When We Talk About KGB

When We Talk About KGB

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Nel narrare vittime e carnefici dello spionaggio sovietico in Lituania, When We Talk About KGB si regge soprattutto sulla forza del suo oggetto d’attenzione, ma aggiunge in sostanza ben poco a ciò che già si sapeva. In concorso documentari al Trieste Film Festival.

Le impronte delle spie

Un documento scioccante, autentico, di quello che fu il KGB in Lituania, raccontato dalle vittime e dai persecutori. In queste testimonianze tutto conta, non solo le parole ma anche i silenzi. [sinossi]

Sarebbe pleonastico, didascalico e forse anche un po’ retorico lanciarsi in uno strale contro il KGB, quei servizi segreti sovietici che – come tutti i servizi segreti, specialmente durante la Guerra Fredda – si sono rivelati una vera e propria organizzazione criminale pronta a uccidere, torturare, umiliare, incarcerare e poi calpestare impietosa i benché minimi diritti dei prigionieri. Con totale sprezzo nei confronti degli esseri umani, il KGB è stata una costola della dittatura atta a reprimere, schiacciare e annientare non solo i reali “nemici”, gli infiltrati di servizi stranieri o gli esponenti di qualche potentato, ma anche e soprattutto i propri concittadini, accusati a torto o a ragione di sovversione e inimicizia verso il partito o lo Stato, e quindi spiati, arrestati, fisicamente e psicologicamente devastati. Così è stato, come ci viene raccontato da When we talk about KGB, anche nella fredda Lituania, forzatamente annessa all’URSS dal 1940 al 1991. Il film di Maximilien Dejoie e Virginija Vareikytè presentato al Festival di Trieste nella sezione documentari, partendo dall’edificio che fu la prigione politica di Vilnius e intrecciando con il materiale raccolto dai due cineasti, un prezioso footage in vhs proveniente direttamente dagli archivi KGB, naviga placido fra interviste e ricostruzioni, mostrando in un interessante variare di stili uomini e donne che si raccontano e che non hanno paura di mettersi emotivamente a nudo.

I due registi, in un lavoro lungo oltre tre anni, incontrano e raccontano uomini e storie, creando uno spaccato storico e sentimentale che poggia le proprie basi sulla memoria delle vittime. Sui ricordi annebbiati di un anziano dissidente ormai consumato dalle scioccanti torture subite e dall’Alzheimer, ma ancora forte dell’amore di una moglie teneramente devota, costretto a infinite nottate in cella completamente nudo e al freddo senza un letto né una sedia; poi su quelli di un collezionista di monete considerato dissidente solo per la propria passione “capitalistica”; per passare poi a quelli di un sacerdote che ha trovato nella religione l’unica catarsi dal proprio passato di prigioniero, riuscendo a declinare nella carità e nel perdono la propria sete di vendetta e il proprio spirito martoriato. Ma il duo Dejoie-Vareikytè non dimentica di interrogarsi anche su quella che era l’altra parte, prima riuscendo a raccogliere la testimonianza di una spia il cui lavoro era solo raccogliere informazioni e passarle ai gradi superiori, poi rimettendo Inquisitore e inquisito uno di fronte all’altro dopo quasi trent’anni, per un nuovo confronto nel quale emerge come il KGB abbia distrutto le vite di entrambi. Dagli occhi ormai lucidi di chi al tempo aveva con rigida disumanità tenuto l’interrogatorio, si passa al racconto della sua vita, di come il suo lavoro gli abbia portato via la moglie moscovita – morta suicida subito dopo aver partorito alla notizia che il marito non avrebbe avuto il trasferimento e sarebbe dovuto rimanere a Vilnius – e di come il KGB gli abbia poi portato via anche il pargoletto, nei successivi sei lunghi anni di trasferimento in Cecoslovacchia. Un intrecciarsi di storie di sconfitte, odio, dolore, in una situazione internazionale sempre pronta a esplodere.

Lavorare in due sullo stesso progetto, soprattutto fra giovani registi con idee altrettanto forti e differenti, è una sfida stimolante e al contempo rischiosa, capace di impreziosire il film di diversi tocchi e sguardi come pure di farlo miseramente crollare in una babele a volte caotica e incoerente. Maximilien Dejoie e Virginija Vareikytè hanno accettato il pericolo, trovando proprio nella sapiente alternanza di registri stilistici e narrativi spesso apparentemente inconciliabili il maggiore punto di interesse del film. Certo, qualche idea è decisamente migliore rispetto ad altre, e in generale avremmo forse preferito qualche istante di footage in più, magari a discapito di qualche ricostruzione un po’ forzata, ma è impossibile non notare come i loro linguaggi cinematografici si sappiano intersecare a seconda del segmento raccontato, creando indubbi coinvolgimenti emotivi. Ora con la lentezza di una carrellata sull’orrore delle carceri; ora con la ricostruzione nella testimonianza del collezionista, che racconta la propria storia inseguito da auto a passo d’uomo e assillato dagli agenti pronti a portarlo via in manette; ora con le inquadrature emotive e decentrate che sfruttano l’ampiezza del cinemascope per posarsi dolcemente sull’anziano, dando vita a quello che è forse l’istante emotivamente più sincero dell’intero film, fra le incertezze nei suoi ricordi ormai annebbiati e le cure amorevoli della compagna di una vita. Fino al montaggio serrato sul turismo fra le vecchie celle, con il suo apice nella simpatia spicciola e plasticosa di una guida turistica che racconta freddamente in inglese parte degli orrori compiuti in quel luogo, ma edulcorandoli in modo da farli sembrare il più possibile normali.

When we talk about KGB, a dispetto dell’argomento potenzialmente forte, degli istanti emotivamente coinvolgenti e della forma cinematografica tutto sommato riuscita nella quale è presentato, manca però di una lettura politica e sociale che sappia davvero scavare in profondità, ergendosi a paradigma di quello che è stato il KGB nel piccolo Stato baltico. Si racconta di prigionieri vessati, di carcerieri in realtà non così tanto più felici, di sensi di colpa totalmente assenti oppure devastanti. E poi della realtà carceraria, di raccolta di informazioni, di passatempi proibiti dal regime, di luoghi di culto distrutti. Viene raccontato di microfoni e cicatrici, di spie e spiati, di notti insonni e interrogatori interminabili. Nulla, però, che in sostanza non sapessimo già, fra notizie, libri e film sempre usciti a profusione sull’argomento, dal documentario più rigoroso alla finzione più pura. Nel film di Maximilien Dejoie e Virginija Vareikytè abbiamo quindi trovato linguaggi cinematografici, storie più o meno sincere e strazianti di vite rivoltate dallo spionaggio, l’intento di per sé nobile di donare memoria a questi volti e a queste situazioni a volte paradossali. Ma non un vero e proprio messaggio in grado di andare oltre il fatto – ai limiti dell’ingenuità – che in una lotta fratricida ci siano solo sconfitti, non una lettura davvero approfondita di una situazione tragica e di come questa situazione tragica sia stata faticosamente sradicata, non un concetto illuminante storico o politico.
When we talk about KGB si rivela una finestra su un mondo complesso che, pur partendo da ottime premesse, non riesce tuttavia a penetrare concettualmente il mondo che ricorda, racconta e rimette in scena. Ed è un vero peccato che i due registi, riusciti nell’impresa di trovare una coerenza visiva ed emozionale impossibile, abbiano perso parzialmente la bussola nel tirare delle ben più semplici somme storiche.

Info
La scheda di When We Talk About KGB sul sito del Trieste Film Festival.
La pagina Facebook ufficiale.
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