La Vanité

La Vanité

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La Vanité di Lionel Baier apre l’edizione 2016 del Cinema Svizzero a Venezia; una commedia bizzarra che gioca con l’eutanasia per svelare fragilità e fermezza degli esseri umani.

Il suicidio assistito

David Miller vuole togliersi la vita. L’anziano architetto malato non lascia nulla al caso, ricorrendo a un’associazione che pratica il suicidio assistito. Ma Espe, l’accompagnatrice, non sembra molto informata sulla procedura mentre David cerca con ogni mezzo di convincere Tréplev, gigolò russo della camera accanto, a diventare il testimone del suo ultimo respiro, come richiesto dalla legge svizzera. Nell’arco di una notte, i tre personaggi scopriranno che il piacere della condivisione e forse persino l’amore sono sentimenti tenaci. [sinossi]

La Vanité, che ha aperto ufficialmente la quinta edizione di Cinema Svizzero a Venezia, la rassegna che si premura di portare in laguna ogni marzo il meglio della produzione svizzera, segna il ritorno alla regia del quarantenne Lionel Baier a due anni di distanza dal precedente Les Grandes Ondes (à l’ouest) nel quale, al ritmo di George Gershwin, si raccontava (anche) la Rivoluzione dei Garofani portoghese. Niente più Gershwin, ne La Vanité, perché mal si adatterebbe al mood che domina la nuova fatica del cineasta svizzero; imprigionato in un motel immerso nella neve e sperduto nel nulla – o quasi – il film si concentra sul personaggio di David Miller, architetto che si affida a un’associazione che pratica il suicidio assistito per mettere fine a un’esistenza della quale non sente più alcun bisogno. Diventa dunque Dmitrij Šostakovič la colonna sonora ideale per indagare l’animo di Miller e dei due personaggi che lo accompagnano in questa “ultima notte”: l’infermiera Esperanza, spagnola che non dimostra una particolare dimestichezza con la procedura, e Tréplev, che si prostituisce una stanza più in là e diventa indispensabile in qualità di testimone, figura richiesta espressamente nella legge svizzera.
In questo gruppo di sconosciuti in un interno l’eutanasia diventa ben presto il mcguffin, grimaldello utile a scardinare il meccanismo, e poco più: non si tratta di un pamphlet, seppur grottesco, come quello che orchestrò nel 2010 Olias Barco con Kill Me Please, ma solo di uno spunto, utile per spostare l’attenzione altrove.

Interessato alla commedia umana e alla malinconia indotta da sogni, desideri e ricordi, Baier finisce ben presto per assestarsi dalle parti di un kammerspiel non privo di ironia, gentile e vagamente dimesso, che cerca conforto in un terzetto di attori in forma: Patrick Lapp, che torna a lavorare con Baier dopo Les Grandes Ondes (à l’ouest), vibra di un orgoglio ancora vivo per quanto ridotto allo stremo; Carmen Maura ricicla smorfie, sguardi e tonalità dal proprio bagaglio attoriale, ma lo fa con classe; Ivan Georgiev, infine, si dimostra una sorpresa inattesa, conferendo umanità a un personaggio che tra i tre rischiava di risultare quello più manicheo e tagliato con l’accetta.
La struttura del film, costruita attorno a un minimalismo di situazioni e dialoghi che sembrerebbe debitore in Europa di Aki Kaurismäki e oltreoceano di Jim Jarmusch (con tutti i dovuti distinguo, sia chiaro), da un lato dona una base solida a un’opera che altrimenti avrebbe corso il rischio di sfilacciarsi all’inseguimento di ogni singolo scambio di battute, ma dall’altro si dimostra una zavorra per Baier. La sfida estetica può definirsi vinta, grazie alle capacità registiche di Baier, ma l’uso calibrato delle luci, il ritmo del montaggio, la precisione anche geometrica finiscono per prosciugare in parte l’emotività di una storia che si crea, come già scritto, solo attorno ai personaggi. Sono gli attori a salvare in più occasioni – soprattutto nella parte centrale – una serie di situazioni che sembrano poco calibrate, studiate in maniera solo superficiale, abbozzate più che vissute. Se è vero che l’eutanasia non è il reale centro del discorso, è altrettanto inopinabile che alcune delle digressioni sulla vita e sull’amore appaiono sterili, ancorate alla carta e incapaci di “farsi immagine”.
Un peccato, perché la sensazione guardando La Vanité è quella di trovarsi a tu per tu con un regista perfettamente consapevole del senso della messa in scena, e in grado di gestirla con intelligenza, ma ancora poco a suo agio non con i suoi personaggi, ma con la loro vita, quella che deve esistere anche al di fuori di ciò che si materializza in maniera concreta sullo schermo. Ci sarà tempo, probabilmente, per affinare anche questo aspetto.

Info
Il trailer de La Vanité.
  • la-vanite-2015-lionel-baier-02.jpg
  • la-vanite-2015-lionel-baier-01.jpg

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