Sick

Sick del croato Hrvoje Mabić porta sullo schermo una storia forte di intolleranza e sanità corrotta, di libertà sessuale e giustizia, di vendetta e perdono. Un film che vorrebbe ergersi a paradigma dei diritti umani, ma finisce per affogare i suoi nobili intenti in uno stile filmico forzatamente lirico ed elegiaco che si dimostra ben presto inadeguato. Al Trieste Film Festival nel concorso documentari.

Family day

All’età di 16 anni Ana è stata rinchiusa in un ospedale psichiatrico dai suoi genitori che, aiutati dal primario dell’ospedale, l’hanno fatta ricoverare per curarne l’omosessualità! Un viaggio allucinante nell’intolleranza che ci farà scoprire un personaggio indimenticabile. [sinossi]
Come uno degli Dei, felice
chi a te vicino così dolce
suono ascolta mentre tu parli
e ridi amorosa. Subito a me
il cuore in petto s’agita sgomento
solo che appena ti veda, e la voce
si perde sulla lingua inerte.
Rapido fuoco affiora alle mie membra,
e ho buio negli occhi e il rombo
del sangue alle orecchie.
E tutta in sudore e tremante
come erba patita scoloro:
e morte non pare lontana
a me rapita di mente.
Saffo, fr. 31, trad. Salvatore Quasimodo

Quella di Ana Dragičević è la storia vera di un trauma, una storia fatta di intolleranza e di insopportabili angherie subite, ma anche la storia di una catarsi, di un amore, di un riscatto, di una vendetta. I suoi 16 anni e le sue prime pulsioni, rendersi conto di essere omosessuale in una società e soprattutto in una casa non ancora pronte ad accettarla, punita e umiliata per essere semplicemente se stessa. I suoi racconti partono della vergogna da parte proprio della famiglia che le sarebbe dovuta stare vicino, fino all’agghiacciante decisione dei genitori di rinchiuderla per cinque anni in un ospedale psichiatrico pensando all’omosessualità come a una malattia, e preferendo inventarsi di sana pianta una sua dipendenza dall’eroina nel momento in cui Ana non aveva mai assunto una droga piuttosto che ammettere davanti alla società di avere messo al mondo una figlia lesbica. Sick di Hrvoje Mabić, presentato nell’ambito del concorso documentari del 27esimo Trieste Film Festival, racconta la sua storia, la cinica perfidia sessista della connivente direttrice della clinica psichiatrica, le continue umiliazioni e i traumi, i reali problemi psicologici scaturiti dal ricovero coatto e dai profondi e sanguinari graffi dell’intolleranza. Quella di Ana è una storia forte, paradigmatica, fotografia di un’arretratezza mentale dalla quale non siamo certo immuni, proprio nei giorni in cui Milano scrive Family Day sul Pirellone e migliaia di persone in tutta Italia manifestano per la legittimazione della propria ipocrisia. L’intolleranza si rivela in tutte le sue varianti più crudeli, attacca, colpisce, ma per fortuna non riesce ad affondare. Una storia che non può che interessare e sorprendere, creare empatia, far tifare orgogliosamente lo spettatore per la protagonista che si mette a nudo, cresce e sconfigge le proprie paturnie davanti alla macchina da presa.

Eppure, nel film di Mabić questo coinvolgimento emotivo viene paradossalmente a mancare per lunghi tratti. Colpa, principalmente, del registro visivo e narrativo scelto che – fra salti temporali a tratti ferruginosi, ricostruzioni troppo vistosamente rimesse in scena in maniera sommaria, la voce off della protagonista martellante e un’attenzione all’estetica che ben presto si rivela forzata – finisce per risultare drammaticamente insincero, troppo freddamente calcolato, quando sarebbe bastato mostrare Ana, la sua vita, la sua storia e la sua lotta contro i fantasmi del passato. Durante la proiezione, fra la pioggia che scorre incessante sui vetri, le finestre del manicomio, il cielo con le sue nubi in evoluzione, le sfocature, i dettagli, i continui cambi di fuoco e la fotografia ammiccante e volutamente sovraesposta, la vicenda di Ana e la sua insita forza vengono annacquate fino ad essere quasi affogate da questa tensione all’enfatico ad ogni costo. Una sovrastruttura che appesantisce la grammatica del film, ne va a intaccare la veridicità e soprattutto l’apporto emotivo proprio per questa volontà troppo ferma e pleonastica di amplificarlo con le immagini. Non possiamo che pensare a come sarebbe potuto essere lo stesso input nelle mani di Werner Herzog, e in generale una storia del genere, di per sé straziante e sublime, in mani più caute e asciutte.

