Tutti giù per terra

Tutti giù per terra

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Diretto nel 1997 da Davide Ferrario, Tutti giù per terra metteva in scena la crisi di fine Novecento. Un film alla moda e – insieme – di protesta in senso lato, disincantato e “liquido”, che appare invecchiato, ma che è riuscito a registrare una precisa epoca di transizione.

Il tempo cambia molte cose nella vita…

Walter è iscritto all’università, ha un padre ex operaio della FIAT e una madre che cuce in casa e non parla più. Dopo anni passati a Roma, si è trasferito a Torino, ma la noia, l’incertezza esistenziale e la sua verginità ne fanno un esempio paradigmatico del moderno male di vivere… [sinossi]

Quando uscì in sala nel 1997, Tutti giù per terra di Davide Ferrario apparve come la classica boccata d’ossigeno di cui aveva bisogno il nostro cinema. Un cinema chiuso in se stesso, aduso a vecchie abitudini, legato a vecchi maestri (ormai morti) e ancora privo di nuovi ‘fari’. Per un momento si ebbe l’impressione che Ferrario potesse indicare, se non la strada, almeno una strada possibile per uscire dalle secche di quel decennio.
Eppure, ripensando oggi a quegli anni e rivedendo quei film, vi era forse allora una libertà più diffusa – almeno per chi aveva la forza per cercarla e per ottenerla – che poi si è presto persa. Vi era infatti uno smarrimento a livello produttivo – visto che non si trovavano formule soddisfacenti a livello commerciale – che permise ad esempio a Ciprì e a Maresco di esordire con Lo zio di Brooklyn (vedere in proposito l’intervista con Maresco che abbiamo realizzato proprio per celebrare i vent’anni di quel film) o alla scuola napoletana di emergere, o ancora a Garrone di dirigere il suo primo film con Terra di mezzo, o di nuovo al trio Gaudioso-Cappuccio-Nunziata di riuscire a realizzare Il caricatore, prodotto da Gianluca Arcopinto e sorta di manifesto di un’epoca, come abbiamo avuto modo di riflettere con lo stesso Gaudioso nell’intervista che ci ha concesso diversi mesi fa.

Accanto a tutto questo, che forse sarebbe giusto definire fermento, vi era un filone giovanilista con titoli come Cresceranno i carciofi a Mimongo, persino Jack Frusciante è uscito dal gruppo, o ancora l’esordio di Gabriele Muccino con Ecco fatto. Un genere che poi a lungo andare è decaduto (e deceduto) nelle grazie dei nostri produttori – che nel frattempo si sono attrezzati per trovare delle (in)fallibili formule commerciali – e in cui l’ultima impennata si è avuta con il “moccismo” e con il Fausto Brizzi di Notte prima degli esami.
In tutto questo Davide Ferrario si inseriva con un certo fiuto, scegliendo uno degli attori più capaci di quella generazione, Valerio Mastandrea (che, non a caso, si è poi scrollato facilmente di dosso quei ruoli), adattando un romanzo di successo di Giuseppe Culicchia (dal titolo omonimo) e, soprattutto, registrando i cambiamenti della Torino post-industriale di fine Novecento.

Un giovane protagonista che non può e non vuole adattarsi a modelli comportamental-lavorativi del recente passato (la realtà operaia incarnata dal padre) e a tardivi sussulti ideologici (l’iscrizione al Partito, già PDS, o le occupazioni studentesche che invece vedono impegnato il suo collega d’università), un giovane che allo stesso tempo non accetta l’amoralità cafona della vita dimentica di tutto e guidata da un’etica da “scopamici” (quella incarnata dai personaggi di Benedetta Mazzini e di Anita Caprioli, che vogliono fare sesso con il protagonista per noia), un giovane che forse pensa perciò di trovare rifugio nella condotta di vita zingara, qui incarnata dai Rom del campo nomadi di Torino Caselle: nel raccontare questa vicenda Davide Ferrario riuscì a trovare una formula quasi infallibile. Tutti giù per terra è in effetti un film studiato e strutturato in modo efficace, quanto semplicistico: meglio l’anarchia zingara che la tessera al Partito, meglio non sapere cosa fare che drogarsi in discoteca, e così via.
Si tratta in fin dei conti di un eterno ritorno generazionale quello che si metteva in scena in Tutti giù per terra, un modello che già aveva avuto espressione – in modi completamente differenti e con riuscite estetiche più o meno alte – in Prima della rivoluzione di Bertolucci, o in Porci con le ali di Paolo Pietrangeli, o ancora in Io sono un autarchico e in Ecce bombo di Nanni Moretti.

