La comune

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Presentato in concorso alla Berlinale 2016, La comune di Thomas Vinterberg è un ritratto nostalgico e furbetto di una delle utopie degli anni Settanta, in precario equilibrio tra commedia e dramma. Un “come eravamo” superficiale che ricorre a una prevedibile serie di cliché, a partire dai monodimensionali personaggi di contorno.

C’eravamo tanto amati

Erik, docente universitario di architettura, eredita la grande casa paterna a Hellerup, a nord di Copenhagen. La moglie Anna, un volto noto della televisione, gli propone di coinvolgere gli amici in una comune. Un modo per vivacizzare quotidianità e matrimonio. Ben presto la casa è animata da uomini, donne e anche un bambino, tutti insieme appassionatamente, tra pranzi, cene e decisioni collettive. Il fragile equilibrio di questa convivenza è però messo a dura prova dalla sbandata sentimentale di Erik per una sua giovane studentessa, la bella Emma… [sinossi]

Le canzoni, i colori, lo spirito libero. Ed eccoli gli anni Settanta, le comuni, le utopie, il sogno di un mondo nuovo: La comune (Kollektivet) di Thomas Vinterberg, presentato in concorso alla Berlinale 2016 e distribuito nelle sale italiane dalla Bim a fine marzo, è un ritratto innocuo e piuttosto scontato, se non superficiale, di una generazione e di una idea di vita. A quasi due decenni di distanza da Festen – Festa in famiglia (1998), il suo lavoro più significativo, il cineasta danese si diverte a smontare pezzo per pezzo un’altra forma di famiglia: l’impossibilità di una convivenza duratura, di una stabilità dei sentimenti, è il filo rosso che lega le due pellicole, altrimenti assai distanti, diametralmente opposte. In realtà, ci sarebbe anche la bella Trine Dyrholm, Pia in Festen e Anna ne La comune: è lei a cercare di tenere in piedi baracca e burattini, regalandoci una performance convincente, purtroppo svilita dal saltabeccare della sceneggiatura, dai siparietti comici, dagli snodi narrativi eccessivamente disinvolti.

Abbandonati da tempo i dettami del divertissement Dogma 95, Vinterberg inanella con La comune tutto ciò che quel manifesto avrebbe voluto cancellare dalla settima arte. Insincero e artefatto, sia nelle scelte estetiche che nella scrittura, dominato da macchiette e da uno schematismo fastidioso, La comune tradisce uno sguardo pigro: interessante, in questo senso, che l’ampia metratura della casa di Erik non venga minimamente sfruttata, replicando gli spazi ristretti della sua derivazione teatrale. Ma è nei repentini cambi di direzione emotivi, in questa furibonda consequenzialità, che La comune mostra tutti i limiti di un’operetta facile facile, che cerca di strappare risate e lacrime e che perde per strada quasi tutti gli abitanti della casa. Tranne Erik, Anna e la figlia quattordicenne Freja – Martha Sofie Wallstrøm Hansen, giovane attrice da seguire. Si torna presto, quindi, al classico nucleo familiare, a mamma e papà, tratteggiando i vari Allon, Mona, Ole e via discorrendo come dei freak(kettoni).

Qualche vago accenno alla Cambogia e a Pol Pot, il bagno nudi, un tennis à la Antonioni quasi blasfemo, le prime esperienze sessuali di una quattordicenne e il cuore ballerino di un bambino. Come sempre, Vinterberg coglie la palla al balzo, disegnando col bimbetto di turno una scialba metafora di quel periodo, di quelle illusioni. Poi ci infila Goodbye Yellow Brick Road di Elton John; cerca di far combaciare la macchina da presa e lo sguardo (innocente) di Freja; comincia a far urlare come aquile indispettite i suoi personaggi, perché il tempo dell’amore e delle risate dovrebbe essere finito.
A La comune non bastano i ricordi d’infanzia di Vinterberg, lontanissimo dalla coralità de Il grande freddo o dalla fertile dimensione intima di certo cinema francese, e il consueto cast di ottimo livello per riscattare un cinema stantio, una poetica che gode di un credito sproporzionato.

Info
Il trailer originale de La comune.
La comune sul sito della Berlinale.
la pagina facebook de La comune.
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