Il ragno rosso

Il ragno rosso

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Nel suo esordio al lungometraggio di finzione, Il ragno rosso, Marcin Koszałka dissimula nelle forme di un riuscito noir metropolitano un’acuta riflessione sull’ossessione criminale e sulla necessità di morire per diventare immortali. In concorso alla ventisettesima edizione del Trieste Film Festival.

Morte a Cracovia

Karol è un ragazzo normale, che vive nella Cracovia degli anni ’60. I suoi genitori vorrebbero che facesse il medico ma per il momento il ragazzo passa il suo tempo ad esercitarsi nei tuffi e a osservare impassibile tutto quello che succede intorno a lui. Karol è stranamente incuriosito da un uomo sulla quarantina, che si scopre essere un veterinario. Il ragazzo comincia a seguirlo, cerca di avvicinare quel silenzioso e misterioso signore pensando che si tratti del Ragno Rosso, il terribile serial killer che imperversa per le strade di Cracovia… [sinossi]

La mente del serial killer è quel luogo dove il metafisico acquisisce una propria drammatica fisicità, dove le ossessioni diventano realtà, dove l’istinto più estremo si erge ad agghiacciante sete esperienziale, dove essere se stessi deve necessariamente passare per un martello e per un corpo lasciato esanime lungo la strada. L’ambizione diventa sfida, bisogno ancestrale, morte, con il sangue come unica possibile soddisfazione di questa possessione, quel martello lanciato nel fiume ed il ritorno a casa dalla propria moglie, apparenza di una vita normale in attesa del prossimo raptus. Già con il suo precedente lavoro User Friendly Death, nel quale mostrava la straniante quotidianità di obitorio e crematorio, ma forse ancor più con The Lust Killer, documentario in cui si addentrava nella psicologia di un conclamato omicida seriale attivo sin dal ’75 e catturato solo nel 1982, l’apprezzato documentarista e direttore della fotografia polacco Marcin Koszałka aveva ampiamente dichiarato la propria fascinazione ossessiva nei confronti della morte e di questo universo pericoloso, folle e instabile. Sulle stesse basi, frutto di un lungo e approfondito studio in merito e liberamente ispirato dalla storia vera di due serial killer nella Cracovia anni ’60, innesta le proprie radici anche The Red Spider, (che esce in Italia per Lab 80 Film con la traduzione letterale del titolo, Il ragno rosso) interessante esordio al lungometraggio di finzione, presentato in concorso alla 27esima edizione del Trieste Film Festival.

Capace di dissimulare nelle forme del noir una riflessione acuta quanto tragica sulle possibili diverse facce dell’ossessione, il quarantacinquenne regista polacco mette in scena un thriller psicologico atipico, dilatato e rarefatto, complesso ed elegante, colto e raffinato, ma al contempo sempre intrigante e ritmato, abile a declinare le proprie riflessioni (comporta)mentali e metafisiche senza intaccare il flusso narrativo. Una qualità non da poco, per la quale il film meriterebbe probabilmente la possibilità di essere mostrato a un pubblico più ampio rispetto a quello dei circuiti festivalieri. Del resto, specialmente negli ultimi anni, accade sempre più spesso che il mondo autoriale riscopra e reinterpreti a modo proprio le varie declinazioni del film di genere, con risultati -si veda su tutti The Assassin di Hou Hsiao Hsien – spesso esaltanti. Fotografato in uno splendido 35mm a grana grossa capace di far emergere dalle ombre tutta la fisicità delle figure e girato con uno stile asciutto che non dimentica di assestare assoluti colpi di classe con movimenti di macchina funzionali quanto emotivi (si veda su tutte la sontuosa ripresa zenitale sulla scogliera, illusione ottica che sembra lanciare un’auto a tutta velocità verso una strada interrotta), Il ragno rosso mette in scena nella vicenda dei due serial killer nella Cracovia anni Sessanta l’ossessione per il controllo, la creatività quasi artistica dell’omicidio, il mistero della morte, il fascino proibito della violenza, l’intima necessità di passare alla storia come unica possibile sopravvivenza in un mondo di fantasmi. Ma per passare alla storia, prima o poi, dovrà inevitabilmente farsi strada anche la necessità di essere scoperti e catturati: una nuova e altrettanto spettrale ossessione è pronta a farsi strada.