Ma, nonostante i suoi limiti, Sick non è certo un film da buttare, abile a interrogarsi, fra le pieghe della vera storia della propria protagonista, su delitto e castigo, su rabbia e vendetta, su riscatto e giustizia, sulla partenza da un gorgo di ossessioni e paure per giungere ad una forse mai così eccezionale normalità. Ma è anche un interessante spaccato su un’inaccettabile realtà ospedaliera, dove un primario sessista calpesta ogni possibile residuo di professionalità per ‘guarire’ una lesbica costringendola a mentire e umiliandola, facendole trangugiare psicofarmaci dannosi, annichilendola nel più profondo del cuore e dell’anima durante le fasi più delicate dell’adolescenza. Ma poi arriva Martina, l’amore, il progetto di sposarsi ad Amsterdam, la vita insieme, la compagna a cui aggrapparsi per uscire dal tunnel.
Le uniche sequenze davvero intime e sincere del film sono proprio i loro dialoghi sottovoce, a letto, fra un bacio e un sospiro, guardando finalmente al futuro. È però il passato l’unica e vera ossessione di Ana, riuscire a mandare i genitori e la perfida psichiatra in carcere la sua unica ragione di vita. Forse non è ancora pronta per una vita insieme, troppo impegnata a combattere le sue nemesi e la sua adolescenza per guarirne. Certi amori, teneri quanto nervosi, possono quindi anche raffreddarsi e finire, ma solo dopo avere intimamente cambiato chi li ha provati, guarendone vecchie ferite, donando autostima e serenità, fino alla catarsi suprema di Ana in occasione della malattia della madre, il reale superamento dei fantasmi del suo passato: il momento del perdono, ultimo e definitivo passo verso la normalità.
Certo, rimane il rammarico per uno stile cinematografico per lunghi tratti inadeguato, per una freddezza di calcolo che supera l’umanità quasi annullandone lo strazio, per un apparato visivo elegante ma non puntuale né potente come quello, tanto per rimanere qui a Trieste, visto nello splendido La Supplication. Ma la storia vera di Ana Dragičević, prima o poi, andava senza dubbio raccontata. Per lei e per noi. Buona nuova vita, Ana!

Info
La pagina dedicata a Sick sul sito del Trieste Film Festival.
Il sito ufficiale del film.
  • sick-2015-Hrvoje-Mabic-01.jpg
  • sick-2015-Hrvoje-Mabic-02.jpg
  • sick-2015-Hrvoje-Mabic-03.jpg
  • sick-2015-Hrvoje-Mabic-04.jpg
  • sick-2015-Hrvoje-Mabic-05.jpg

Articoli correlati

  • Trieste 2016

    La supplication

    di Tratto dal libro della scrittrice Svetlana Aleksievič, premio Nobel per la letteratura nel 2015, La supplication è un'elegia dolorosa sul disastro di Chernobyl. Un film prezioso e potente, minimalista e visionario. In prima mondiale alla 27esima edizione del Trieste Film Festival.
  • Festival

    Trieste-Film-Festival-2016Trieste Film Festival 2016

    Il Trieste Film Festival 2016, dal 22 al 30 gennaio. La 27esima edizione apre con Sole alto di Dalibor Matanić, poi Chant d'hiver di Iosseliani, Cosmos di Żuławski, il già annunciato omaggio a Kieślowski, uno speciale sul nuovo cinema rumeno, i tre concorsi internazionali...

COMMENTI FACEBOOK

Commenti

Lascia un commento