Intervista a Marcin Koszałka

Intervista a Marcin Koszałka

In occasione della presentazione al Trieste Film Festival di The Red Spider, abbiamo intervistato il regista polacco Marcin Koszałka, per parlare con lui della sua vita, del suo personalissimo cinema, della Polonia di ieri e di oggi.

A Trieste il vento è calmo, Marcin Koszałka siede a un tavolino nella hall del suo albergo, un caffè in mano, gli occhi vispi sotto le lenti degli occhiali. Il Trieste Film Festival, parallelamente a The Red Spider, suo film di finzione d’esordio presentato in concorso, gli ha tributato un focus nel quale è stato possibile scoprire i suoi precedenti documentari e, con questi, fondamentali brandelli della sua vita, della sua poetica, delle sue paure.

Partiamo dal principio: hai iniziato la tua carriera mostrando la tua casa, la tua vita, la tua famiglia, il rapporto burrascoso con tua madre. Ci interesserebbe approfondire quanto questa situazione domestica difficile abbia influito sulla tua formazione e sulla tua filmografia.

Marcin Koszałka: È in realtà molto strano… Ho girato il mio primo film, il documentario Such a nice son I gave birth to sulla mia famiglia e su mia madre durante gli studi all’Accademia di cinema. Studiavo fotografia, non regia, ma avevamo lezioni di cinema documentario come programma base. Il mio professore era un documentarista polacco estremamente disordinato, ma al tempo stesso era a capo del dipartimento per i documentari sul primo canale della televisione di Stato. In quegli anni in Polonia i documentari avevano uno spazio oggi impensabile, abitualmente programmati intorno alle 20, subito dopo il telegiornale, in un apposito programma prime time che faceva 8, 9, 10 milioni di persone di audience. Cifre choc, per quello che è stato il miglior momento in assoluto per il cinema documentario polacco in televisione. Un altro professore una volta mi aveva affidato un compito, un esercizio di montaggio, ma non avevo alcuna idea di che cosa fare. Sono tornato a casa, ci ho rimuginato per tutto il weekend, finché il professore stesso non mi ha suggerito: “Se hai bisogno di un’idea per un film di finzione, guarda vicino. Magari il film è già nella tua casa, nella tua famiglia”. A quel punto ho guardato i miei genitori: ecco l’idea! Non smettevano mai di essere stressati, non smettevano mai di litigare, non smettevano mai mostrare il loro lato più debole. Ho pensato quindi che queste difficoltà di comunicazione fra di noi potessero essere l’argomento del film. Ho girato questo materiale, l’ho mostrato al professore di montaggio, ma era molto vecchio e non gli piacque affatto. Apparteneva alla scuola del montaggio più classico, e il mio lavoro era in effetti troppo sperimentale per lui. Avevo cercato di studiare un editing il più possibile emozionale, fatto di stacchi improvvisi e semplici addizioni. Non avevo pensato a inquadrature, movimenti, nulla, ma solo a sommare una situazione dopo l’altra, un’emozione dopo l’altra, creando un flusso più che un racconto. Fatto sta che quell’insegnante lo trovò troppo underground e mi diede un voto bassissimo. Dopo la lezione, però, un mio amico mi venne a dire “Ehi, guarda che questa è roba forte! Prova a farlo vedere anche durante le lezioni di documentario. Il professore è ben più giovane, e poi fa il programmatore in televisione”. L’ho fatto, il professore lo ha molto apprezzato, e lui stesso dopo la proiezione mi ha proposto di girarne un altro con una camera migliore e l’audio professionale. La sfida maggiore fu imparare a registrare l’audio: mi presentò il sound designer dei documentari di Krzysztof Kieślowski, che mi insegnò il metodo. Mi diede un registratore speciale, microfoni di qualità, mi spiegò la tecnica per posizionarli. In questo film ero operatore, regista, direttore della fotografia, fonico e anche attore, sdraiato sul divano. Nonché un potenziale portatore di scandali in Polonia: è stato forse il primo film dopo la caduta del comunismo a presentare discussioni sui confini morali, sull’etica, sulla famiglia. La Polonia è un paese molto cattolico, parlare della famiglia è una sorta di argomento tabù: per molte persone e per alcuni giornali il mio film era come un attacco alla famiglia cattolica polacca. Ma piacque ad una parte della critica ed ebbe una buona circolazione ai festival internazionali: era iniziata la mia carriera. La mia professione principale è quella di direttore della fotografia in film di finzione, ai quali ho aggiunto qualche documentario come regista, principalmente per HBO Europe con la quale si lavora in ottime condizioni sia di budget sia di indipendenza…

…fino all’esordio come regista di fiction. The Red Spider, il tuo “nuovo” debutto, si innesta con coerenza in una filmografia che già nei documentari aveva trattato il superamento dei propri limiti, la mente del serial killer e la morte. Il cinema è per te un modo per esprimere le ossessioni più nere, la paura dell’oblio, gli incubi più profondi. Ma anche l’incertezza e l’ambiguità, il fascino del dubbio e dell’errore, la fragilità delle certezze. Che cosa cerchi esattamente con il tuo cinema? Una catarsi, una risposta, o semplicemente uno sfogo?

