Intervista a Petr Zelenka

Intervista a Petr Zelenka

Regista e autore di film, serie televisive e pièce teatrali, il ceco Petr Zelenka è conosciuto da noi grazie al Bergamo Film Meeting e al Trieste Film Festival, mentre il suo penultimo film, I fratelli Karamazov, ha avuto anche una distribuzione in Italia. Zelenka è stato ospite ancora del BFM che gli ha dedicato una personale e ha presentato il suo nuovo film, Lost in Munich. Lo abbiamo incontrato in occasione della masterclass che ha tenuto presso la Civica Scuola di Cinema di Milano.

Nei titoli di testa di tutti i tuoi film compare la dicitura “Un film di Petr Zelenka e dei suoi amici”. Come mai?

Petr Zelenka: Credo che sia un po’ ingiusto associare un film a una sola persona. Di solito, come sai, è associato al regista o al produttore, e non credo che sia giusto, è un lavoro collettivo, e questa scritta serve a dire che ci sono altre persone dietro al film. Poi ormai è diventato una specie di marchio.

Sembra però che tu voglia esercitare un controllo molto capillare nella realizzazione dei film e che il ruolo che dai al concetto di regia sia improntato alla completezza.

Petr Zelenka: Quello che io faccio è quel cinema d’autore che era molto in voga in Francia negli anni Sessanta. Ma quando ho iniziato a lavorare, negli anni Novanta, era solo una necessità perché o hai una forte produzione alle spalle, in cui il produttore riesce a mettere insieme lo scrittore e il regista, oppure, in mancanza di questa specie di figura paterna, nessuno può mettere assieme i due ruoli. E allora la soluzione è che lo sceneggiatore diventi anche regista oppure che il regista cominci a scrivere delle sceneggiature. Io preferisco la prima possibilità, ma molto spesso funziona nell’altro modo. Questo vuol dire però che c’è sempre qualcosa che manca in questo schema, e quello che manca è la persona sopra di te che dovrebbe fare lavorare insieme le persone.

Il tuo film Wrong Side Up inizia con immagini di repertorio di una visita di stato di Fidel Castro a Praga. In I fratelli Karamazov ci sono allusioni a Lech Wałęsa e a Papa Wojtyła, e poi a Stalin. Perché tutti questi riferimenti al passato pre-caduta del Muro di Berlino, che sembrano un monito, e qual è la tua posizione in merito al sistema socialista che era in vigore?

Petr Zelenka: Non li considero come riferimenti al passato, ma come elementi del reale. I film si svolgono nella realtà, per cui sono immagini di sfuggita della realtà. E, dato che non è possibile fare riferimento alla Coca Cola per esempio, è possibile farlo a Lech Wałęsa o Fidel Castro, che vengono tirati in ballo per ragioni diverse. Nei Karamazov abbiamo fatto riferimento a Wałęsa perché volevamo mostrare che quella fabbrica aveva una storia particolare, e a Wojtyla perché l’attore ceco doveva avere difficoltà a parlare del papa e del suo trovarsi in Polonia, mentre Fidel Castro era uno scherzo, perché il protagonista di Wrong Side Up si ricorda di quando era bambino e pensava che, uccidendo tutti i politici cattivi, il mondo sarebbe diventato un posto migliore. Dunque credo che questi riferimenti servano solo per rendere il tutto più reale. Non parlerei di elementi nostalgici, anche se la nostalgia per un tempo in cui si era più giovani c’è sempre. Si può provare nostalgia per tutto, anche per i pacchetti di cracker che vendevano quando eri bambino, per dire. In questo senso, allora, si può forse dire che ci sia in effetti un elemento nostalgico.

Nel passaggio senza soluzione di continuità tra vita, cinema, e teatro in I fratelli Karamazov, mi sembra di vedere la stessa idea di Vanya sulla 42esima strada di Louis Malle.

Petr Zelenka: Sono stato molto influenzato da quel film americano di Malle, che parla dello spettacolo dello Zio Vanja di Čechov messo in scena in questo teatro semidistrutto, che non esiste più, a New York. Nel film di Malle c’è poca interferenza da parte del regista verso quello che è lo spettacolo stesso rappresentato e c’è un momento molto bello con una discussione tra gli attori che vediamo frontalmente, in campo; poi la macchina da presa si sposta e va a inquadrare il pubblico ed è in quel momento che noi di fatto capiamo che è una rappresentazione già in atto. La sceneggiatura di I fratelli Karamazov riprende queste suggestioni. Mi sono domandato, scrivendola, quale dovesse essere la durata in cui potevo mostrare la rappresentazione teatrale all’interno del film e mi sono reso conto che non potevo farlo per più di due minuti ogni volta. Poi era necessario innestare le cosiddette trame secondarie, cioè gli sviluppi paralleli della storia. La prova dello spettacolo da parte degli attori è ovviamente una costante, ma io piazzavo qualcosa all’inizio e poi, dopo uno o due minuti, facevo arrivare un’interruzione aprendo alle altre stratificazioni che andavano a comporre una determinata sequenza. Ovviamente questo tipo di calcolo è avvenuto mentre scrivevo il film. E poi ci sono le parti molto belle di quando non sai se l’attore è di fatto se stesso o il personaggio che interpreta all’interno dello spettacolo. Finché non apre bocca c’è una sospensione, bella perché rappresenta la nascita della capacità dell’attore di incarnare un personaggio, che prende forma nel dietro le quinte fino ad arrivare sul palco stesso. A proposito di cinema americano e di quanto può essere pessimo, c’è un esempio di pessimo adattamento di I fratelli Karamazov che risale al 1958, in cui addirittura si arriva all’happy end. Il piccolo Iljuša, che non è presente nel mio film, nel romanzo muore e invece in questo adattamento riesce in qualche modo a cavarsela e a ristabilirsi, come pure un altro personaggio – Dmitrij – riesce a evadere dalla Siberia. E vissero tutti felici e contenti: veramente un attacco brutale all’opera di Dostoevskij.