Il personaggio di Karol, giovane e imperturbabile tuffatore, è freddo e incapace di reali emozioni al pari dell’Alfredo Castro di Post Mortem di Larraìn, ma è al contempo pronto ad assorbire, quasi con memoria cronenberghiana, il virus della violenza, del male, della morte. Quando trova per primo il cadavere di un bambino ne è profondamente affascinato, tanto da scoprirne ben presto l’omicida e avvicinarlo mentre la polizia brancola nel buio diffondendo messaggi alla cittadinanza. “Sono il miglior tuffatore, ma solo a Cracovia, più in là non riesco ad andare” la sua dichiarazione di fallimento, la reale nascita dell’ossessione per il superamento dei propri limiti. Prima gli stratagemmi per inseguire e avvicinare l’assassino, poi l’avanzare del chiodo fisso per l’omicidio, la morte che diventa vita e creazione. Eros e Thanatos danzano pericolosamente insieme, si sfiorano, si compenetrano, lasciando il protagonista perso e inebetito fra l’atavica impossibilità di uccidere la fotografa della quale si sta innamorando e l’intima necessità di farlo per dimostrare qualcosa a se stesso, o quantomeno alla società. Mentre la scelta estrema di Karol, incapace di emulare il vero assassino, di sostituirsi a lui e confessare gli omicidi mette in sostanza il serial killer fuori gioco, lo relega nell’oblio, fa sì che le sue “imprese” siano consegnate al patibolo e poi alla storia con un altro volto e un altro nome. Il mostro, seppur vivo, libero e incensurato, si rivela l’unico vero sconfitto, forse l’unico davvero morto.

Marcin Koszałka non ha paura a mettere in scena tutti suoi più profondi incubi, le proprie dolorose riflessioni sulla vita e sulla morte, la propria fascinazione magnetica verso il metafisico, l’inspiegabile, l’inaccettabile, il malvagio. Dimostrando di possedere uno sguardo ed una coerenza che vanno ben al di là delle sue indiscutibili capacità tecniche. La sua esperienza da documentarista gli è stata evidentemente utile nella creazione di linguaggio, intelligentemente spartito fra ciò che viene mostrato e ciò che deve rimanere fuori campo, nell’ombra ma presente. Come la violenza brutale degli omicidi, intuita, raccontata, al massimo lasciata appena fuori dall’inquadratura, ma mai mostrata direttamente. Ma soprattutto come il calcagno fetente della dittatura, mai nominata se non con qualche frammento di notizia alla radio, ma parte assolutamente integrante della storia, della sua ambientazione, della stessa aria che i protagonisti sembrano respirare.
Il ragno rosso è un film profondamente personale, con il quale Marcin Koszałka continua a raccontare e mettere in scena la sua depressione e le sue ossessioni più nere e torbide. Il suo è un cinema che, come spesso accade all’arte, nasce dal disagio, un cinema raffinato eppure capace di rimanere intimo e di pancia come i primi betacam che mostravano le nevrosi della madre e la sofferenza di un giovane regista ancora incompreso. E pazienza, a questo punto, se qualche sparuto passaggio di sceneggiatura potrebbe risultare un po’ forzato o schematico: la mente del serial killer, in fondo, è un luogo pericoloso e istintuale, dal quale sarebbe forse opportuno rimanere a distanza di sicurezza. Ma riusciamo davvero a immaginare un luogo più affascinante?

Info
La scheda di Il ragno rosso sul sito del Trieste Film Festival.
Il trailer di Il ragno rosso su Youtube.
La scheda di Il ragno rosso sul sito di Lab 80 Film.
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