Un paese quasi perfetto

Un paese quasi perfetto

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La formula del remake va stretta a Massimo Gaudioso che con Un paese quasi perfetto firma una malincommedia poco interessata allo svolgimento del suo plot, ma perdutamente innamorata dei suoi personaggi.

Zone depresse

Pietramezzana, borgo sperduto nelle Dolomiti lucane, rischia di scomparire. I giovani lo stanno abbandonando e i pochi abitanti rimasti, per lo più ex minatori, vivono con una cassa integrazione che minaccia di trasformarsi presto in disoccupazione permanente. Ci sarebbe di che scoraggiarsi. E invece no. I suoi abitanti, trascinati dal vulcanico Domenico non demordono e, non appena intravvedono nell’apertura di una fabbrica la soluzione ai loro problemi, si attivano affinché il progetto vada a buon fine. La prima cosa da fare è trovare un medico – senza il medico non può insediarsi nessuna fabbrica – e fortuna vuole che si imbattano in Gianluca Terragni, rampante chirurgo estetico milanese. La seconda cosa, ben più complicata, sarà convincerlo a restare. [sinossi]

Si respira un’aria di avvolgente malinconia in Un paese quasi perfetto, prima regia in solitaria per Massimo Gaudioso, senza i sodali Eugenio Cappuccio e Fabio Nunziata (che resta nei credits come montatore) con i quali aveva firmato i deliziosamente autoreferenziali Il caricatore (1996) e La vita è una sola (1999). Si tratta di una malinconia che non pervade però solo il film, la sua storia, i suoi protagonisti, di cui pure costituisce uno degli aspetti più riusciti, bensì per traslato l’intero sistema produttivo cinematografico nostrano, che pur non essendo più da decenni “industriale” ambisce a recuperare questo epiteto attraverso lo sfruttamento intensivo di alcuni sapidi e infallibili ingredienti.
Innanzitutto il canovaccio, sempre disponibile ad adeguato risciacquo e opportuno riciclo, come la migliore tradizione comica nostrana (ma la cosa è universale) insegna. Di solito per noi si tratta di conflitti cardinali del genere nord-sud, destra-sinistra, uniti a cene, natali o matrimoni di qualcuno e in qualche luogo. Nel caso di Un paese quasi perfetto la faccenda si fa esemplare e il risciacquo di cui sopra assume il termine più “industriale” di remake. La pratica poi è più o meno nascostamente assai diffusa ultimamente, se si considera che gran parte delle commedie italiane degli ultimi anni sono rifacimenti di pellicole sudamericane.

Succede dunque che la Cattleya sia la fortunata proprietaria dei diritti di remake di un grazioso film nord-americano, scritto dall’ancora più fortunato Ken Scott: La grande seduzione (2003), diretto dal canadese Jean-François Pouliot. La storia ha un innegabile potenziale universale: gli abitanti di un paesino fanno di tutto per “sedurre”, con innocenti bugie e bellezze locali, un giovane medico capitato lì per caso: convincerlo a stabilirsi in loco è infatti l’unico modo per per poter aprire una fabbrica e rilanciare la depressa economia locale. È un’idea che va a ruba, e genera nel tempo una serie di rifacimenti, ecco la versione anglofona, ma sempre canadese, The Grand Seduction (2013) firmata da Don McKellar con protagonisti Taylor Kitsch e Brendan Gleeson, mentre solo un anno dopo arriva (ma non dalle nostre parti) anche quella francese Un village presque parfait (2014) di Stéphane Meunier. E poi, a pensarci bene, anche lo statunitense Doc Hollywood con Michael J. Fox (di Michael Caton-Jones, 1991), antecedente al prototipo, non era tanto diverso quanto a sinossi.

