The Driller Killer

The Driller Killer

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Prosegue la collaborazione tra Quinlan e VVVVID: in streaming sul nostro sito The Driller Killer. Con il suo secondo lungometraggio Abel Ferrara realizza una giocosa e crudele allegoria sull’arte e chi la crea.

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Verrà la morte e avrà i miei occhi

Un artista squattrinato vive con la ragazza a New York e si mantiene vendendo le sue opere. A poco a poco inizia ad essere ossessionato da tutto ciò che lo circonda fino a quando viene assalito da una follia omicida che lo porta a girare per la città armato di un trapano elettrico a fare strage di senzatetto…[sinossi]

Nella vasta filmografia che riguarda il rapporto tra cinema e pittura, The Driller Killer (1979) meriterebbe un posto di un certo rilievo. E invece, volumi blasonati alla mano, bisogna constatare che il secondo film di un imberbe, ma già piuttosto maturo in termini di autorialità, Abel Ferrara non ha stuzzicato affatto i ragionamenti dei teorici.
La causa di questo oblio è da ricercarsi probabilmente in quella veste esteriore da horror a basso costo su un omicida seriale (la traduzione del titolo suona più o meno come “Il killer del trapano elettrico”), ma è piuttosto evidente quanto ci siano slasher movie più efficaci di questo, così come ci sono film hardcore più funzionali di 9 Lives of a Wet Pussy, esordio del regista italo-americano, firmato nel 1976 con lo pseudonimo di Jimmy Boy L. Entrambi i film, è quasi superfluo rimarcarlo, hanno invece un peso ben più considerevole se inseriti nella filmografia dell’autore.
Il gioco vagamente enigmistico dato dal voler riconoscere in The Driller Killer frammenti del cinema venturo di Ferrara rischia di diventare piuttosto ozioso, ma l’impulso è irrefrenabile, fin dalle primissime inquadrature. Ecco infatti il nostro protagonista, Reno Miller, incarnato dallo stesso Abel Ferrara, entrare in una chiesa e, sotto lo sguardo severo di un Cristo crocefisso, infilarsi in un banco, accanto a un misterioso anziano barbuto, incarnazione di una sorta di “padre”, terreno e celeste, come comprenderemo più tardi. Ma quando quest’ultimo prova a toccarlo, Reno fugge inorridito, tra lo stupore di due figure femminili presenti: la sua fidanzata Carol e una suora. Impossibile non pensare, data la location, al finale de Il cattivo tenente (1992), così come al ruolo lì fondamentale della suora vittima di stupro e fautrice di una irrazionale – almeno per il protagonista (Harvey Keitel) – fede nel perdono. Negli omicidi di cui in seguito Reno in The Driller Killer si renderà protagonista si intravede poi con forza quella fame compulsiva di conoscenza attraverso il peccato (e la morte) che divora la giovane filosofa Kathleen Conklin (Lili Taylor), protagonista di The Addiction (1995).

Reno Miller non è dunque differente dalla galleria di personaggi che caratterizzerà il cinema successivo di Ferrara: possiede un’innocenza primigenia e un’altrettanto innata forza centrifuga che lo spinge verso l’esterno, per conoscere, fagocitare, distruggere e poi ricreare sotto nuove forme – nei suoi quadri – ciò che lo circonda. La professione di un artista, e quindi anche di un regista, sembra volerci dire Ferrara, consiste soprattutto in questo.