Marcin Koszałka: È molto difficile da spiegare. È come nei miei film: spesso mi chiedono perché io parli del male senza cercare di spiegarlo. Nei miei film non lo faccio, non cerco di spiegare nulla, lascio domande aperte per le quali va bene qualsiasi interpretazione. Perché io stesso non conosco le risposte a queste domande, sono aperte in primo luogo per me, non si può spiegare l’origine del male. Non esiste una ragione concreta, c’è e basta, è fra di noi, forse addirittura dentro di noi. È come il mare, sta lì quieto e non puoi sapere quando arriverà la prossima onda. Nei miei film c’è appunto l’impulso, c’è il desiderio, c’è l’ossessione, come quando vedi una donna molto bella e senti il desiderio di portartela a letto. La stessa situazione che sta dentro i miei film sta anche alla loro base: come vedi una bella donna e semplicemente vai, anche fare cinema è istinto e desiderio.

Hai più volte parlato, nei tuoi film, del corpo umano vivo o morto come di un oggetto da guardare, studiare e utilizzare lasciando da parte le emozioni. Hai girato i tuoi film in obitorio, nei forni crematori e nei laboratori di anatomia. Eppure si tratta di una freddezza solo apparente, controbilanciata da istanti di altissima partecipazione emotiva.

Marcin Koszałka: Il corpo è molto importante per me. Al di là del desiderio, la principale motivazione del mio cinema è la mia profonda paura della morte. I miei film sono una preparazione alla morte, alla mia morte. Ma non voglio capirla, è impossibile capire che cosa sia. Toccare la morte è come ridurre le emozioni contro di lei. Il corpo umano è per me il simbolo stesso della vita, la sua distruzione il simbolo della morte. Nutro una reale ossessione nei confronti del corpo [si tocca un braccio, come per dimostrare la sua fisicità, n.d.r.] e probabilmente non credo che ci sia qualcosa dopo se non nella memoria. Ma il futuro mi interessa relativamente, quello a cui penso è il presente.

Guardando i tuoi film, vengono spesso in mente Apichatpong Weerasethakul, Pablo Larraìn, David Cronenberg, registi ossessionati da tematiche molto vicine alle tue. Ti ritieni un regista cinefilo? Quali eventuali influenze hai subito da spettatore?

Marcin Koszałka: Si, si, senza dubbio. Fra quelli che hai citato specialmente David Cronenberg, ma amo considerare come mio principale maestro Michael Haneke, quantomeno per quanto riguarda i film di fiction. Quello che più amo sono le emozioni crude messe in scena da Haneke, mi lasciano senza parole, sono rapporti personali splendidi eppure forgiati nel ghiaccio. David Cronenberg è invece ossessione, follia, morte, virus, elementi che mi hanno senza dubbio influenzato, come pure le foto di Joel Peter Witkin, fonte di ispirazione inesauribile. Le sue composizioni usando i cadaveri sono al contempo affascinanti e agghiaccianti: veri corpi, vere teste, vera morte che crea arte.

Una domanda tecnica: nella tua carriera hai girato in betacam, digibeta, HD, 16mm e 35mm. In quale modo così tanti diversi formati hanno influenzato il tuo stile come regista e direttore della fotografia?

Marcin Koszałka: Usare molte tecniche è ormai assolutamente normale per un direttore della fotografia moderno: è la mia formazione. Quando studiavo all’accademia, avevamo grossi quantitativi di pellicola conservati nei magazzini. Il professore considerava fondamentali tutti i procedimenti: prima ci faceva scattare normali foto, poi ci ha insegnato a impressionare il 16mm, dopo ancora il 35, e come ultimo step, ovviamente, il digitale. Ma oggi purtroppo il digitale è diventato il metodo principale perché è una tecnica molto meno costosa, la situazione sta rapidamente cambiando in questo senso. Personalmente, preferisco di gran lunga girare film in pellicola, per quanto non sia facile perché viene considerato uno spreco economico. Anche se forse nei documentari è ormai davvero preferibile il digitale, per una questione di dimensioni e peso molto ridotti della macchina da presa, e soprattutto per evitare di dover cambiare il rullo da 16mm ogni 22 minuti. Adesso puoi avere una macchina molto piccola, quasi intima oltre che comoda. Comunque, a mio avviso, uno dei grandi problemi del cinema di questi tempi è che i giovani registi non pensano più alla forma, dimenticano l’estetica. Sono magari bravi a costruire emozioni e vicende, ma non pensano più a “come” mostrare. L’aspetto visivo è molto importante, comunica situazioni e trepidazioni, non si può lasciare da parte.

