Cartas da Guerra

Cartas da Guerra

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In concorso alla Berlinale 2016, Cartas da Guerra (in)segue il cinema di Miguel Gomes, raccontando con apprezzabile compiutezza estetica e narrativa una toccante storia personale e una tragica storia collettiva. Gli anni della guerra coloniale, dell’Estado Novo e di Salazar sono l’eterno ritorno del cinema portoghese.

Il cielo capovolto

“Questa guerra ci trasforma tutti in insetti che lottano per la sopravvivenza”, scrive il giovane medico militare António alla moglie incinta. All’inizio del 1971 è stato inviato in Angola per la guerra coloniale portoghese (1961-1974). Le sue parole sono piene di sofferenza ma anche di tenerezza, colem di dediserio e amore per la moglie e per il figlio in arrivo. Le lettere di António sono anche un diario di viaggio, con la quotidiana scoperta dei luoghi e della natura locale, della gente dei villaggi, dell’incontro con una giovanissima orfana. Giorno dopo giorno, però, la guerra prende il sopravvento… [sinossi]
Le lettere d’amore, le lettere d’amore, di un amore invisibile;
le lettere d’amore che avevo cominciato, magari senza accorgermi;
le lettere d’amore che avevo immaginato, ma mi facevan ridere,
magari fossi in tempo, per potertele scrivere…
Roberto Vecchioni – Le lettere d’amore

Il bianco e nero. La voice over. I film e la musica. La guerra, le colonie, l’Angola. L’amore. Siamo vicinissimi al cinema di Miguel Gomes, pericolosamente vicini, ma siamo soprattutto davanti a una pellicola prodotta da O Som e a Fúria, la stessa casa di produzione di Tabu, Redemption e As mil e uma noites – ma anche di O Velho do Restelo e Gebo e l’ombra di Manoel de Oliveira e di molto altro. Cartas da Guerra si immerge e ci immerge in un cinema già visto: replica, piuttosto che rielaborare, una poetica avvolgente, fuori dal tempo, intrinsecamente portoghese. Il ritmo narrativo e le scelte stilistiche, al pari dell’afflato poetico ed intellettuale, rappresentano una sorta di passo a lato: Cartas da Guerra indubbiamente replica, ma riesce a farlo con compiutezza estetica, raccontando una storia d’amore e una Storia di morte.

Nel seguire/inseguire il cinema di Gomes, il regista e sceneggiatore Ivo Ferreira affida a Lettere dalla guerra (D’este viver aqui neste papel descripto: cartas de guerra) di António Lobo Antunes una centralità assoluta. Dal carteggio del giovane António prendono forma le immagini, a volte per contrasto: l’impeto romantico e sentimentale, volutamente enfatizzato, si sposa con la fascinazione visiva e cerca – vanamente – di opporsi alla cruda realtà dei campi di battaglia.
Illusione è la parola chiave delle lettere di António: l’illusione che la meraviglia dell’amore e della natura possano illuminare la lunga notte buia e tremenda della guerra coloniale portoghese, della dittatura. António e Maria José sono anime belle smarrite in una tormenta, messe di fronte a corpi martoriati e morenti, come martoriato e morente era l’impero coloniale portoghese.

Cartas da Guerra riecheggia e dilata un tempo che è stato solo individuale e non collettivo, contaminandolo con l’implacabilità della Storia. Il bianco e nero e le atmosfere languide, i vecchi film e le canzoni, cristallizzano l’innocenza e l’inadeguatezza di António, intriso di un colonialismo inconsapevole, di uno sguardo da intellettuale occidentale: emblematico, in questo senso, il rapporto con la piccolo orfana Tchihinga – e l’immersione dai contorni malickiani nella natura. Ma Cartas da Guerra non è solo un diario d’amore e di guerra, è anche un racconto di formazione e crescita politica: l’accettazione dell’orrore, di una realtà estrena al salvifico guscio sentimentale. Ed è, nella sua ricercata ed estetizzante cristallizzazione dell’immagine e del tempo, una testimonianza e un monito: gli anni della guerra coloniale, dell’Estado Novo e di Salazar sono l’inevitabile eterno ritorno del cinema portoghese.

Info
Cartas da Guerra sul sito della Berlinale.
Il trailer originale di Cartas da Guerra.
Cartas da Guerra sul sito di O Som e a Fúria.
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