Galaxy

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Si apre con uno dei suoi primi lungometraggi, Galaxy, che segna il ritorno del cinema sperimentale giapponese nel dopoguerra, la retrospettiva dell’International Film Festival Rotterdam “Film/Revolution” su Masao Adachi.

I sogni sono una pagina bianca

Un incidente di macchine suscita un trip cinematografico in bianco e nero seppia nella turbolenta mente dell’innominato protagonista, mescolando distorcendole immagini del suo passato, del suo presente e della sua immaginazione. [sinossi]

Masao Adachi, cineasta sperimentale giapponese, legato a Ōshima e Wakamatsu di cui è stato sceneggiatore, e con una lunga parentesi della sua vita trascorsa in Libano avendo aderito ai movimenti di liberazione palestinese, è ora oggetto di una retrospettiva integrale dell’International Film Festival Rotterdam, la seconda dopo quella di Parigi di anni fa. Assente ancora il cineasta, confinato in patria da cui non può uscire per le conseguenze della sua vicenda giudiziaria.

“I tuoi sogni sono una pagina bianca”: è una frase ricorrente, rivolta al protagonista, in uno dei primi lungometraggi del regista, Galaxy. Frase abbinata in un dialogo a “Devo essere sicuro che tu viva veramente nei miei sogni”. È una pagina da riempire, da tingere di bianchi e neri dai viraggi vari, un film che vive nei sogni del protagonista. È un primo cinema dei paesaggi immaginari e onirici, dove già è evidente, come anche nei film di Wakamatsu che Adachi aveva sceneggiato, il principio di quella che, due anni dopo, sarebbe stata formulata come “teoria del paesaggio”. Elaborata dal critico cinematografico e scrittore Masao Matsuda, con cui Adachi aveva fondato la rivista “Eiga Hihyo”, si basa sulla lettura della società attraverso il paesaggio, che è stato profondamente rimodellato nel senso di una sua omologazione in non luoghi durante gli anni sessanta, quelli della crescita economica del paese ma anche della recrudescenza dei movimenti di protesta e delle guerriglie urbane. Il concetto chiave di paesaggio (fukei) sostituisce così quello di situazione (jokyo) nell’analisi sociale marxista.
Adachi avrebbe poi realizzato uno dei film manifesto della teoria del paesaggio, insieme a The Man Who Put His Will on Film di Ōshima, Aka Serial Killer; e la teoria del paesaggio è stato adottato anche dal fotografo avanguardista Takuma Nakahira. Adachi seguirà questa concezione teorica, insieme all’idea del profondo legame tra film e attivismo militante e rivoluzionario, considerate due forme di azioni collettive.

In Galaxy abbiamo già una serie di paesaggi industriali omologati, di grovigli autostradali, che contrastano con il paesaggio marino, con cui inizia il film. Il mare, le onde, l’acqua: ancora un principio cardine della teoria del paesaggio. Nel mare per esempio si conclude, in via catartica, il film che riepiloga la teoria, il recente Cronache della bicicletta di Koji Wakamatsu.
Un film, Galaxy, dalla narrazione non lineare, che trascende il tempo. Con un linguaggio fatto di camera a mano, sguardi in camera, panoramiche a schiaffo, voce off. E con la presenza di macchine da presa interne, a volte vere a volte disegnate, in un cortocircuito tra cinema e sogno. Dove compare una donna gigante, come in un conflitto grafico ejzenstejniano. Adachi esordisce con un’opera inquietante e angosciante, dove trapela il nervosismo di una società pervasa da sentimenti di ribellione per il Trattato nippo-americano. Comincia il cinema sperimentale giapponese, che partorisce anche in quel periodo Shuji Terayama, il cui lavoro appare, dopo la visione di Galaxy, presentare analogie con quello di Adachi.

Info
Masao Adachi, regista di Galaxy, sull’Harvard Film Archive.
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