Storia di fantasmi cinesi

Storia di fantasmi cinesi

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Tra i prodotti più noti e di successo dell’epoca d’oro del cinema di Hong Kong, Storia di fantasmi cinesi colpisce ancora oggi per la fantasia delle soluzioni, le innovazioni stilistiche all’interno del wuxia e dell’action e la capacità di fondere melò, comicità e horror.

La casa infestata

Nella Cina imperiale il giovane studente Ning viene spedito in un paese ai confini per riscuotere le tasse. Solo e spaurito, in un luogo infestato da demoni, si rifugia in una casa abbandonata; qui fa la conscenza (e si innamora) del fantasma di Siu Sin, che procaccia prede al Demone dell’Albero, di cui è prigioniera. L’imberbe Ling vorrebbe aiutarla, e in suo soccorso interviene Yan Chixia, un monaco che ha dedicato la sua vita alla lotta contro le creature demoniache. [sinossi]

Tutto parte, con ogni probabilità, dalla pubblicazione di Racconti straordinari dello studio Liao di Pu Songling, edito nel 1766 e tradotto in italiano in diverse occasioni a partire dagli anni Venti del secolo scorso. Un testo monstre che raccoglie al suo interno oltre quattrocento novelle e racconti dedicati al fantastico e al sovrannaturale, e che ha segnato in maniera indelebile l’immaginario orrorifico (e non solo) cinese attraverso i secoli. La scrittura di Pu, in molti casi ai limiti della satira, e che sovente denota una simpatia verso i demoni, ben più degni di lode rispetto a una razza umana vigliacca, subdola e traffichina, è diventata ben presto fonte di ispirazione per il cinema. Quale macchinario, se non quello dell’illusione e della magia (inscatolata), poteva tradurre con maggior forza i racconti di Pu?
Bandita ogni forma di rappresentazione del fantastico nella Cina di Mao, la produzione di horror, fantasy e wuxia si è trasferita nell’isola di Taiwan e soprattutto nella città-stato Hong Kong. Proprio sotto l’egida della regina d’Inghilterra, di cui Hong Kong fu colonia dalla Prima Guerra dell’Oppio del 1840 fino all’handover del giugno 1997, il cinema visse la sua età dell’oro, grazie a un’industria capillare, attenta, perfino coraggiosa, e dominata da una libertà creativa che non ha molti eguali nella storia del cinema.
In una narrazione così protesa verso il visionario e il fantastico, la traduzione in immagini dei racconti di Pu diventa una costante: da qui, pur con notevoli e naturali infedeltà, nascono tra gli altri A Touch of Zen di King Hu, i vari adattamenti di Painted Skin (di Bao Fang, King Hu e Gordon Chan), e parte non indifferente della filmografia del taiwanese Li Han-hsiang.

Solo l’impatto con la “fanciulla cavaliere errante” di King Hu, comunque, può rivaleggiare con lo schianto che lo sguardo occidentale, sul finire degli anni Ottanta, visse nell’approcciarsi a Storia di fantasmi cinesi di Ching Siu-tung. Titolo destinato da subito a ergersi come culto e a battere record su record al botteghino patrio, Storia di fantasmi cinesi estremizza e porta a compimento il discorso sul “supergenere” che fece di Hong Kong il luogo più vitale e sorprendente di produzione nel corso degli anni Ottanta. Dalla new wave hongkonghese degli anni Settanta nacque una nuova industria, capitanta dalla Cinema City di Raymond Wong; potendo godere su un sistema che non accettava il visto di censura – sarà introdotto solo nel 1988, dando il la a quella fase di decadenza che si acuirà con il ritorno dei poteri economico e politico alla Cina – le produzioni di Hong Kong diedero vita a un’estetica anche patinata, ma dominata da una libertà inventiva fuori da ogni regola. Ai maestri dei decenni precedenti si aggiunsero nuovi cineasti come John Woo, Jackie Chan, Kirk Wong, Ringo Lam, Johnnie To, e ovviamente Tsui Hark.
Il primo dato essenziale per cercare di comprendere un fenomeno come Storia di fantasmi cinesi è tutto nel nome del suo produttore. Tsui Hark, ancora oggi nome di punta della cinematografia cantonese (lo dimostrano le sue ultime, splendenti, parabole registiche, da The Flying Swords of Dragon Gate a The Taking of Tiger Mountain, passando per il dittico dedicato al “detective Dee”), fu anche da subito un abilissimo produttore: a lui si devono per esempio i tre capitoli della saga A Better Tomorrow, il terzo diretto da lui stesso e i primi due affidati a John Woo, per il quale produce anche The Killer.

