Ballad in Blue

Ballad in Blue

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Prodotto industriale, scopertamente edificante e ottimistico, Ballad in Blue è una rarissima occasione cinematografica per Ray Charles, diretto dal Paul Henreid attore di Casablanca. Convenzione e buoni sentimenti, con improvvise impennate di stile. In dvd per Mustang e CG.

Ray Charles si esibisce in una scuola privata e diventa amico di David, un bambino bianco non vedente con madre apprensiva e iperprotettiva. Affezionatosi al bambino, Charles cerca di insegnargli a vivere in totale indipendenza e aiuta la sua famiglia a trovare una stabilità. [sinossi]

In qualità di interscambiabili vettori per star, industria del cinema e della musica si corteggiano da sempre. Nel suo sterminato catalogo di combinazioni si tratta anche di un’interazione massmediologica: tanto per fare gli esempi più evidenti, star della musica si concedono alla “theme song” per un film o intraprendono carriere parallele e convergenti tra i due mondi espressivi. In tale immensa varietà di rapporti è molto frequente anche il “film-veicolo”, oggetto ben distinto rispetto alla vera e propria carriera attoriale di un cantante: opere cinematografiche concepite come supporto alla carriera di un musicista, al quale si dà l’opportunità di esordire al cinema secondo schemi più o meno pretestuosi.
Nel 1965, pochi mesi prima che venga arrestato per la sua dipendenza dall’eroina e che accetti un percorso di disintossicazione, Ray Charles è probabilmente all’apice del suo fulgore, e come spesso accade il cinema s’interessa a lui per cucirgli addosso un contenitore che coniughi musica, vita privata e messaggi morali. Niente di più adatto a tale scopo è il cinema anglosassone a scopo edificante, specie se il mito di una star musicale si accompagna a un suo handicap fisico sul quale costruire facili didascalismi.

Nasce intorno a tali premesse Ballad in Blue (1965), recuperato in dvd da Mustang e CG dagli annali dispersi del cinema ignoto. Si tratta di un film dalla genesi decisamente bizzarra, visto che fa parte dei pochi film diretti da un attore di buona scuola, quel Paul Henreid nato a Trieste in epoca austro-ungarica e famoso soprattutto per il ruolo di Victor Laszlo nel leggendario Casablanca (1942) di Michael Curtiz. La primaria ragion d’essere è la celebrazione del mito musicale di Ray Charles secondo gli schemi più affidabili dell’epica edificante a stelle e strisce, ma per far questo Henreid ambienta il film per lo più in Europa (Londra e Parigi) e lo realizza parzialmente in studi irlandesi. E a differenza di quanto ci aspetteremmo il film si affida a una certa sobrietà, scansando con evidente intenzione le sabbie mobili della scoperta ricerca lacrimosa che pure il soggetto avrebbe potuto ispirare.
Nei panni di se stesso Ray Charles si esibisce infatti in una scuola privata dove fa la conoscenza di David, un bambino bianco non vedente al centro delle attenzioni di una madre iperprotettiva. Affezionatosi al bambino per evidenti affinità esistenziali, Charles si prodiga per lui e per la sua famiglia, e tra un’esibizione musicale e l’altra cerca di infondere coraggio a David nell’affrontare la vita in modo del tutto indipendente. Grosso modo il soggetto è tutto qui, diramato poi in un paio di subplots che lasciano tutta l’impressione del riempitivo per giungere agli 84 minuti di durata (paturnie professionali, immaturità sentimentali, David e l’amichetta…). Ma si farebbe torto a Paul Henreid nel liquidare il film come esempio dozzinale di veicolo per scopi extra-cinematografici.

Innanzitutto, pur nella sua plateale natura di film d’occasione, Ballad in Blue mostra un buon lavoro di sceneggiatura, brillante e performante nei dialoghi e nell’intaglio dei personaggi. Le esibizioni canore di Ray Charles, al pianoforte accompagnato dalla sua orchestra, sono spesso lunghe (in un caso si arriva addirittura ai due brani eseguiti uno dopo l’altro) ma ben lontane dalle parentesi extra-narrative, e soprattutto sorrette da una spiccata raffinatezza linguistica. È infatti sul versante dello stile che Ballad in Blue mostra le sue maggiori sorprese: Paul Henreid appare tutto fuorché un attore in veste di regista sprovveduto.
Il bel bianco e nero di Robert Huke sembra venire dritto dalle migliori produzioni americane anni Cinquanta e Sessanta (di tanto in tanto si ha l’impressione di assistere a una ricca produzione di Stanley Kramer), mentre la macchina da presa si produce in imprevedibili preziosismi: uno su tutti, il movimento vertiginoso al luna-park parigino che da un dettaglio a terra giunge fino al trenino delle montagne russe. È altrettanto interessante la lettura audiovisiva data alle esibizioni di Ray Charles al pianoforte. La macchina da presa non interviene mai a isolare il momento canoro in una sorta di parentesi fuori dal racconto, magari tramite la più banale delle inquadrature frontali, bensì lavora sui piani e sui punti di vista, posizionandosi spesso alle spalle di Charles, relegandolo in un profilo laterale senza dimenticarsi mai del pubblico in secondo piano. Si dà conto insomma del rapporto tra star e ricezione, senza rifugiarsi mai nella divinizzazione del performer.
Così facendo tali scelte appaiono in perfetta coerenza con l’assunto del film, ovvero l’identificazione di Ray Charles con un modello comportamentale per le giovani generazioni, specie se minate dalla sua stessa disabilità. Benché assoluto protagonista del film, Charles appare infatti quasi del tutto estraneo alle dinamiche del racconto, sorta di deus ex machina chiamato a risolvere di volta in volta i conflitti degli altri personaggi tramite centoni di saggezza e paternalismo. In questo Ballad in Blue ripercorre esattamente il canone della sofferenza che si accompagna alla conoscenza: poiché non vedente, Charles assume il ruolo di dispensatore di savi consigli dall’alto della sua esperienza dolorosa in un’ottica palesemente ottimistica e volontaristica in pura aria statunitense. Ma anche in questo Paul Henreid riesce a conservarsi inaspettatamente sobrio e distaccato, tanto da evitare saggiamente lo spudorato lieto fine, affidato non tanto al miracolismo della vista riacquisita, bensì alle risorse più importanti della lezione di vita.

Realizzato da un europeo in Europa e forse per questo dotato di uno sguardo meno manicheo, Ballad in Blue appare insomma un prodotto eminentemente industriale, nutrito di valori americani al cento per cento, al crocevia di mass-media messi in interazione per darsi man forte uno all’altro. Eppure si respira anche un po’ d’aria squisitamente cinematografica e si resta con la voglia di riscoprire il Paul Henreid regista, autore di un pugno di titoli (altri ne realizzerà per la tv) in cui spicca Chi giace nella mia bara? (1964) con Bette Davis. Dignitoso autore anche in occasioni che sfuggono a strette esigenze produttive.

Extra: assenti.
Info
La scheda di Ballad in Blue sul sito di CG Enternaiment.
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