La lunga notte del ’43

La lunga notte del ’43

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La lunga notte del ’43 di Florestano Vancini, ispirato a un racconto di Giorgio Bassani, colpisce a più di cinquant’anni dalla sua realizzazione per la capacità di gettare uno sguardo non allineato sugli italiani. Un’opera viva, più che mai.

Sciagura

In una Ferrara avvolta in un clima freddo, reso ancor più tetro dal fantasma di una guerra ormai persa, nel novembre del 1943 il dottor Pino Barilari, titolare dell’omonima farmacia presso la quale ha per anni lavorato prima che una malattia venerea lo consumasse riducendolo all’invalidità, dalla finestra della sua abitazione scruta la monotona vita cittadina facendosi beffa di chiunque passi sotto il suo sguardo. La bella e giovane Anna, moglie di Barilari, incontra per caso Franco, suo spasimante prima dell’infelice matrimonio che la costringe ad una vita da reclusa. La fiamma tra i due si riaccende e Franco, scappato dopo l’8 settembre e costantemente a rischio di cadere nelle maglie del rastrellamento, pare sinceramente interessato alla conturbante signora Barilari. Sul corso principale di Ferrara, sotto gli occhi vigili di Barilari, si consuma una tragedia… [sinossi]

Sorprende come alcune delle menti più acute della letteratura italiana del secondo Novecento siano state dimenticate in fretta e furia, rimosse, ridotte a pura elencazione nei libri di testo del liceo e universitari; figure centrali del panorama culturale degli ultimi decenni che poco per volta, post mortem, sono state accantonate, forse per comodità o forse anche solo per pigrizia intellettuale. Tra queste viene naturale citare anche Giorgio Bassani, citato per lo più per aver dato vita a Il giardino dei Finzi-Contini, senza dubbio il suo romanzo più celebre destinato a una trasposizione cinematografica piuttosto inerte, firmata da Vittorio De Sica e destinata – nonostante tutto – a un clamoroso successo internazionale. Più di dieci anni prima della traduzione in immagini de Il giardino dei Finzi-Contini, un giovane regista esordiente, lontano dai salotti romani, aveva tratto spunto da un’opera di Bassani per la prima avventura nel lungometraggio di finzione. In realtà La lunga notte del ’43, opera prima di Florestano Vancini prodotta nel 1960, è solo liberamente tratta da Una notte del ’43, uno dei racconti che vanno a formare Cinque storie ferraresi, con cui Bassani trionfò al Premio Strega del 1956; eppure nella costruzione dell’atmosfera e nella psicologia dei personaggi è impossibile non ritrovare in pieno la poetica del letterato estense, tratto che tornerà preponderante anche in molte delle successive incursioni cinematografiche di Vancini. Vancini che, proprio come Bassani, è un autore oramai dimenticato, sperduto in quel marasma dorato che rappresentò la produzione nostrana a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta; chi serba memoria, soprattutto nelle giovani generazioni, di titoli come Le stagioni del nostro amore, Bronte: cronaca di un massacro che i libri di storia non hanno raccontato, Il delitto Matteotti? Vittima della traballante memoria cinefila, Vancini ha però con ogni probabilità trovato, nelle pieghe di La lunga notte del ’43, il titolo in grado di consegnarlo alla storia del cinema in modo duraturo.

