L’ultima parola – La vera storia di Dalton Trumbo

L’ultima parola – La vera storia di Dalton Trumbo

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Biopic classico e senza grosse pretese, L’ultima parola – La vera storia di Dalton Trumbo si rivela in fin dei conti solo un trampolino di lancio all’accaparramento dell’Oscar per il protagonista di Breaking Bad, un Bryan Cranston gigioneggiante.

Cercavo il comunismo e trovai la gloria

La carriera dell’acclamato sceneggiatore Dalton Trumbo subì un brusco arresto alla fine degli anni Quaranta quando, insieme con altre personalità di Hollywood, fu inserito nella blacklist a causa del suo essere comunista. [sinossi]

In attesa trepidante della satira hollywoodiana che i fratelli Coen porteranno a Berlino con Ave, Cesare, ci si deve accontentare di L’ultima parola – La vera storia di Dalton Trumbo che, invece di schernire vezzi e vizi della Fabbrica dei Sogni del passato, finisce in qualche modo per celebrarne il meccanismo.
Eppure, potenzialmente, il film affidato a Jay Roach (già noto per i primi due capitoli di Ti presento i miei con De Niro e Ben Stiller) avrebbe avuto tutte le carte in regola per mettere sotto accusa un sistema, come quello hollywoodiano, che tra la fine degli anni Quaranta e l’inizio degli anni Cinquanta subì l’influenza della politica repressiva anti-comunista e finì per mandare all’aria tutto quel che di buono era stato costruito a livello culturale negli anni liberal rooseveltiani.
La codardia di parecchi esponenti di quella generazione – che era probabilmente pur sempre la migliore generazione di tutta la storia di Hollywood – portò all’emarginazione di una serie di figure che rifiutarono di confessare di essere iscritti al Partito Comunista (visto improvvisamente come un nemico, dati i rapporti presto degenerati con l’URSS dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale e data la guerra di Corea) ed entrarono dunque a far parte della blacklist. Chi invece confessò frequentazioni comuniste cedette e denunciò i suoi amici (qui Edward G. Robinson, ma è ancor più nota la vicenda di Elia Kazan). E Jay Roach descrive costoro in modo bonario, quasi come dei ‘compagni che sbagliarono’ e che si pentirono presto.

Nessuno è colpevole fino in fondo in L’ultima parola e dunque, per certi versi, previo il classico happy end, si vuole qui proporre una morale auto-assolutoria. Del resto, con gli anni si pose più o meno rimedio a tutti gli errori e ai torti fatti e persino a Dalton Trumbo – esponente di spicco di quella blacklist – vennero alla fine riconosciuti i due Oscar vinti inizialmente sotto falso nome. E in effetti è così che è andata la Storia, ma certo questo non avrebbe dovuto essere un impedimento per Roach, che invece ha evitato di schierarsi o di mostrare quantomeno un punto di vista personale sulla faccenda.
Se non prende posizione da un punto di vista politico – e del resto forse non poteva andare altrimenti, visto che comunque Roach è una perfetta espressione della Hollywood odierna -, va aggiunto che L’ultima parola si comporta in modo pilatesco anche dal punto di vista registico e narrativo, scegliendo di seguire il tracciato di un tradizionale biopic, delineando l’ascesa, la caduta e poi la ri-ascesa del suo protagonista, quel Dalton Trumbo che è interpretato dalla star di Breaking Bad, Bryan Cranston, in cerca dell’occasione per farsi spazio nell’empireo cinematografico, dopo aver già conquistato quello televisivo.

Ed ecco allora che, al di là del divertimento che si può trarre nel confrontare affinità e divergenze tra gli interpreti di oggi che incarnano i vari attori, produttori, giornalisti e sceneggiatori del passato, L’ultima parola si consegna piuttosto agli annali, più che per raccontare la ‘vera storia’ di Dalton Trumbo, proprio per lo specifico compito di valere come trampolino di lancio per un eventuale Oscar per Cranston, che – va detto – gigioneggia a tratti in maniera incontrollata e si esibisce in una performance narcisistica e tutta esteriorizzata.
Detto questo, è lecito anche nutrire qualche dubbio sulla parabola esposta a riguardo del percorso artistico e professionale di Trumbo. Se è vero infatti che questi era comunista, va comunque specificato che il film di Roach ne celebra la natura tipicamente americana (e capitalistica) del self-made man. Del resto non solo non è mai ben chiaro – se non in una scena con la figlia – cosa voglia dire per lui essere un adepto del socialismo, ma anzi, di fronte all’ostilità generale, il suo riscatto è ancora più ragguardevole perché, nonostante questo difetto (l’essere comunista), è riuscito a ri-avere successo e ad essere di nuovo rispettato dall’Academy e dalla Writers Guild. Il comunismo serve perciò a Roach solo come ostacolo al protagonista per raggiungere il suo obiettivo.
Qualche collega, nella prima metà del film, fa in effetti notare a Trumbo che sta finendo per concentrarsi su un obiettivo meramente individualista (riavere la possibilità di lavorare prima e di firmare i copioni con il suo nome poi), ma questa pulce viene ben presto estirpata per lasciare spazio alle scenette con Kirk Douglas e con Otto Preminger, che saranno i fautori della sua riammissione nell’alveo dei grandi (perché gli permisero di firmare con il suo nome sia Spartacus che Exodus). E a quel punto delle sue idee politiche non sembra fregargliene più nulla: l’importante è avere di nuovo il rispetto della propria famiglia!
Perciò, per ritrovare l’autentica dimensione di una figura come Trumbo, forse è meglio andarsi a rivedere quel capolavoro di crudele retorica antimilitarista che è la sua unica regia cinematografica: E Johnny prese il fucile.

Info
Il trailer di L’ultima parola – La storia vera di Dalton Trumbo su Youtube.
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