Ta’ang

Ta’ang

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Presentato nella sezione Forum della Berlinale l’ultimo lavoro di Wang Bing. Sempre vicino alle categorie di marginali, il filmmaker si occupa ora dei profughi birmani in Cina di etnia Ta’ang, in fuga dalla guerra civile.

L’arca birmana

Una guerra civile sta infiammando da decenni la regione del Kokang nel Myanmar, culla dell’etnia cinese Ta’ang. Quando le loro vite sopno state ancora una volta minacciate, nella primavera 2015, molte donne e bambini sono fuggiti valicando il confine cinese. Wang Bing accompagna alcune di queste persone. [sinossi]

Ancora una volta un cinema della contaminazione, della degradazione, della sporcizia, dei limiti estremi cui sono sottoposti esseri umani in condizioni di marginalità, alle soglie della sopravvivenza. Wang Bing segue i rifugiati birmani di etnia Ta’ang – la diaspora della minoranza cinese nel Myanmar – ospitati in campi profughi cinesi dislocati sui terrazzamenti di montagna, vicini al confine, e con loro convive. Un’estetica dell’immondizia, come si è detto, per queste persone che, loro malgrado, sono costrette a vivere in condizioni di precarietà. Wang Bing segue i rifugiati nei loro momenti fisiologici, corporali, prediligendo il cibo e l’atto di nutrirsi, quello della sopravvivenza quotidiana, ma anche nell’orinare, nelle flatulenze. Il raccolto dei campi, le erbe usate come medicinali, il lavoro delle canne di bambù. L’atto di conquistare alla natura piccoli lembi di terra. Ma la sozzura non altera quella che è la bellezza delle loro tradizioni, i loro tessuti, i loro abiti coloratissimi, pieni di decorazioni floreali. La contaminazione c’è però anche in questo senso, ma deriva dalla commistione con l’estetica del mondo occidentale, del capitalismo, dell’omologazione culturale. E così, accanto ai motivi etnici, troviamo bambini con t-shirt o i berretti effigianti Mickey Mouse o altri personaggi Disney. Indicazione del ruolo di ricettacolo di vestiti usati e rifiuti, di cloaca del mondo industralizzato e ricco. Una discarica del mondo. E gli oggetti di plastica, i seggiolini, ancora un cascame industriale, prendono il posto di quelli di bambù. I sacchi di plastica, tra le foglie secche, vengono tagliati per ricavarne delle coperte. A contornare i campi profughi è il rosso delle bandiere cinesi. Una volta di più nel cinema di Wang Bing, vediamo queste persone, pur nella loro difficile condizione di profughi, possedere uno smartphone; pur nell’accessibilità estrema di oggetti di tecnologia elettronica nel mercato cinese, anche questi individui devono svolgere il loro ruolo di consumatori, di ingranaggio nel sistema capitalista. Anche le banconote sono a loro volta coloratissime.

Lo sguardo di Wang Bing nei confronti dei Ta’ang è puro, genuino, senza la minima mediazione. Lo capiamo dai tanti sguardi in camera, segno di un approccio istintivo, dove nulla è costruito, che non lascia spazio alla messa in scena. Si intuisce che il regista vive insieme ai rifugiati, e condivide tutto con loro. Wang cammina con loro, si mette al loro stesso livello. Li segue con macchina a mano spiazzante. Si rende invisibile tra di loro cogliendone finanche gli starnuti. Ne registra i racconti di fuga, di campi minati, nella loro narrazione vernacolare; le loro storie di persecuzioni e di repressione dell’esercito del Myanmar. Ma soprattutto l’immediatezza, la trasparenza dello sguardo del regista si coglie nel lavoro sulle luci, sempre naturali. Come le candele di Barry Lyndon anche negli interni delle baracche dei profughi, oppure nelle riprese notturne di Ta’ang, nei falò all’aperto, l’illuminazione proviene solo da fonti luminose insite nell’inquadratura. Fino ad arrivare a un momento in cui una flebile fiammella di candela determina oscillazioni luminose nella fotografia, passando anche per momenti di nero: quando si affievolisce troppo si rabbuia tutto. E spesso i personaggi ripresi in Ta’ang lamentano la mancanza di torce elettriche, di cui avrebbero estremo bisogno. Se Kubrick intendeva ricreare la luminosità di un’epoca in cui ancora non esisteva l’energia elettrica, Wang Bing restituisce quella di un mondo che l’elettricità non può permettersela, un mondo di esclusi dall’opulenza e dal benessere. Wang Bing, in Ta’ang, raffigura un mondo vernacolare, che sembra I mangiatori di patate di van Gogh.

Coerentemente anche le musiche, dei canti e degli strumenti tradizionali, sono sempre diegetici. A rigor di logica anche i tuoni delle esplosioni, e gli spari della parte finale del film, non possono che essere reali. L’angoscia e la paura e la lunga fuga a piedi per il sentiero. Ancora una volta con Wang Bing a fuggire con loro, a condividerne le esperienze più drammatiche.

Info
La scheda di Ta’ang sul sito della Berlinale.

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