Non è certo un caso che Storia di fantasmi cinesi rappresenti la summa artistica di Ching Siu-tung, altrove regista assai meno convincente (The Sorcerer and the White Snake, An Empress and the Warriors): al suo interno Tsui condensa infatti il senso più profondo dell’etica cinematografica hongkonghese, stupire lo spettatore, commuoverlo e farlo divertire. Trattato con estrema cura in fase di sceneggiatura da Yuen Kai-chi, al lavoro anche per Sammo Hung in Pedicab Driver e Tsui Hark in Once Upon a Time in China, Storia di fantasmi cinesi crea una miscela esplosiva fondendo il fantasy alla commedia romantica, l’horror allo slapstick, il film di arti marziali al melodramma, e ammantando il tutto con una coperta ipercinetica che sfonda le pareti già fragili del postmoderno per creare, quasi ex-novo, un genere a se stante.
Una pratica non dissimile a buona parte della produzione popolare hongkonghese del periodo, ma che trova per varie ragioni in Storia di fantasmi cinesi il proprio apice; la storia d’amore impossibile tra il giovane Leslie Cheung sul trampolino di lancio del successo (nello stesso anno gira A Better Tomorrow II e Rouge di Stanley Kwan, pronto a conquistare il mondo negli anni successivi grazie al binomio con Wong Kar-wai, con il quale girerà Days of Being Wild, Ashes of Time e Happy Together) e la ventenne Joey Wong, destinata a una carriera ben poco esaltante, diventa la chiave d’accesso a un mondo altro, dominato dalle regole non scritte del visionario. Ching, lasciata a briglia sciolta la fantasia, sconvolge la prassi cinematografica con una messa in scena ipercinetica, incessante, eppure al contempo mai dimentica della maestosità del classicismo. Ne viene fuori un ibrido che da un lato guarda con velata nostalgia a un’era passata – ma chissà se davvero esistita… – e dall’altra si getta a corpo morto nel futuro, anticipando le traiettorie che diventeranno pane quotidiano di cinefili e addetti ai lavori nel corso del decennio successivo. Da questo punto di vista è persino possibile trovare un punto di contatto tra Storia di fantasmi cinesi e il coevo Tetsuo sul quale l’esordiente Shinya Tsukamoto sta lavorando in Giappone. La scossa tellurica che lo sguardo occidentale riceverà dall’uomo/macchina di Tsukamoto trova un complemento “popolare” nel film di Ching.

Proprio quell’anima popolare che permetterà a Storia di fantasmi cinesi di battere ogni record possibile al botteghino, e di ricevere ben dodici candidature alla settima edizione degli Hong Kong Film Awards, dove il film sarà “sconfitto” da An Autumn’s Tale di Mabel Cheung e Ching lascerà campo a Ringo Lam, premiato per la regia di City on Fire.
Un successo clamoroso e duraturo nel tempo, al punto che nel 2011 è stato prodotto un remake, affidato alle cure registiche di Wilson Yip (Ip Man e Ip Man 2) e con Louis Koo nel ruolo del monaco taoista che fu di Wu Ma nell’originale del 1987. Cheung è morto suicida nel 2003 e la Wong si è ritirata dalle scene; Wu Ma muore di cancro nel 2014, lasciando più di duecento interpretazioni e un vuoto nell’industria hongkonghese. Un’industria che non è più la stessa, e non potrà mai – è certo – tornare alla libertà creativa che la dominò per oltre due decenni.

Info
Il trailer di Storia di fantasmi cinesi.
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