  • In sala

    Bleed – Più forte del destino

    di Ancora un film sulla boxe, ancora un pugile italoamericano. Ma Bleed trova la sua strada scegliendo di non cercare di imitare gli illustri predecessori e costruendo il suo racconto a partire da poche efficaci regole.
  • Roma 2017

    Tonya RecensioneTonya

    di Presentato alla Festa del Cinema di Roma, il biopic sportivo di Gillespie è il vulcanico ritratto di una fantastica perdente, di un diamante grezzo che ha dovuto fare i conti – sempre – con un ambiente ostile. Memorabili performance di Margot Robbie e Allison Janney.
  • Archivio

    Black Panther RecensioneBlack Panther

    di Accolto trionfalmente in patria, Black Panther non si discosta dai consueti valori produttivi, narrativi ed estetici del Marvel Cinematic Universe, nonostante le utopie del Regno di Wakanda, il Black Power e la colata di buoni sentimenti e propositi. Asgard e la Galassia sono distanti.
  • Pesaro 2018

    L'empire de la perfection RecensioneJohn McEnroe – L’impero della perfezione

    di Vincitore a Pesaro 2018, John McEnroe - L'impero della perfezione è uno straordinario, ipnotico e stratificato film/saggio sul cinema e sul tennis. Sul cinema sportivo; sul gesto tecnico e atletico; su un microcosmo fatto di terra rossa. E su un campione probabilmente irripetibile: John McEnroe.
  • In sala

    Creed II RecensioneCreed II

    di Con pochi match e molto melodramma familiare, Creed II di Steven Caple Jr. vive di un equilibrio precario e di emozioni intermittenti.

COMMENTI FACEBOOK

Commenti

Lascia un commento