L’abbiamo fatta grossa

L’abbiamo fatta grossa

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Carlo Verdone torna dietro (e davanti) la macchina da presa con L’abbiamo fatta grossa per raccontare una commedia degli equivoci che vorrebbe dire la sua sull’Italia di oggi. Intento lodevole, ma che rimane sulla carta.

La valigetta dell’attore

Antonio Albanese è Yuri Pelagatti, un attore di teatro che, traumatizzato dalla separazione, non riesce più a ricordare le battute in scena. Carlo Verdone è Arturo Merlino, un investigatore squattrinato che vive a casa della vecchia zia vedova. Yuri vuole le prove dell’infedeltà della ex moglie ed assume Arturo credendolo un super investigatore. Ma Arturo non ne fa una giusta! Per errore entrano in possesso di una misteriosa valigetta che contiene… 1 milione di euro! Una serie di guai divertentissimi e di rocambolesche avventure, fino a un finale imprevedibile… [sinossi]

Sono trascorsi quasi quaranta anni dall’esordio cinematografico di Carlo Verdone; fin dalle prime regie (le narrazioni annodate e sovrapposte di Un sacco bello e Bianco, rosso e Verdone) il comico romano ha tentato di mescolare a gag e battute una lettura del paese in cui viveva, del mondo che lo circondava. Un afflato spesso appena smozzicato, superficiale e a volte semplicistico, ma sempre percepibile. I suoi film, che fotografavano una piccola e media borghesia desiderante un benessere a lei negato in maniera categorica (il Sergio Benvenuti pronto a trasformarsi nel Manuel Fantoni donnaiolo e avventuriero di Borotalco rimane ancora oggi l’esempio più compiuto e calzante) si sono adattati, negli ultimi anni, a mettere in scena cinquantenni oramai falliti, costretti a ideare stratagemmi per sopravvivere, come dimostrano i vari Io, loro e Lara e soprattutto Posti in piedi in Paradiso. Una scelta “di classe” che, al di là del mero risultato artistico, pone Verdone in un angolo rispetto alla marea montante della commedia nostrana, dove anche il meno fortunato può di solito permettersi un appartamento in centro o un moderno loft a Testaccio o a Trastevere.

Invece, mentre l’ex carabiniere Arturo Merlino, che ora fa l’investigatore privato (ma il suo caso più ardito prevede il recupero del gatto fuggitivo di un generale in pensione, interpretato da Giuliano Montaldo) è costretto a vivere con l’anziana zia arteriosclerotica, l’attore disoccupato Yuri Pelegatti ha solo una stanza in una casa con colleghi più giovani da quando la moglie l’ha lasciato. Ed è proprio l’ossessione per l’ex consorte che porta Yuri a rivolgersi ad Arturo, innescando involontariamente un effetto domino di disastri su cui si costruisce la trama di L’abbiamo fatta grossa , venticinquesima regia di Verdone. Il tentativo di staccarsi da alcuni cliché dei suoi film (la presenza soffocante della famiglia, le nevrosi) appare evidente fin dalle prime sequenze, insieme alla necessità di coniugare una commedia di dialoghi con l’aspetto più vicino al genere, nello specifico il noir (o meglio, l’hard boiled). Peccato che gli elementi non sembrino miscelati a dovere: nonostante alcuni passaggi ispirati (la colluttazione notturna con lo scagnozzo del cosiddetto “uomo elegante”, e quel che ne segue) L’abbiamo fatta grossa arranca sovente alla ricerca di una propria dimensione.

Se a Verdone viene abbastanza naturale costruire i personaggi protagonisti (anche se i birignao di Verdone quando deve vantarsi con Lena delle sue azioni da “private eye” ricordano troppo il succitato Manuel Fantoni), lo sfondo appare troppo sfocato. Un difetto non di secondaria importanza per un film che vorrebbe raccontare (come riporta una scritta sul fermo immagine finale) la realtà che produce vicende come quelle narrate, e che crea uno scollamento netto tra la coppia scoppiata Arturo/Yuri, effettivamente affiatata, e il resto del panorama. Dopotutto l’intento di mescolare il “reale” al fiabesco non è neanche troppo velato, come testimonia il nome del personaggio interpretato dal regista, che unisce re Artù a mago Merlino… A parte questo L’abbiamo fatta grossa increspa solo di quando in quando le acque della commedia italiana, preferendo per la maggior parte del tempo muoversi sul sicuro, al riparo da rischi. Resta la scelta di non essere sempre concilianti, e di preferire una pernacchia a una stretta di mano: segnali di un’insubordinazione che avrebbe potuto produrre effetti ben più destabilizzanti. Peccato che non sia andata così…

Info
Il trailer di L’abbiamo fatta grossa.
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