Love & Mercy

Love & Mercy

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In Love & Mercy Bill Pohlad racconta il Brian Wilson privato, scisso tra lo spasmo di creare e le proprie paranoie; un biopic a tratti canonico ma affascinante.

I Just Wasn’t Made for These Times

Negli anni sessanta, il giovane cantautore Brian Wilson, co-fondatore dei Beach Boys, si ritrova nel bel mezzo di un successo straordinario dopo aver battuto numerosi record con la sua band. A seguito di un attacco di panico, Wilson decide di rinunciare al tour e di impegnarsi a registrare in studio “il più grande album mai registrato”. Mentre tenta disperatamente di far fronte alle opprimenti voci nella sua testa, il suo contatto con la realtà si attenua sempre più. Dopo molto tempo, negli anni ottanta, Wilson si è trasformato in un fragile e confuso uomo di mezza età, sottomesso alla schiavitù legale e psicologica del suo abusivo terapista, il dottor Eugene Landy. Dopo aver conosciuto Wilson, la venditrice di Cadillac Melinda Ledbetter è determinata a salvarlo dalle manipolazioni di Landy. [sinossi]

Love & Mercy doveva essere il titolo di un biopic su Brian Wilson già nel 1988, e prendeva spunto dalla canzone di apertura del primo album da solista del leader dei Beach Boys; si vocifera che all’epoca il candidato principale a vestire i panni di Wilson fosse William Hurt. Il progetto si arenò ben presto, forse anche a causa dell’invasiva presenza di Eugene Landy, lo psicologo che lavorò in maniera così intensiva sul compositore e cantante da ricevere un’accusa – provata in tribunale – per circonvenzione di incapace. Una cosa dunque è certa: quel Love & Mercy del 1988 non avrebbe avuto un granché a che spartire con il film che esce oggi nelle sale italiane, con un anno e mezzo di ritardo sulla distribuzione negli Stati Uniti. La mente dietro l’operazione che ha portato Bill Pohlad a girare un secondo film a ventiquattro anni di distanza dall’esordio (il poco conosciuto Old Explorers è infatti del 1990) è Melinda Ledbetter, moglie di Wilson da venti anni e principale responsabile della causa intentata contro Landy. Proprio su questo punto si avvertono i principali scricchiolii di Love & Mercy, com’è inevitabile: tutta la sezione del film incentrata sulla conoscenza tra la Ledbetter e Wilson, l’innamoramento e la presa in carico della donna dei problemi psicologici del futuro marito, risente di uno sguardo eccessivamente univoco, mai dubitativo, ma sempre colmo di certezze. La Ledbetter fu l’unica salvezza di Wilson, e Landy era poco meno che il male incarnato, un cancro da debellare nel modo più rapido e brutale.
Se da un lato una scelta di questo tipo diventa quasi inevitabile, vista la natura dell’operazione (e il conflitto è tutto racchiuso tra l’angelica Elizabeth Banks e il demoniaco Paul Giamatti, entrambi responsabili di una recitazione eccessivamente caricata, soprattutto rispetto a un panorama circostante che punta invece sulla sottrazione), dall’altro finisce con l’appesantire il corpo centrale di Love & Mercy, tracimando verso un melodramma canonico, la classica storia di dannazione e redenzione cui i film biografici hanno abituato il pubblico.

Love & Mercy è un film volutamente scisso, anche nel ritmo e nel senso della messa in scena; e anche se le due parti – da un lato il Wilson giovane, interpretato da un eccellente Paul Dano e alle prese con la creazione di Pet Sounds, dall’altro il Wilson quarantacinquenne vittima di Landy, affidato alle cure di John Cusack, meno brillante del collega ma in grado comunque di donare timbriche mai banali al personaggio – sono compenetrate attraverso il montaggio, permane l’impressione di due mondi in collisione. Del secondo, ambientato alla metà degli anni Ottanta, si è già scritto: un melò che punta tutte le sue carte sul romanticismo e sul triangolo vittima/carnefice/salvatrice; il primo, invece, rappresenta qualcosa di assolutamente inedito all’interno del microcosmo dei biopic.
Dietro la creazione di quel capolavoro sommo del pop che risponde al nome di Pet Sounds, raccontata con rara precisione, mostrando cosa significa effettivamente creare della musica, Pohlad e gli sceneggiatori Michael A. Lerner e Oren Moverman racchiudono una riflessione sull’ossessione; non solo quella che porta la suggestionabile mente di Wilson a sentire voci e rumori, ma soprattutto quella che lo spinge a cercare sempre di superare un ostacolo che lui, e solo lui, ha provveduto a innalzare. Il passo più in là, proprio dei geni, e che porta Wilson a lavorare in studio in modo capillare e quasi paranoico, mentre i suoi fratelli e cugini – i Beach Boys erano una band composta quasi esclusivamente da parenti, eccezion fatta per il compagno di liceo Al Jardine, impegnato a una delle chitarre – vorrebbero solo “suonare”, e si annoiano profondamente, è descritto con una dovizia di particolari encomiabile. Non più dunque la parabola dell’artista maledetto, come sembrerebbe annunciare la parte con Wilson adulto, ma la messa in scena di uno studio, del lavoro che si nasconde dietro quello che viene solitamente relegato al “solo” lampo d’ingegno.

È in questo segmento che Love & Mercy trova la sua reale ragion d’essere, e il suo principale motivo di interesse, oltre a permettere allo spettatore di imbattersi nell’ascolto di gioielli di purissima fattura quali Wouldn’t It Be Nice, God Only Knows, Caroline, No e Good Vibrations, la cui ideazione e produzione rappresenta uno dei passaggi più ispirati del film. In parte “sinfonia tascabile” (rubando il termine proprio a Wilson) in parte standard senza troppi guizzi, Love & Mercy è un film diseguale ma interessante, che avrebbe meritato una distribuzione italiana meno attardata, anche per rendere il giusto tributo a uno dei più grandi geni della musica pop.

Info
Il trailer di Love & Mercy.
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