A questo proposito, in The Red Spider c’è un’inquadratura mozzafiato, una zenitale su una scogliera che sembra, attraverso un’illusione ottica, lanciare un’automobile a tutta velocità verso il precipizio.

Marcin Koszałka: In realtà è stato un take abbastanza semplice, si trattava solo di trovare il giusto punto di osservazione: la macchina da presa era su una gru e un’irregolarità della montagna ha fatto il resto. Quando arrivo su un set lo giro in lungo e in largo cercando il miglior punto per inquadrarlo. Anche adesso, se dovessi girare una scena in questo ristorante [si alza e inizia a camminare intorno al tavolo, n.d.r.] andrei alla ricerca del miglior punto possibile. Fare cinema, in un certo senso, è solo saper gironzolare e fermarsi nel punto giusto.

Un’ultima domanda, riguardante una sfera se vogliamo più politica. Hai detto prima di pensare al presente anche quando rimetti in scena il passato. Ebbene, che cos’è la Polonia oggi? Cosa vuole dire viverci da artista?

Marcin Koszałka: Dipende dal punto di vista, ma secondo la mia opinione è una situazione tragica. Come artista, subisco un governo che vuole cambiare il modo di pensare riguardo il cinema. Ad esempio, in questo momento il governo vuole nuovi film solo sulla faccia “buona” della storia polacca. Viene richiesto ai cineasti, in sostanza, di fare propaganda, di mostrare solo gente onesta e forte. Il Primo Ministro, per farti un esempio, ha dichiarato che Ida è un film anti-polacco, e lo ha fatto in un’intervista ufficiale. A mio avviso questo è un fatto scioccante e scandaloso: il film ha preso l’Oscar a Los Angeles mentre in patria veniva pubblicamente attaccato dalle istituzioni, e il regista Paweł Pawlikowski sottoposto alla gogna per “avere fatto un film contro la cultura polacca”. Per me questi sono tempi pessimi, non sto bene, sono depresso: pensa che il mio nuovo progetto è totalmente congelato perché è una storia che parla dei Podhale, una piccola comunità montana sui Carpazi, nella regione di Goralen. È una storia particolarmente nera, un argomento tabù che non si vuole che venga toccato: durante la Seconda Guerra Mondiale, i polacchi di Goralen collaborarono con i nazisti e fu la più grande collaborazione nella storia polacca. Ma sono in pochi a saperlo, la visione generale della nazione è sempre stata contro la Germania, la scelta comune è sempre stata quella di non collaborare con l’esercito tedesco. I cechi hanno collaborato, gli italiani hanno collaborato, gli olandesi hanno collaborato mentre la Polonia ufficialmente no, ma questa piccola e importante parte della nazione lo ha fatto. E in ogni caso il film non vuole essere una storia sul collaborazionismo, è una storia sul presente. Penso che oggi il problema principale in Europa siano le nuove forme di nazismo. Magari non sarà proprio come ai tempi di Hitler, ma il modo di pensare è lo stesso, e anche le basi su cui poggia. Da una parte i problemi economici, dall’altra la paura nei confronti degli stranieri, mentre il separatismo avanza inesorabile. Gli abitanti di Venezia dicono di non essere italiani ma veneziani, in Spagna ancora peggio con le tre regioni indipendentiste, per non parlare dell’Irlanda, il concetto è sempre quello di separare. Il film è quindi una storia sulla separazione: l’origine della nostra popolazione è germanica e quando l’esercito tedesco invase la Polonia si rivolse a quelli di Goralen parlando di “stesso sangue, come fratelli”, creando il separatismo nella regione. Trovo questo fatto molto interessante, e vorrei creare questo film storico che però guardi assolutamente al presente usando quei bellissimi costumi, quelle atmosfere e quelle montagne. Ma il progetto è fermo perché a Goralen tutti hanno sempre votato per il partito di maggioranza Diritto e Giustizia, il partito fondato dai Kaczyński. Il mio film, quindi, sarebbe visto come una sorta di attacco terroristico al governo polacco, è assolutamente impossibile da girare. Devo per forza aspettare la prossima occasione, forse qualche anno, forse cinque anni, sperando in nuove elezioni, visto che ci sono appena state. Gli abitanti di Goralen sono grandi e forti, con gli zigomi alti e i lineamenti duri quasi come come gli indiani d’America. Sono il simbolo del potere, e il mio film potrebbe distruggere completamente la percezione che si ha oggi della nazione. La Polonia per i polacchi è come un monolito, senza divisioni e soprattutto senza collaborazionismi passati, il film andrebbe a intaccare quella che è la percezione storica, ed è per questo che adesso non posso girarlo. Ma, lo ripeto, non voglio fare un film storico. Vorrei invece usare quel luogo e quel momento per dire qualcosa riguardo il presente dell’Europa, e forse non solo dell’Europa. Spero, prima o poi, di poterci provare.

Info
La pagina dedicata a Marcin Koszałka sul sito del Trieste Film Festival.

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