Le donne e il desiderio

Le donne e il desiderio

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Con Le donne e il desiderio, il regista polacco Tomasz Wasilewski si affida a colori desaturati e depressione cosmica per tentare di ricostruire lo straniamento post-sovietico del 1990, mettendo in scena quattro donne sconfitte e private delle proprie emozioni. Ma finisce per perdere ben presto ogni profondità, inoltrandosi nei cliché e rivelandosi forzato e raffazzonato.

L’amore ai tempi del Solidarność

Siamo nella Polonia del 1990, il primo anno di libertà dal blocco sovietico. Agata è attratta da un prete e lo spia segretamente, Iza dirige la scuola e intrattiene una relazione clandestina con un dottore sposato, Renata insegna russo e cerca una relazione più stretta con la propria vicina di casa Marzena, allenatrice che sogna una carriera internazionale come modella… [sinossi]

Prima di tutto, in United States of Love, opera terza del regista polacco Tomasz Wasilewski presentata in concorso alla 66esima Berlinale e in uscita in Italia a poco più di un anno di distanza con il titolo di Le donne e il desiderio, c’è un Paese che stava iniziando a scoprirsi. Siamo nel 1990, il Muro di Berlino è appena caduto, il sindacato del lavoratori Solidarność è da poco salito al potere con la vittoria schiacciante alle elezioni dell’anno precedente, l’ormai ex blocco sovietico si sta sfaldando e rifondando su un oltranzismo cattolico che prende il posto del precedente Comunismo. Sono anni di transizione e di solitudine, la Polonia ancora priva della Costituzione, i suoi abitanti ancora privi di una vera e propria occidentalizzazione, di diritti umani e di reale libertà di scelta. Ma sono anche gli anni nei quali cominciano ad arrivare possibili nuovi sguardi sul mondo affittando VHS, gli anni nei quali si scoprono in Polonia i film per adulti come piccola evasione da una frustrazione continua, gli anni nei quali le scuole si evolvono e giungono i primi visitatori stranieri.
Sono, del resto, gli anni dell’infanzia di Wasilewski, che il regista classe 1980 decide di mettere in scena nella provincia e in quattro donne, in un tentativo per lunghi tratti goffo e pretestuoso di creare un paradigma del tempo e del luogo attraverso i loro amori, i loro desideri, i loro corpi, le loro ambizioni frustrate e le loro sconfitte. Da Agata, che gestisce un videonoleggio ed è insoddisfatta della propria vita con un marito dal quale non può ancora separarsi e spia segretamente il prete del quale è innamorata, a Iza, direttrice della scuola apparentemente fredda e spietata ma disposta a tutto pur di mantenere la relazione clandestina con il padre di una sua allieva che ha deciso di lasciarla, fino a Renata, anziana professoressa di russo circondata da canarini e fatalmente attratta, in anni nei quali l’omosessualità non era certo accettata né compresa, dalla dirimpettaia Marzena, giovane e bellissima insegnante di aerobica con il sogno di fare la modella.

Wasilewski opta per un’immagine fredda e desaturata, slavata e opaca come quegli anni, caricando però oltremodo la narrazione di corpi costantemente esposti come una fenomenologia del dolore, di un sesso egoistico e meccanico più per sostituzione e ricerca spasmodica di attenzione che per reale e viva passione (si veda l’incontro fra Iza e un ex studente che nemmeno riconosce, ma anche i continui e insoddisfatti amplessi fra Agata e il marito), oltre che di una psicologia della solitudine nella quale i mezzucci pretestuosi che usa Renata per avvicinare Marzena – fingere di essere caduta dalle scale sporcandosi il cappotto di latte – sono paradossalmente gli stessi che il film usa per forzare la narrazione e gli eventi in modo che vadano esattamente dove vuole il regista. A costo di lasciare da parte la credibilità e la profondità, a costo di fallire nei propri intenti paradigmatici, a costo di lanciarsi in un procedimento per accumulo che si rivela privo di un polso storico o di un reale messaggio da fare emergere.
La macchina da presa arriva sempre al termine dei discorsi fra i personaggi, interessata alle conseguenze ben più che alle cause, fino a forzare queste stesse conseguenze oltre misura, da una finestra aperta con l’invito a un suicidio che non arriverà mai fino all’atroce vendetta rimanendo a guardare quando il ghiaccio del lago si rompe inghiottendo l’allieva e figlia dell’amante. I personaggi messi in scena da Wasilewski sono umanissimi eppure disumani, induriti dalle situazioni, impoveriti nelle emozioni. Come i loro corpi, da quello del prete che vaga nudo per la canonica senza mai accorgersi di essere spiato fino al finale raffazzonato con un vino drogato e una sorta di doppio stupro, in ambo i casi voyeuristico e masturbatorio, di una Marzena-Bella Addormentata distesa sul letto alla mercé prima del fotografo erotomane, e poi di una Renata che, pur mossa dall’amore, finisce per invadere come un maniaco la sua casa e la sua intimità.
In questo senso, mettendo in scena personaggi femminili così disumani, alle tante pecche si aggiunge anche un effetto domino con ogni probabilità inconsapevole e contrario alle intenzioni: fra le scelte sbagliate e le carenze emotive delle protagoniste, Le donne e il desiderio finisce dunque per rivelarsi più che velatamente sessista.

Tomasz Wasilewski mette in scena una società nuova eppure già morta nei suoi spasmi e nei suoi vagiti, nella quale il corpo è al contempo simbolo di libertà e catena che lega a un passato ancora troppo vicino. Non mancano infatti, quasi in contrapposizione con la sensualità di Marzena, Agata e Iza, i corpi distrutti e anziani di Renata e delle altre donne grasse e imbolsite che frequentano i corsi in piscina di Marzena. Corpi filmati negli spogliatoi e nelle docce, corpi che annientano il desiderio, simbolo dell’impossibilità di ricercare una felicità non ancora, o non più, raggiungibile.
Le donne e il desiderio, in sostanza, è un film profondamente imperfetto, nel quale la riflessione sulla necessità di evasione e sugli spasmi di una società sospesa fra l’evoluzione e l’amarezza di una perenne insoddisfazione viene vista con un pessimismo cosmico che non sa tenere conto delle profonde differenze fra una situazione e l’altra, appiattendo le possibili diverse personalità messe in scena in un calderone confusionario. Fra collegamenti impossibili e quindi forzati tra i personaggi e soluzioni narrative che procedono per accumulo piombando senza possibilità d’appello nel poco credibile o nel cliché, il film di Wasilewski perde ben presto per strada tutta la sua profondità, rivelandosi come un prodotto dalla fotografia ammiccante e forzosamente autoriale ma senza la necessaria lucidità alla base.
Rimane la tenerezza di un ballo Sul bel Danubio blu, rimane il reale struggimento nel matrimonio sbagliato di Agata, rimane la consapevolezza di una libertà nazionale già ottenuta ma nei fatti ancora da riconquistare, rimane quella sigaretta accesa da Iza al cimitero usando un cero preso direttamente da una tomba, rimane la sua amarezza nel ritrovarsi da sola al tavolo di un ristorante. Ma non basta per salvare un film che risulta in sostanza vecchio, occasione sprecata di lungimiranza storica e sociale, lontano anni luce da quella viva umanità della new wave polacca secondo Wajda e Munk che avrebbe voluto riproporre e fare rivivere.

Info
La scheda di Le donne e il desiderio (United States of Love) sul sito della Berlinale.
Il trailer italiano di Le donne e il desiderio su Youtube.
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