Seconda primavera

Seconda primavera

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Commedia di costume con sprazzi di satira sociale, Seconda primavera di Francesco Calogero prende a modello certa leggerezza sentimentale dell’ultimo Resnais e di Rohmer, ritagliandosi così uno spazio decisamente eccentrico – e forse vitale – nel panorama del cinema italiano contemporaneo.

Risveglio di primavera

Nell’arco di sei stagioni, le storie incrociate di quattro personaggi, ciascuno rappresentativo di una diversa età della vita. A sovvertire l’inverno perenne in cui vive l’architetto cinquantenne Andrea è l’incontro con la studentessa Hikma, che gli ricorda la moglie Sofia, morta in circostanze oscure. Ripudiata dal fratello, un ristoratore di origine maghrebina, dopo essere rimasta incinta del trentenne Riccardo – gia sposato con Rosanna – Hikma viene ospitata da Andrea, a cui insegna a prendersi cura del giardino che circonda la sua grande villa al mare. Andrea sviluppa un inconfessato sentimento, assai vicino all’amore: è arrivata per lui una seconda primavera. [sinossi]

È esistito un cinema italiano negli anni Novanta che è stato poi condannato alla damnatio memoriae, per larga parte in maniera meritata. Ma è pur vero che quel cinema era per certi aspetti preferibile a quello attuale, o almeno a certe tendenze di quello attuale. Pensiamo innanzitutto a quel che è diventata la commedia nel cinema italiano odierno: un’eterna coazione a ripetere gli stessi meccanismi, con lo stesso cast e le stesse formule. Allora questo genere, così schematizzato oggi, non esisteva se non nella sua espressione più assoluta, a suo modo perfetta e poi ossessivamente imitata: il cinepanettone. Negli anni Novanta invece la commedia era perlopiù uno strumento in mano a qualche autore – molti mediocri, altri più validi -, era dunque l’espressione di un cosiddetto “mondo autoriale”, spesso ombelicale e chiuso in se stesso ma non tutto deprecabile, su cui poi è calato inesorabile il marchio della definizione di “due camere e cucina”.

Fa parte di quella generazione Francesco Calogero e con Seconda primavera dimostra di essere forse uno dei pochissimi in grado di superare indenne quella stagione, capace soprattutto di dire qualcosa di interessante anche oggi. Il suo film, il sesto della sua carriera, a ben quindici anni dal precedente (Metronotte), mette in scena una ronde di personaggi, a metà tra la classe borghese (l’architetto Andrea e il medico Rosanna) e la figura del neo-proletariato (lo scrittore/commerciante fallito Riccardo, la giovane e disgraziata Hikma, abbandonata dal fratello). Tra i quattro, i ruoli si scambiano sentimentalmente, ma mai in maniera equanime, perché il protagonista, Andrea (l’architetto), è sostanzialmente un uomo che – persa la donna amata anni prima – ha rinunciato a vivere e si fa tentare dalla “seconda primavera”, senza però mai abbracciarla pienamente.

I temi e forse anche lo stile – piano ma elegante, sicuro senza essere appariscente – rimandano dunque a un’altra epoca, un’epoca – quegli anni Novanta appunto – in cui un film si costruiva su dialoghi e scrittura, con attori poco noti, e ci si salvava solo se sorretti dalla necessaria lucidità intellettuale. Calogero ne ha in abbondanza e costruisce in maniera perfetta la struttura narrativa del suo film – diviso episodicamente per stagioni – richiamandosi evidentemente al Rohmer della serie dei Racconti e all’ultimo Resnais, quello del sentimentalismo giocoso e volutamente superficiale. Ovviamente Calogero non arriva a quel fondo di sottile anarchia e di satira del quotidiano che connota certi film di Resnais come Parole, parole, parole o Coeurs, ma comunque qualcosa ce la mette e, in particolare nella figura del commerciante/scrittore, il regista esplicita il suo intento. Frasi come “sono un surrealista di confine, non vendo patatine” o “il nostro tentativo di ascesa anti-borghese”, o ancora “Il primario, un uomo così secondario”, mostrano infatti un gusto del calembour verbale e una volontà di parodiare il tardo intellettualismo di retroguardia, cui in fin dei conti in maniera ironica Calogero fa rientrare anche se stesso.
Anche perché in una storia che mostra di avere, a livello di plot, più di un punto di contatto con La donna che visse due volte (il protagonista riconosce nella ragazza che sente di amare la donna che aveva perduto), far palesare ad un certo punto un negozio che si chiama “La moda che visse due volte”, vuol dire mettere in piedi un gioco consapevole con lo spettatore, un non prendersi troppo sul serio, un giocare sottile sul filo dell’ironia che dà corpo anche alle scene più drammatiche e potenzialmente più a rischio.

L’eleganza di regia, la corposità della scrittura, la sagace ironia, il saper gestire con ottima sapienza diversi registri (tra il comico e il drammatico), rendono Seconda primavera un film davvero inusuale nel panorama italiano contemporaneo, un film ancora troppo-umano in un panorama come il nostro in cui il posticcio consustanziale della neo-commedia (scenografie false, attori che interpretano se stessi prima ancora che un ruolo, assenza di plot, formule produttive prima ancora che autoriali) ci fa spesso pensare di trovarci piuttosto in una dimensione post-umana.

Info
La pagina dedicata a Seconda primavera sul sito della società di produzione.
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