Arthur, il cuore nero del Ticino

Arthur, il cuore nero del Ticino

Al Ca’ Foscari Short Film Festival è stata presentata la web series svizzera Arthur, un ingegnoso viaggio nel mondo dei serial killer ricco di umorismo macabro.

Qual è il peso specifico di un serial pensato a uso e consumo del web? Un interrogativo di non poco conto, soprattutto se si considera che la rete ospita oramai un buon numero di prodotti seriali; ne è passata di acqua sotto i ponti dai tempi di The Spot, quella che venti anni fa venne apostrofata come “Melrose Place-on-the-web”. Nel corso dell’ultimo decennio, o meglio ancora dell’ultimo lustro, molteplici sono state le webserie venute alla luce e il format, inizialmente sviluppatosi nei paesi anglofoni, ha preso piede anche in Europa e persino in Italia, come dimostra lo sci-fi di Freaks! e ancor più Una mamma imperfetta, ideata da Ivan Cotroneo e prodotta da Rai Fiction insieme a Indigo Film e RCS.
Proprio la serie di Cotroneo permette di collegarsi ad Arthur, grazie alla presenza in entrambi i cast di Vanessa Compagnucci. Ma cos’è esattamente Arthur? Presentata all’interno delle giornate del Ca’ Foscari Short Film Festival come evento speciale presentato in collaborazione con Cinema Svizzero a Venezia e il Consolato Svizzero della città lagunare, Arthur è una webserie ticinese, diretta da Nick Rusconi – che l’ha ideata insieme a Chloe De Souza – e prodotta da Alberto Meroni. La prima e finora unica stagione si compone di dieci brevi episodi, di circa cinque minuti di durata l’uno, attraverso i quali lo spettatore fa la conoscenza di Arthur, affascinante quarantenne interpretato da Ettore Nicoletti che, eccezion fatta per una naturale e convinta misantropia, ha un solo piccolo difetto: è un serial killer che non riesce a trattenersi dall’uccidere chiunque gli capiti tra le mani.

Arthur si propone dunque come un bildungsroman sui generis, romanzo di (de)formazione di un assassino che sta cercando di smettere, di eliminare il proprio vizio, magari trovando un lavoro, una fidanzata e provando a dare una “norma” alla propria esistenza. Sfruttando con intelligenza paletti e restrizioni dati dal format, il gruppo di autori allestisce nel corso dei dieci episodi un continuo crescendo, facendosi beffe della linearità narrativa – Arthur propone un florilegio di flashback e flashforward – e giocando in continuazione con lo spettatore.
Un gioco, dopotutto, è parte integrante della stessa serie, visto che per lanciarla lo scorso anno è stato creato un concorso ad hoc, il cui premio finale in denaro era di 5.000 franchi (8.000 considerando anche i premi minori): un’occasione per creare interattività con la rete, dando il la a un reale percorso connettivo in grado di eliminare o almeno ridurre il divario che ancora separa lo spettatore dal prodotto. Al di là di questo interessante escamotage, Arthur sorprende piacevolmente per la fine tessitura cinematografica che lo contraddistingue: grazie a un accurato lavoro di messa in scena, cui partecipano attivamente il già citato utilizzo del montaggio e un’accurata veste fotografica, lo spettatore dimentica presto di trovarsi a tu per tu con un prodotto pensato per il web. Senza debordare nel citazionismo cui ha abituato la deriva maggiormente nerd delle serie web, Arthur si diverte a giocare con l’immaginario del thriller con una levità encomiabile, ed evita per la maggior parte del tempo le secche di una struttura inevitabilmente ripetitiva, in cui l’atto diventa quasi coatto nella sua reiterazione.

Punto di incontro tra la commedia nera e il thriller, Arthur devia in più occasioni in direzione del bizzarro, come palesa la costruzione del personaggio di Atticus, il bibliotecario nano interpretato da Massimo Viafora che sembra puntellare l’architettura narrativa con squarci lynchiani (ma la mente corre anche a Living in Oblivion di Tom DiCillo), o l’ossessiva presenza sonora di un cagnolino. La capacità di costruire personaggi che, pur con brevissimi cenni, riescono a trovare una propria complessità emotiva e psicologica, spinge in direzione di una prosecuzione della narrazione, come supposto anche dal cliffhanger finale, e l’impressione è che se Arthur dovesse continuare a svilupparsi il team si sentirebbe ancora più libero di sperimentare, allargando ulteriormente la visuale.
Creatura che si apre, per la sua stessa natura, alle strade più varie e impensabili, Arthur è la dimostrazione di come un progetto possa accettare le regole del gioco senza per questo rinunciare all’indipendenza e all’originalità, ponendo Emil Cioran e Lansdale sul piano della stessa bilancia. Un lusso che in pochi sembrano avere la voglia di concedersi, purtroppo.

Info
Arthur, la serie su Youtube.
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