Cinema, mon amour

Cinema, mon amour

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Apertura del Concorso Documentari al Trieste Film Festival, Cinema, mon amour di Alexandru Belc è abile nel mostrare la drammatica realtà delle sale cinematografiche in Romania attraverso il faticoso lavoro di un esercente-Don Chisciotte, ma si concentra troppo sul cinema come punto di aggregazione sociale e sulle sue logiche economiche, perdendo ben presto di vista la magia dello schermo e la profonda cinefilia che muove le scelte del protagonista.

L’uomo con il proiettore

Ogni sala cinematografica ha una storia. Un racconto di solitudine, amicizia, speranza e sogni non realizzati. Victor Purice, gestore di questo cinema nella provincia rumena, dimostra come occorra essere creativi (e un po’ folli) nelle battaglie quotidiane in tempo di crisi. [sinossi]

Oggi, in tutta la Romania, sono rimaste appena trenta sale cinematografiche. Una miseria, per un settore costretto ad annaspare fra il disinteresse del pubblico e quello delle autorità, un settore abbandonato a se stesso eppure in qualche modo ancora in piedi per la sola passione, a volte folle, di chi ci lavora e lo porta avanti. Cinema, mon amour, opera seconda del documentarista Alexandru Belc presentata al Trieste Film Festival 2016, racconta la piccola epica di Victor Purice, gestore del superstite e storico Cinema Dacia nella cittadina di Piatra Neamţ, poco più di centomila anime nella provincia moldava. Quasi quattro anni di riprese, per documentare con un approccio che strizza l’occhio al cinema diretto le difficoltà, le soluzioni spesso fantasiose, i cambiamenti, i piccoli e grandi eroismi di un uomo che ama visceralmente il Cinema, disposto a tutto pur di avere ancora tre o quattro persone in sala pronte a ridere, piangere e sognare.

Quella di Victor Purice è una storia quasi cavalleresca, dove rialzarsi dopo la caduta di un intero sistema si erge a unica ragione di vita, a costo di lasciare da parte la propria casa, i propri affetti, il proprio sonno. Dall’epoca d’oro del cinema romeno, quando le sale erano piene, il foyer era stracolmo di persone in coda e l’arrivo del rotolo di pellicola era accolto con l’entusiasmo della festa, adesso il Dacia è in rovina, la facciata da ristrutturare prima che cadano i calcinacci, le poltrone ormai irrimediabilmente rovinate, il riscaldamento che non funziona, gli spettatori da andare a cercare per strada proponendo loro biglietti ridotti e la scelta del film, l’avvento del digitale come croce e delizia. Victor ricorda ancora le sue corse dalla stazione con le bobine sotto braccio, gli applausi degli oltre ottocento paganti al suo arrivo nel cinema, il film messo in macchina, la magia del ticchettio che avvolge quella sorta di tempio pagano chiamato cabina di proiezione. Il suo passato, la sua passione, la sua vita messa a nudo, adesso ridotta a muri scrostati, due collaboratrici e amiche, la famiglia in Italia da troppo tempo vista ormai quasi solo via Skype, coperte e thè bollente distribuiti ai pochissimi spettatori per evitare loro l’ipotermia, lunghe passeggiate nei corridoi dello scantinato per capire da dove provengano quegli spifferi gelidi, fino a un proiettore digitale e ai film scaricati da torrent come unica possibile sopravvivenza. Riponendo tutte le speranze nei giovani, dagli adolescenti in sala per il nuovo blockbuster ai bambini ai quali viene fatto scegliere il film d’animazione che si andrà a proiettare attraverso una giocosa e gioiosa estrazione: il futuro è loro.

La sala cinematografica viene presentata come un fondamentale aggregante sociale, dove scambiarsi commenti nel buio della sala per poi parlare apertamente a fine proiezione, un luogo dove le persone possono conoscersi, incontrarsi, passare un paio d’ore assieme, condividere una visione e una passione. Tutto vero, ma è proprio questo, paradossalmente, il limite maggiore del film di Belc, abile nel mostrare la crisi forse irreversibile della distribuzione in Romania e la granitica forza di volontà del piccolo eroe Victor Purice, ma pronto a dimenticarsi, dopo un intro romantico fatto di bambini che giocano con vecchie pellicole mentre il protagonista dichiara apertamente la propria matta e disperatissima cinefilia, che al cinema esiste anche e soprattutto uno schermo. Ciò che manca, a Cinema, mon amour, è quindi proprio il cinema, i film, l’illusione e l’ossessione che procedono a 24 fotogrammi al secondo e che stanno alla base della vita e delle scelte di Victor Purice. Nel concentrarsi sui drammi distributivi di un Paese e sulla creazione di un piccolo eroe, Belc lascia ben presto da parte le motivazioni che spingono Victor nel proprio eroismo, il suo profondo amore per le immagini in movimento, la sua ancestrale passione per la scatola magica. Girando in sostanza – e forse complice la coproduzione HBO Europe – un documentario più televisivo che cinematografico, senza dubbio interessante ma in definitiva freddino, troppo poco emotivo per entrare davvero nel cuore. Peccato, perché le premesse erano ottime, così come il grande cuore del protagonista. Senza dubbio, auguriamo a Victor Purice e al suo cinema Dacia ancora tanti e tanti anni di vita, di proiezioni e di emozioni. Ma il suo reale amore per il cinema inteso come narrazione, illusione e magia, quello che insomma dovrebbe far uscire il film dallo schermo per girare di 180° e mostrare in realtà tutti noi, in Cinema, mon amour, si può intuire ma non si vede.

Info
La pagina dedicata a Cinema, mon amour sul sito del TFF 2016.
Il sito ufficiale del film.
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