La supplication

La supplication

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Tratto dal libro della scrittrice Svetlana Aleksievič, premio Nobel per la letteratura nel 2015, La supplication è un’elegia dolorosa sul disastro di Chernobyl. Un film prezioso e potente, minimalista e visionario. In prima mondiale alla 27esima edizione del Trieste Film Festival.

Chernobyl, mon amour

Scienziati, giornalisti, insegnanti, bambini, vedove…Le voci dei sopravvissuti al disastro di Chernobyl ci raccontano le loro vite di un tempo e poi della catastrofe, quindi dei terrificanti postumi. [sinossi]

Come dice una delle voci narranti di La supplication, film del cineasta lussemburghese Pol Cruchten presentato in prima mondiale alla 27esima edizione del Trieste Film Festival, a Chernobyl è inutile ambientare romanzi o film di fantascienza, perché la realtà in questo caso supera nettamente la fantascienza. In effetti, il disastro avvenuto nella città dell’Ucraina settentrionale venti anni fa, per l’esattezza il 26 aprile del 1986, non ha paragoni nella storia dell’umanità per la sua caratteristica di incontrollato e maldestro autodafé collettivo, arrivato anche a prefigurare simbolicamente la fine dell’ideologia socialista così come era stata impostata nell’URSS. L’orrore a volte è tale che mancano all’uomo le capacità per verbalizzarlo, ‘riconoscerlo’ e in certo modo poterlo incamerare.
Pol Cruchten ha adattato un volume della scrittrice bielorussa Svetlana Aleksievič, premio Nobel per la letteratura nel 2015, che nel suo “Preghiera per Chernobyl”, pubblicato nel 1997, ha raccolto le testimonianze dei sopravvissuti al disastro. E Cruchten ha giustamente scelto di salvaguardare e, anzi, enfatizzare la natura polifonica del testo originario, affidandosi a una stratificata struttura di narratori in voice over e lasciando che le immagini procedessero come commento per libere associazioni visive e concettuali.

In La supplication non si vede alcuna mostruosità, non vi è uno sguardo morboso verso le malformazioni provocate dal disastro nucleare. Anzi, tutto è filtrato dalla costruzione messa in piedi da Cruchten: le voci dei testimoni sono reinterpretate da attori professionisti, così come chi appare in scena incarna in maniera figurata e non letterale i sopravvissuti (tra questi, vi è ad esempio l’attrice Dinara Drukarova, nel cast – tra gli altri – di Amour di Haneke), mentre i set sono sì quelli reali – come ha raccontato il regista presentando il film basta corrompere le guardie per poter entrare nei luoghi della catastrofe – ma sono comunque messi in scena per la loro natura surreale, malinconica, desertica o anche lisergica e non certo con intenti ‘scandalistici’.
Emerge allora da questa impostazione un film-saggio che sembra richiamarsi in modo non troppo nascosto a certi passaggi del cinema di Alain Resnais, a partire ovviamente da Notte e nebbia, per passare anche a Hiroshima, mon amour. Ed è forse per questo che Cruchten ha scelto di utilizzare il francese come lingua, aggiungendo così dunque un altro filtro rispetto al materiale narrato e finendo perciò, con quest’altro fondamentale tassello, per porsi rispetto alla tragedia raccontata con quella ‘giusta distanza’ di godardiana memoria.

Come quindi ci hanno insegnato Resnais, Godard, Rivette e Serge Daney (e, in tempi molto più recenti il Didi-Huberman di “Le immagini malgrado tutto”) rispetto ai campi di concentramento, La supplication ha l’andamento di una tragedia che può essere solo evocata e non mostrata direttamente, pena la sopravvivenza stessa del concetto di cinema e di sguardo in termini morali ed etici. La commozione e il sentimento della compassione (vale a dire del ‘patire insieme’) arriva dunque non attraverso una volgarizzata forma di montaggio delle attrazioni, quanto piuttosto per via di una lucidità audio/visiva spaventosa, che toglie man mano il respiro. E, in tal senso, ha un ruolo fondamentale la scelta, prima della scrittrice Svetlana Aleksievič, poi di Cruchten, di lavorare su dei racconti orali riscritti, vale a dire rielaborati stilisticamente e resi dunque letteratura nel senso più alto del termine. Come a dire che il potere evocativo della parola aumenta di grado nel momento in cui la capacità di verbalizzare il disastro è la più ampia possibile. Ed ecco che, ad esempio, il racconto della donna che ha perso il marito – ai suoi occhi un tempo figura indistruttibile come la roccia, alto un metro e novanta, di corporatura possente -, o quello dell’uomo che si è portato via la porta di casa perché simbolo della sua famiglia, si colorano di straordinarie sfumature letterarie, capaci di regalarci in maniera limpida il tentativo di resistenza umana di fronte all’annichilimento.
E, in tal senso, il commento che viene riferito da un orologiaio che non è riuscito a riparare un orologio bloccatosi nei giorni della fuoriuscita tossica, appare la chiosa perfetta della tragedia: le lancette non ricominceranno a muoversi e questo non certo per una questione fisica o meccanica, quanto piuttosto per una questione metafisica.

Ed è per l’appunto nella metafisica che si muove La supplication – qualcuno del resto dice che a Chernobyl nasceranno da adesso in poi dei filosofi – laddove le conseguenze del disastro appaiono incontrollate e impossibili da razionalizzare. La scienza, la medicina sono impreparate, non hanno saputo dare risposte a cosa si debba fare non solo per guarire le vittime, quanto addirittura per classificarne le malattie, per identificarne il decorso clinico. Donne incinte che muoiono all’improvviso, malati di una stessa famiglia cui appaiono e scompaiono macchie nere sul corpo senza provocare dolore (e poi solo uno di loro muore), uomini il cui corpo possente perde pezzi e si deforma: come può rispondere l’umano di fronte a questi casi inspiegabili? La nostra cultura, i millenni delle cosiddette “magnifiche sorti e progressive”, il mito della tecnica, il sol dell’avvenire e l’illuminismo evaporano d’un sol colpo di fronte a Chernobyl. E resta la giusta mostruosità di una natura che si ribella finalmente all’uomo: nel tempo infatti nei dintorni della città ora semi-deserta sono nate delle strane razze di incroci tra cani e lupi, oltre che un tipo di gatti trasformatisi in animali selvaggi. Questi animali domestici, ora inclassificabili, attaccano l’uomo. Vogliono la loro vendetta. E ne hanno tutto il diritto.

Info
La scheda di La supplication sul sito del Trieste Film Festival.
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