Prodotto quando oramai anche gli ultimi residui di afflato neorealista iniziavano a svanire dal proscenio nazionale, La lunga notte del ’43 segna un punto di passaggio e di snodo di primaria importanza: senza lasciarsi lusingare dalle moine del boom economico, che pure svolgerà un ruolo fondamentale nella storia del cinema italiano (in particolar modo grazie all’acre retrogusto beffardo e disilluso della commedia), Vancini evita anche qualsiasi apparentamento con il neorealismo, che apparirebbe oramai goffo, fuori tempo massimo, del tutto squilibrato: il suo esordio si inserisce invece in un percorso di rilettura della storia recente, tra analisi del ventennio fascista e ricordo delle tragedie della Seconda Guerra Mondiale, che troverà nel corso degli anni Sessanta e Settanta molti cantori, sia tra i nomi noti (il già citato Bassani trasposto da De Sica, il Bernardo Bertolucci di Novecento) che tra quelli considerati “minori” (il misconosciuto Giovinezza, giovinezza di Franco Rossi, tanto per fare un esempio).
Al di là dell’indubbia qualità nella messa in scena e nella scrittura dei personaggi, a sorprendere ancora oggi, a distanza di più di cinquant’anni, è la purezza di sguardo di Vancini, che allo stesso tempo riesce a evitare sempre la semplificazione del discorso. La trama de La lunga notte del ’43 si riduce, a conti fatti, a una triangolazione di punti di vista piuttosto netta: la macchina da presa segue e riprende le vite di Pino Barillari, di sua moglie Anna e del da lei amato Franco Villani. La nettezza del triangolo appare chiara fin dalla forza dei singoli personaggi. L’angosciata e ben poco felice Anna da un lato guarda con disprezzo Pino, fisicamente impotente – è infermo a causa di un’infezione venerea – e inabile a svolgere il ruolo che la società gli ha imposto, dall’altro cerca di trovare effimero conforto nel ben più prestante Franco, a sua volta reso però inabile dalla società, in quanto antifascista.

Nello scontro tra impotenza fisica e impotenza sociale si risolve uno dei punti fondativi de La lunga notte del ’43, nonché uno dei tratti peculiari dell’intera poetica di Vancini: l’uomo è vittima della società e ancor prima della natura, e non può trovar sollievo, né risoluzione alla propria mediocrità. Per questo ad Anna, appurata la meschinità di Franco e incapace di comprendere un marito che ha sempre visto solo come un fratello (come informa lei stessa lo spettatore), non resta altra via se non la sparizione, l’oblio, l’eterna dimenticanza. Dimenticanza che è anche il rimosso volontario di una nazione a sua volta incapace di uscire indenne da una guerra che prima ancora che contro l’invasore è stata contro se stessa, la propria natura, la propria indole di accettazione del sopruso. La lunga notte del ’43 è uno dei primi film a cogliere l’essenza della guerra di liberazione: non solo e non soprattutto un atto di resistenza contro le forze tedesche che avevano occupato il territorio dopo l’armistizio firmato da Pietro Badoglio in fuga verso Brindisi, ma piuttosto la resa dei conti (come tale inevitabilmente sommaria) di una parte della popolazione nei confronti dell’altra.
Anche per questo, con ogni probabilità, all’epoca dell’uscita si cercò di ostacolare la distribuzione del film, assegnandogli addirittura un divieto ai minori di sedici anni; una volta trovata la lettura più comoda, quella di una guerra eroica contro l’invasore e contro un manipolo – ma non molto di più – di “traditori” che l’appoggiavano, che senso aveva aprirsi ancora al dibattito? La lunga notte del ’43, con la sua Ferrara tetra e immersa nella nebbia, che preferisce lo scomparire al mostrarsi – e anche la scelta di ricostruirla in studio a Roma contribuisce alla riuscita di un’atmosfera che si sposta dal dramma a fosche tinte al noir d’oltreoceano e d’oltralpe – è una pugnalata al cuore di un’Italia che già pregustava i fasti del capitalismo e ben poca voglia aveva di sporcarsi le mani con la fanghiglia dalla quale si era (ri)generata nella definizione democratica e repubblicana. Nel gesto di Franco che, lontano da quegli eventi luttuosi, preferisce negare a se stesso la realtà dei fatti stringendo la mano all’aguzzino fascista che uccise suo padre (insieme agli altri antifascisti della città), Vancini racchiude quindici anni di storia di un paese che si vuole emancipato ma non ha saputo fare i conti con se stesso, e con la propria intimità. Inabile e impotente, come i tre protagonisti di questa triste vicenda.

Info
La lunga notte del ’43, il trailer.
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