Deadpool

Deadpool

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Nel suo approdo sullo schermo, l’antieroe Marvel non tradisce le sue caratteristiche di base: ma il Deadpool cinematografico si affida troppo, in modo quasi esclusivo, ai tratti autoironici e politically incorrect del soggetto.

Ludico, loquace e letale

A Wade Wilson, mercenario ed ex agente speciale, viene diagnosticato un tumore in fase terminale. Mentre è in un bar, l’uomo viene avvicinato da un esponente di una misteriosa organizzazione, che in cambio della sua fedeltà gli propone di sottoporsi a un esperimento che dovrebbe salvargli la vita, conferendogli inoltre poteri inimmaginabili… [sinossi]

Da tempo, al cinema, i supereroi sono oggetto di (auto)ironia. A ben pensarci, in fondo, la chiave di lettura più umana e giocosa (e quindi smitizzante) della figura dell’eroe mascherato, è in qualche modo caratteristica fondante dell’universo Marvel; universo da subito ben distinto da quello dei più seriosi personaggi DC. A ridere di personaggi mascherati, sullo schermo, siamo abituati ormai da svariati anni; e le trasposizioni filmiche dei personaggi della casa di Stan Lee, pur nella loro varietà di riuscita e atmosfere, hanno in questo senso giocato un ruolo fondamentale. Questo Deadpool, tuttavia, nasce fin da subito come altro: al punto che la stessa definizione di supereroe, per una figura simile, è più che mai in discussione. Considerare tale, di fatto, un personaggio che fa della scorrettezza politica, dell’humour consapevole e per adulti, e di un’anarchica, amorale e grottesca violenza, le sue stesse ragioni d’essere, sarebbe in fondo quantomeno un azzardo. E il personaggio del “Mercenario chiacchierone” nasce infatti, sulle tavole disegnate (nel 1991, periodo in cui l’universo Marvel e le sue icone erano ormai ben delineati) come antieroe e scheggia impazzita nella mitologia della casa editrice. Gli anni attuali, quelli in cui ad Hollywood trionfa l’immaginario nerd, ammiccante e contaminato, erano probabilmente i più adatti per il suo approdo sullo schermo.

Visto lo “storico” legame del personaggio con la saga degli X-Men (e vista l’esclusione – per le note questioni contrattuali – di questi ultimi dal cosiddetto Marvel Cinematic Universe) era scontato che il film di Tim Miller nascesse come spin-off del franchise dedicato ai mutanti. Inclusione annunciata dall’apparizione del personaggio nel precedente Wolverine – Le origini, e dalla consueta scena dopo i titoli di coda. Come per la sua controparte cartacea, tuttavia, la vicenda del Deadpool cinematografico non potrebbe essere più lontana (per sviluppo e atmosfere) da quelle dei supereroi mutanti. Stesso universo, ma ben altro e distinto mood. In realtà, l’amoralità cinica, esibita, giocosamente gratuita, dell’ex agente speciale Wade Wilson (sfigurato e in cerca di vendetta) sono l’esatto contraltare delle riflessioni sulla diversità, sull’esclusione sociale, sui confini tra bene e male, che animano la saga dei mutanti. La vicenda dell’antieroe sfigurato, loquace e letale, si presenta quindi, sulla carta come sullo schermo, come una sorta di nemesi tematica (e insieme di alleggerimento) per le storie dei mutanti Marvel. E, in questo, la trasposizione filmica di Miller è quanto di più fedele si potesse immaginare al suo corrispondente cartaceo.

La fedeltà ricercata ed esibita al fumetto ispiratore, nelle linee del personaggio così come nel suo universo, è insieme il punto di forza e il limite del film di Miller. Fin dai titoli di testa, tutto in Deadpool parla di atteggiamento ludico, di autoironia consapevole e urlata, di smaccato rifiuto a prendersi sul serio. Laddove il Wade Wilson cartaceo era consapevole di vivere tra le tavole di un fumetto, e si rivolgeva direttamente ai suoi lettori, quello cinematografico rompe la quarta parete parlando allo spettatore; laddove il primo citava sit-com e vecchi film, il secondo inanella sagaci battute su Hollywood e sulle sue logiche, e addirittura si fa direttamente beffe del suo interprete. C’è una voglia di giocare trasparente, programmatica, ribadita e sottolineata lungo tutto il film.
Il problema è che quello di Tim Miller (regista esordiente che dimostra sicurezza, e un certo gusto nella messa in scena) è anche, volente o nolente, un comic movie dal canovaccio classico. Al netto dei suoi giochi metacinematografici, delle citazioni “alte” e “basse” e degli ammiccamenti allo spettatore, siamo di fronte a una variante postmoderna (anche piuttosto esile) del topos della Bella e la Bestia; irriso ma in fondo seguito pedissequamente nelle sue linee principali. La narrazione in flashback spezza e frammenta la vicenda, ma non riesce certo a conferirle uno spessore che (per la sua stessa concezione) non può avere.

Deadpool vuole essere, per il franchise degli X-Men (presenti nel film con soli due membri: “forse perché la produzione non aveva i soldi”, suggerisce lo stesso protagonista) quello che Guardiani della galassia è stato per il Marvel Cinematic Universe: ma il livello di consapevolezza e gusto del film di James Gunn, il suo equilibrio tra destrutturazione grottesca e adesione al suo universo di riferimento, sono qui ben lontani. Il florilegio di gag, citazioni e ammiccamenti, reiterato ben oltre le necessità narrative (quasi che la sceneggiatura si preoccupi a più riprese di sottolineare quanto non voglia prendersi sul serio) finisce presto per superare la misura e generare tedio. Al netto di tutte le sovrastrutture (che restano tali, anche se parte integrante dell’universo del personaggio) resta l’esilità di una storia di vendetta declinata in chiave grottesca: nulla che non sia stato già portato sullo schermo, spesso anche meglio, in passato. La regia di Miller, sicura e visivamente pulita, interpreta al meglio le sequenze d’azione, tra una massiccia presenza di stunt e un uso mai invasivo del digitale: ma non basta, da sola, ad aggiungere sostanza all’operazione. La sequenza dopo i titoli di coda, e persino il suo contenuto, sono poi quanto di più prevedibile si potesse concepire: al punto che la curiosità per l’annunciato sequel si declina più che altro sul piano di quella che sarà la sua capacità (o meno) di reggere l’estensione di un nuovo lungometraggio; specie mantenendo la stessa, già stanca formula qui introdotta.

Info
Il trailer di Deadpool su Youtube.
La pagina Facebook di Deadpool.
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