Comunque con un territorio come il nostro, disseminato di graziosi paesini adagiati alle pendici delle catene montuose che un tempo hanno assaporato, seppur alla lontana, gli agi di un’industrializzazione troppo presto dissipatasi, e dove oggi l’intraprendenza delle film commission locali incarna le ultime vestigia di un’industria culturale vagheggiata e perduta, c’era da aspettarsi un’opportuna traduzione del fortunato plot. E chi meglio di un talentuoso sceneggiatore che già aveva amalgamato paesaggismo e antropologia culturale nel blockbuster Benvenuti al sud, a sua volta remake del successo d’oltralpe Giù al nord?
Ma Massimo Gaudioso, forse a questo punto è opportuno ricordarlo, non è soltanto la firma in calce allo script della fortunata commedia diretta da Luca Miniero, la sua filmografia annovera infatti una duratura collaborazione con Matteo Garrone (Estate Romana, L’imbalsamatorePrimo amore, Gomorra, Reality e Il racconto dei racconti), ma anche l’interessante esordio di Luigi Lo Cascio La città ideale, È stato il figlio di Daniele Ciprì e l’ultimo Verdone L’abbiamo fatta grossa.
Non c’è da stupirsi dunque se al ragionamento industriale alla base di Un paese quasi perfetto si accompagni, nel risultato, una incompiutezza anodina, a tratti stridente, figlia di un’autorialità discreta e un po’ frustrata, che va a scardinare l’aulica “perfezione” del su citato canovaccio, impregnandolo di malinconia, e una certa dose di tenerezza.
È proprio con questo sguardo condiscendente e affettuoso, ma non per questo meno pungente, che Gaudioso osserva i suoi due protagonisti, ovvero il chirurgo plastico meneghino incarnato da Fabio Volo e il neo sindaco di Pietramezzana (questo il nome del paesino lucano che fa da scenario alla vicenda) interpretato da un ben ritrovato Silvio Orlando. Lampadato e spaesato il primo, disperato ma solerte maestro dell’arte di arrangiarsi il secondo, i due hanno tutti gli elementi in ordine per rispolverare i toni del malincomico nostrano. Va da sé dunque che l’aspetto comico vero e proprio venga accantonato a favore di un tratteggio dei personaggi e di un descrittivismo paesano.

Poco intereressato alle dinamiche dell’adattamento, Gaudioso riprende le tre trovate principali del prototipo (già opportunamente replicate dagli epigoni): per far contento il medico di città gli indigeni di Pietramezzana gli fanno trovare ogni giorno una banconota, simulano di saper giocare e avere grande interesse nel cricket (il suo sport preferito), fanno intercettare le sue telefonate da due comari del paese. Se il trucco del denaro a lungo andare stanca lo spettatore, il cricket – seppure le sue dinamiche che avrebbero potuto aprire allo slapstick – non viene quasi per nulla sfruttato dal regista, che lo liquida in maniera sbrigativa. Quanto alle comari intercettatrici, anche lì il gioco, venato da un poco comprensibile e ancor meno esplicito erotismo (le telefonate del dottore alla fidanzata), mostra tosto la corda. Peccato poi che la gag relativa al cibo preferito del medico, ovvero sushi e sashimi, ribattezzato dai locali con uno spassoso “sciuscia s’ascimm” non venga portata fino in fondo (non vedremo mai la misteriosa pietanza fabbricata con bastoncini di pesce surgelati) restando così a uno stadio aleatorio e arrestandosi su una comicità puramente verbale.
Un paese quasi perfetto non punta dunque al comico, né di certo alla risata “di pancia”, questo è chiaro, ma anche la storia d’amore con la bella barista-cameriera della locanda (Miriam Leone), elemento che dovrebbe essere fondamentale per convincere il nostro eroe per caso a restare in loco, non sembra partire mai e, quando appare cosa conclamata, desta un effetto straniante. Così come risulta fuori luogo la musica fiabesca firmata da Santi Pulvirenti.
Quanto alla chiosa di questa grande bugia a fin di bene è nel complesso alquanto affrettata e meccanica, seppure presenti quella svolta ecologista che già si auspicava, ma non arrivava, nel prototipo. Allestire tutta questa messinscena per aprire una fabbrica, infatti, era una debolezza non da poco e suscitava qualche perplessità.

Un paese quasi perfetto presenta dunque nel complesso parecchie smagliature narrative e numerose gag smorzate per passare rapidamente ad altro, questo “altro” però non è meno interessante e si basa su quel clima di tiepida resa che caratterizza gli abitanti di Pietramezzana – e probabilmente gran parte del meridione nostrano – sempre pronti però ad unirsi per il bene comune, anche quando questo significa assumersi gravose responsabilità. Si veda la scena in cui il personaggio incarnato da Silvio Orlando comprende la fuga in città del sindaco in cerca di maggiore benessere, e si propone anzi di aiutarlo nel trasloco, raccogliendone in seguito anche il testimone istituzionale. L’interesse e il sincero afflato umanista di Gaudioso si concentra poi con particolare attenzione, come già accennato, sui due protagonisti, diversi per provenienza e aspirazioni, ma accomunati in questa storia non solo dalle meccaniche narrative, quanto dallo sguardo sornione e affettuoso che dedica loro il regista, abile nel tratteggiare fragilità e piccolezze umane, senza mai cedere al moralismo. Pazienza dunque se non si ride poi molto in Un paese quasi perfetto, di questo lo spettatore sia avvertito, potrà invece trovarvi tutti gli ingredienti – confusione e imperfezione comprese – di una garbata malincommedia nostrana.

Info
La pagina dedicata a Un paese quasi perfetto sul sito di 01 Distribution.
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