Little Men

Little Men

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Il regista Ira Sachs devia dalle tematiche consuete nel suo nuovo lungometraggio, Little Men, e adotta un punto di vista per lui inedito nel parlare della vita di famiglia. A Berlino nelle sezioni Panorama e Generation.

E i bambini?

Jake, tredicenne, si è appena trasferito con i genitori nella casa che apparteneva al nonno. Diventa presto amico del coetaneo Tony, la cui madre affitta da anni il pianterreno dell’edificio per il suo negozio. Ma l’amicizia verrà messa a dura prova quando si crea un conflitto tra le due famiglie… [sinossi]

Chi frequenta i festival europei, e la Berlinale in particolare, non avrà difficoltà a riconoscere il nome di Ira Sachs, cineasta legato alla kermesse teutonica da anni. Nello specifico, il cineasta, apertamente gay e da sempre interessato a tematiche queer sullo schermo, con connotazioni più o meno autobiografiche, è sempre stato ospite della sezione Panorama, la più aperta a soggetti di natura LGBT, con pellicole come Forty Shades of Blue (2005), il cortometraggio documentario Last Address (2010), Keep the Lights On (2012, vincitore del Teddy Award) e Love Is Strange (2014). Già con quest’ultimo film, interpretato da Alfred Molina e John Lithgow, si era notato un certo avvicinamento a sensibilità più mainstream (difatti è uscito in sala in molti paesi, Italia compresa, con il titolo I toni dell’amore), pur senza sacrificare quel tocco tipicamente sachsiano che lascia l’amaro in bocca, ma in senso positivo. Ancora più “radicale”, in tal senso, è l’operazione portata a compimento con Little Men, il cui statuto eccezionale è sottolineato dalla sua collocazione nel programma della Berlinale, condiviso da Panorama e dalla sezione Generation, rivolta ai più giovani.

A prima vista c’è poco di Sachs in questo breve romanzo di formazione, dove è del tutto assente la componente queer e l’unico legame, paratestuale, con i film precedenti del regista è un cameo, in spagnolo, di Molina. Eppure è innegabilmente sua la delicatezza con cui esplora i rapporti umani e generazionali, ponendo a confronto il duo di giovani protagonisti e i rispettivi genitori, dove il conflitto socio-economico assume anche parziali contorni etno-linguistici, poiché i due duellanti sono rispettivamente un newyorkese allo stato puro (Greg Kinnear) e un’immigrata latinoamericana (l’attrice cilena Paulina García, apprezzata protagonista di Gloria). Con quel suo misto di amarezza ed ironia che fa anche pensare a Woody Allen (vedi la scelta di rendere la figura paterna un attore squattrinato), Sachs mette a nudo le frustrazioni di un ceto medio in via d’estinzione, ma anche l’innocenza di una gioventù che è ancora capace di sognare.

Se bisogna scovare un vero difetto, si tratterebbe di qualcosa che già si poteva riscontrare in Love Is Strange, ossia un’occasionale sopraffazione della sincerità del regista da parte di alcuni artifici narrativi (nel caso specifico del film sul matrimonio gay, ci riferiamo al finale). Per Little Men è riscontrabile soprattutto un certo ricorso al cliché nella costruzione del conflitto intragenitoriale, che a tratti distrae dalla potenza semplice ma efficace del nucleo emotivo legato ai due adolescenti. Fino ad arrivare a quell’epilogo frustrante, improvviso, che non cede alla tentazione del “classico” finale hollywoodiano. Perché il cinema di Sachs è sempre stato molto “reale”, tutt’altro che addomesticato, e questa è una cosa che neanche un soggetto più tradizionale potrà cambiare. Difatti c’è quasi un che di perverso nell’aver programmato un film simile in una sezione festivaliera dedicata ai più giovani, seppure con la dicitura “dai 12 anni in su”…

Info
La scheda di Little Men sul sito della Berlinale.
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