Reno è dunque un pittore e vive con la fidanzata Carol (Carolyn Marz) e la sua amante, la giovane Pamela (Baybi Day), in un vecchio stabile del Lower East Side di Manhattan, gestito da un macilento amministratore (pronto all’occorrenza a scuoiare il proprio coniglio), e circondato da una comunità di senzatetto. La situazione economica per lui non è delle migliori, ma il completamento del suo nuovo quadro, che ritrae un misterioso bisonte dallo sguardo ieratico, sembra foriero di un imminente, seppur temporaneo, benessere. Proprio lo sguardo severo di quell’animale, emblema di una natura primigenia tutta americana (non dimentichiamo che Broadway, l’unica strada non perpendicolare di Manhattan, ricalca il tracciato di un antico sentiero indiano) ora marginalizzata, proprio come i barboni, scatenerà in Reno una serie di allucinazioni, che lo spingeranno a tornare a quelle origini (let’s go native) e all’ultimo baluardo ancora in vita della perduta vita nella wilderness: l’omicidio. Ed è proprio il benessere capitalistico diffuso, manifestatosi attraverso lo spot pubblicitario del “porto pack”, un alimentatore energetico portatile (reincarnazione moderna della cartucciera di un cowboy), ad offrire al nostro antieroe la soluzione ai suoi problemi creativi ed esistenziali. Ora può imbracciare il suo trapano elettrico, scendere in strada e, in stato semi-allucinatorio, dedicarsi alla sistematica eliminazione dei suoi fantasmi: i senzatetto newyorkesi, preoccupante prefigurazione del destino che lo attende, se non riesce a vendere il suo quadro.
Nel suo sguardo su quell’umanità brutta e sporca, ma non cattiva (persiste una solidarietà tra i barboni, sconosciuta ai livelli superiori della società) Reno riconosce dunque principalmente se stesso, e non si piace affatto. E così, parafrasando Cesare Pavese, sembra voler proclamare fiero “verrà la morte e avrà i miei occhi” e forse sarà meglio così, per tutti. Nel film di Ferrara d’altronde, il killer nell’atto di uccidere si guarda di fatto metaforicamente allo specchio e vede/uccide se stesso (è un po’ l’inverso di quanto succede in L’occhio che uccide di Michael Powell, dove a guardarsi “allo specchio” sono le vittime). The Driller Killer è d’altronde proprio un film sullo sguardo, su quello dolente di un artista che, per ragioni professionali, è costretto attraverso l’atto creativo a uscire allo scoperto e quindi anche a vedersi. E l’idea forte e centrale nel film è proprio questa: l’arte scaturisce da un percorso immersivo che porta l’autore dritto laddove non c’è proprio niente di bello da vedere, ovvero nelle proprie viscere. O in quelle di qualcun altro.
Non c’è redenzione, né arte, senza peccato. Lo sa già bene il giovane Abel Ferrara, come lo sa il suo sceneggiatore “integralista cattolico” Nicholas St. John, amico di lunga data e suo sodale per buona parte della sua filmografia (l’ultimo film insieme è The Funeral – Fratelli, nel 1996).

The Driller Killer si configura dunque come un’allegoria della creazione artistica quale pulsione primordiale, irrinunciabile, crudele e sanguinaria; l’artista ne esce come da un vero e proprio bagno ematico, come ben ci rammenta quell’immagine ricorrente di un Abel Ferrara imbrattato di sangue o forse, parafrasando Godard, soltanto “di un po’ di rosso”. L’influenza della Nouvelle Vague francese è d’altronde più volte manifesta in The Driller Killer, nell’utilizzo del 16mm e della macchina a mano, frequente anche negli omicidi, negli squarci urbani di una New York pre-ripulisti di Giuliani che è la stessa in cui si muovevano, “tra chiesa e inferno” i protagonisti di Mean Streets (Martin Scorsese, 1973), il Travis Bickle di Taxi Driver (1976) o solo un anno prima il Jimmy Fingers (Harvey Keitel) di Rapsodia per un Killer di James Toback, altro artista tormentato, represso e pronto ad esplodere, proprio come il protagonista del film di Ferrara.

Eppure Reno serba una sorta di candore, nel suo sguardo vacuo, proprio come quello del bisonte ingabbiato nella sua tela, nelle sue labbra spesso schiuse in un indicibile stupore. È la sua un’innocenza proletaria che col senno di poi definiremmo pasoliniana (anche se Ferrara realizzerà il suo Pasolini solo nel 2014) e che il personaggio riesce a conservare proprio perché si trova ancora in una posizione sospesa tra la vita in strada, sporca, anche disgustosa (divertente l’inquadratura del barbone che vomita) dei senzatetto e il benessere economico, altrettanto repellente degli acquirenti del “porto pak”. Una cosa poi è certa: la viscida propensione del suo gallerista al commercio dell’arte e del corpo dell’artista non può restare impunita, merita un bel giro – elettrico – di vite.

C’è un’attitudine profondamente giocosa in The Driller Killer che sposta tutte queste riflessioni sull’arte su un livello parodico e divertito, più che horrorifico. Pensiamo a quegli ultimi omicidi commessi come in una danza, a quella crocefissione dell’ultimo barbone, espressione chiara di un’ironia rivolta al ruolo di giustiziere urbano tanto in voga nel cinema mainstream dopo Il giustiziere della notte (1974) e successivi sequel. Ferrara non risparmia poi di fare del ficcante sarcasmo sulla scena new wave newyorkese allora all’apice, lasciando che l’esplodere della follia del suo protagonista venga accompagnato dalle note di una punk band installatasi a provare proprio nelle cantine del palazzo in cui vive Reno. Il leader della band, inoltre, ha un nome piuttosto eloquente: Tony Coca-cola. Ma il trapano di Reno non si rivolgerà contro questo strimpellatore molesto, Ferrara d’altronde avvisa fin dal principio gli spettatori “This film should be played loud” (questo film va visto a volume alto) perché in fondo, come ben ci indica l’ardito amalgama della colonna sonora, anche l’insospettabile Johann Sebastian Bach, come la Sheena dei Ramones, “is a punk rocker now”.

Info
Il trailer originale di The Driller Killer.
Il dvd di The Driller Killer.
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