Quel che Ferrario ci mette di suo è una frastagliata predisposizione narrativa ed estetica, andando a pescare un po’ da Trainspotting (l’uso della voice over di Mastandrea, senza però affondare nella disperazione esistenziale), recuperando qualcosina addirittura dai classici del cinema d’avanguardia degli anni Venti (la citazione della celebre scena del funerale di Entr’acte di René Clair), occhieggiando alla Gioventù cannibale cui apparteneva in parte lo stesso Giuseppe Culicchia (e anche il nostro protagonista prova la via della scrittura, decidendo di spedire un racconto), omaggiando l’Hemingway di I quarantanove racconti (come dichiarazione esplicita di episodicità paratattica), dedicando il film all’icona del free cinema inglese Lindsay Anderson e rielaborando molto dallo stile videoclipparo e anche da una neonata televisione per giovani fatta di brevi sketch più o meno riusciti (MTV Italia nasceva proprio il primo settembre del 1997). Del resto non è un caso che la colonna sonora entri prepotentemente in scena e si vada a conformare come una sorta di compilation ossessiva della discografia dei CCCP-CSI (con cui Ferrario aveva appena realizzato il documentario Sul 45° parallelo), a partire dal divertito – e riuscito – intermezzo da karaoke in cui appaiono addirittura su schermo le frasi di Io sto bene. Una colonna sonora che è inzeppata anche da tracce di quell’onda rock, molto viva all’epoca, debitrice degli stessi Giovanni Lindo Ferretti & compagnia (che fanno anche una comparsata), e che si incarna qui nella presenza di canzoni dei Marlene Kuntz e degli Üstmamò.
Senza dimenticare poi – in questo grande crogiolo che sfiora, e spesso oltrepassa scientemente, la schizofrenia – le ardite scelte di casting: oltre ai camei di una serie di personaggi noti, dagli stessi CSI a Luciana Littizzetto (al suo esordio cinematografico) passando per Vladimir Luxuria, sono proprio i ruoli chiave di Tutti giù per terra a colorarsi di contraddizioni, ambiguamente oscillanti tra il sentore di una commistione pre-Film Commission e il presunto retaggio della Torino operaia e multiculturale: il romano Mastandrea interpreta un ventiduenne il cui padre è il toscano Carlo Monni e la cui zia è l’emiliana Caterina Caselli. Tre volti che funzionano senza dubbio, ma in cui l’alchimia recitativa – e la verosimiglianza diegetica – lasciano qualche dubbio.

Va a finire allora che il più prezioso lascito di Tutti giù per terra è di natura testimoniale. Non solo l’aver colto appieno la contraddittorietà dello spirito dei tempi, ma soprattutto – come si accennava prima – l’aver registrato la trasformazione di Torino, che forse si può considerare come la vera protagonista del film (come del resto succederà anche in Dopo mezzanotte, sempre di Ferrario). La vecchia città-FIAT infatti stava assumendo in quegli anni una nuova dimensione: il Lingotto era diventato un centro congressi, la Mole stava per diventare il Museo del Cinema, lo stadio Filadelfia – un’altra icona della Torino novecentesca – era diventato una rovina moderna, il Salone del Libro era già una realtà assodata e di successo. E, quale sorta di prefigurazione di una Torino Piemonte Film Commission che vedrà la luce nel 2000, queste location fanno mostra di sé in Tutti giù per terra, insieme ai centri commerciali che invadono e regolano le vite quotidiane, alle periferie ex operaie e ai campi rom come ghetti nascosti e poi riscoperti, con tutt’altro occhio, dai fratelli De Serio in I ricordi del fiume. La Torino del Duemila, quella post-moderna e cinematografica, turistica e post-ideologica, ludica e anti-conflittuale. Quella che è diventata oggi una tipica città del Terzo Millennio, multiculturale, multifunzionale e policentrica ed ha definitivamente abbandonato il grigiore della città operaia. Una Torino che si trasforma – e quasi prende colore (per poi ‘esplodere’ di colore digitale in Dopo mezzanotte) – davanti ai nostri occhi a partire da quell’eclissi sui suoi tetti che vediamo nell’incipit del film. Questo ha colto con esattezza e lucidità Davide Ferrario.

Tutti giù per terra è dunque un film alla moda e – insieme – di protesta in senso lato, disinibito ed embedded, disincantato e “liquido”, anti-operaista e fancazzista, sfrontato e paraculo, che appare dunque oggi invecchiato, ma che è riuscito a registrare quella precisa epoca di transizione, di crisi e insieme di opportunità, in un modo che forse è man mano diventato sempre più impensabile e inattuabile, oltre che inattuale.

Info
La canzone Tutti giù per terra dei C.S.I. su Youtube.
Il sito del Museo del Cinema di Torino.
Il sito della Torino Piemonte Film Commission.
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