In I fratelli Karamazov ci sono due specifici riferimenti al cinema, il primo a un film dal titolo non specificato, di cui si parla sul bus all’inizio, poi si cita espressamente Underground di Emir Kusturica. Volevi richiamare l’idea del cinema in un film sul teatro?

Petr Zelenka: Sì, è più o meno così. Il primo riferimento è al film di Pawel Pawlikowski che si intitola Dostoevsky’s Travels: è un film bellissimo in cui lui va a ritrovare il vero bis-bis-nipote – o qualcosa del genere – dello scrittore russo, che fa il conducente di tram a San Pietroburgo nel presente. La bellezza del film sta nell’estrema semplicità del bis-bis-nipote di questo incredibile genio e scrittore estremamente complesso. Questo erede ha una mentalità talmente ristretta che riesce solo a pensare alla Mercedes-Benz, ed è deluso che il suo onorario per parlare del suo bis-bis-nonno non basterà per acquistarne una. È notevole avere un genio incredibile e due generazioni più tardi una specie di idiota. Dato che stavo facendo un film sul teatro che si svolge un po’ davanti e un po’ dietro le quinte, ho pensato di iniziare con una storiella su questo documentario. Probabilmente conosci Pawel Pawlikowski, è un regista polacco che vive in Inghilterra, il suo film più famoso è Ida, che aveva vinto l’Oscar come miglior film straniero qualche anno fa. Underground è tutta un’altra storia, non mi piace Kusturica e credo che non piaccia a molte persone. Alcuni suoi film sono bellissimi, e lui è una persona molto difficile. Quello che si dice nel film è quello che ha fatto veramente, cioè aveva preso alcune comparse e le aveva portate ai Barrandov Studios, nella Repubblica Ceca, poi aveva confiscato i loro documenti così non era loro possibile lasciare il set e tornare in Jugoslavia. È quello che ha fatto veramente, tra le altre cose. Inoltre tutti i suoi film sono finanziati dalla mafia, come sapete, è un dato di fatto. Credo che si sia comportato in maniera malvagia con queste persone e che fosse una storia interessante da raccontare.

Ne I fratelli Karamazov c’è una straordinaria scena di una sorta di intervista a Fëdor Dostoevskij come un pupazzo, realizzata in forma di teatrino di burattini. In generale ritornano le figure di artisti di strada, il prestigiatore nel cortometraggio Powers, quello che fa lo spettacolo di bolle di sapone in Wrong Side Up. Come mai?

Petr Zelenka: Non so, forse è una spezia che voglio aggiungere al gusto del film, e nella fase di pre-produzione una cosa che succede spesso è che tu sei come una spugna, cioè sei in una fase in cui assorbi tutto quello che ci può essere di interessante. A volte vedi qualcosa di anche solo remotamente interessante e pensi che potrebbe stare nel film sullo sfondo. Questi personaggi spesso vengono da questa fase. Inoltre quando stai per fare un film sei come più sensibile alle cose interessanti che ci sono attorno a te e allora ti accorgi che c’è un bravissimo marionettista o un tizio che fa le bolle di sapone, ecc. Per lo stesso motivo uso molte lingue nei film, mi serve per risvegliare il pubblico, uso il giapponese, l’Italiano, ecc., credo che sia una cosa interessante e che nei film dovrebbero esserci sempre tante lingue diverse.

Chiudo con una curiosità. Compare due volte nel tuo cinema, in Year of the Devil e in Wrong Side Up, la singolare figura del musicista da ascensore, cioè che – suonando – accompagna le persone che prendono l’ascensore. Si tratta di una tua trovata surreale o esistono davvero nella Repubblica Ceca?

Petr Zelenka: Non esistono veramente per quello che so. In uno dei miei spettacoli teatrali c’è un musicista che fa causa a un hotel perché usa la sua musica negli ascensori, e questo è entrato anche nei miei film, come un’idea che si è sviluppata e anche come elemento di continuità tra un film e l’altro, inoltre è anche divertente, naturalmente.

Info
La pagina dedicata a Petr Zelenka sul sito del Bergamo Film Meeting.

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